La poesia di Natale

 

L’immagine ha il solo scopo di illustrare il periodo.

E questo è quel tempo in cui tutti si è più buoni e in cui i bambini devono subire la frustrazione di esibirsi nella recitazione di brutte filastrocche natalizie davanti a tutta la squadra di parenti finto-interessati. Oggi, nel contemporaneo odierno, forse, mostrare i propri prodigi o mettere in mostra i propri figli è addirittura un plusvalore. Il vanto. Il bambino non sa dire “Papà” ma sa i numeri in inglese fino a dieci. E per ogni mossetta o faccina ricevono cinque o dieci euro, se non iPhone o buoni del tesoro.

Quando ero piccolo io, si usava mettere i bambini in piedi sulla sedia e tutti gli altri attorno. Io avevo capelli lunghi con un grosso ciuffo (era la fine degli anni ’70) e pantaloni di velluto a coste, di quelli che oggi portano solo certi professori delle università (di quelle vecchie), da sotto la calzamaglia (fondamentalmente delle calze da femmina, Sic!) e un cappottino ereditato dal fratello mezzano, che lo ha avuto dal fratello maggiore, che l’ha avuto dal cugino più grande. Nel piccolo televisore a tre canali la pubblicità degli “Auguri Cocacola” che ogni anno a seguire ci ha scaldato il cuore, sul tavolo qualche mazzo di carte napoletane e le bucce dei mandarini. Una cappa di fumo di sigarette, posaceneri e bottiglie di Peroni.

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A sei anni la prima Peroni

In verità, assecondando delle inconsce teorie calviniste, quasi subito noi bimbi avevamo compreso che quello della recita della poesia era solo uno stratagemma meschino per ricavare dei soldi dai parenti (normalmente dai nonni ma, con un po’ di fortuna e di audace simpatia, anche da zii e altri presenti*).

Tu salivi sulla sedia e migliore era la tua performance e la qualità del pubblico, più alto era il montepremi che potevi ricavare. In genere cinquecento, mille lire. Ma in alcuni casi potevi avere anche cinquemila lire!

*Alle volte, per fare cassa, mi trovavo a fermare anche dei passanti.

– Vuoi sentire la poesia?

– No.

Il problema era la concorrenza: spesso io, terzo di quattro figli, giravo coi miei fratelli e, quando si andava dai parenti (come se non bastasse), c’erano sempre quei dodici, quindici cugini (siamo una famiglia molto numerosa) e pertanto era impossibile sperare di raccattare più di qualche spicciolo, perché “il pozzetto questo è tutto”.

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Come mi vedevano loro
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Come mi sentivo realmente

Ricordo però che, essendo ancora piccolo e non andando a scuola, passavo certe mattine con mamma che mi portava con sé a fare i suoi giri. Un giorno mi vestì bene (così mi sembrò di capire), mi fece i capelli e mi portò in via Napoli, dai suoi nonni (ci pensate? I bisnonni) che si chiamavano Donato e Donata (che bei nomi! Ma si usano ancora dei nomi così?).

Mi ricordo che erano sempre stati vecchissimi, ma belli: avevano tutti i capelli bianchi e entrambi avevano gli occhi talmente celesti da sembrare di ghiaccio, o trasparenti (un gene evidentemente recessivo, visto che io sono castanissimo. Solo i capelli bianchi sono della stessa razza, infatti tra non molto li avrò così).

Il nonno era un tipo entusiasta della vita, oltre che molto generoso. D’estate mi portava sul balcone di casa e mi faceva scegliere (direttamente dal balcone del primo piano e non vedevo un cazzo) il gelato dal cartello, sul frigo a pozzo del bar. Bar che era sull’altro lato della strada.

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Un ghiacciolo cento lire

Quel giorno d’inverno, invece, pretese (e non potevo non accontentarlo) che salissi in piedi sulla sedia a recitare la poesia, sotto lo sguardo sospettoso della nonna. Sapevo di dover e poter fare una bella impressione e, cosa fondamentale, non avevo nessun fratello o cugino a farmi concorrenza: potevo ambire a tutto il montepremi in palio.

La poesia, ricordo, cominciava con dei numeri (25 12 e l’anno in corso) e simulava una telefonata a un fantomatico Gesù, di quando ancora non esistevano i prefissi telefonici. Comunque era infarcita di simboli buonisti e di pace e amore eccetera eccetera.

Biochetasi.

Il nonno sgocciolò commozione dagli occhi trasparenti, subito arrossati, io sorrisi guardando i piedi nelle scarpe del mio fratello mezzano. Avevo intuito la forza della mia esibizione e misi le mani in tasca, non per schermirmi ma per verificare che ci fosse abbastanza spazio per i denari.

Attenzione: il nonno tirò fuori non cinque, non dieci, bensì VENTIMILA LIRE! Di quelle, credo, con stampato sopra il vecchio con la barba, forse Tiziano o un vecchio qualsiasi. Ero sconvolto: avrei giocato a carte a soldi per tutto l’inverno e fatto crepare i miei fratelli più grandi.

– DONATO, NO! CHE FAI?

La nonna intervenne, bloccando la mano del vecchio marito commosso. Io stavo per sbattere i piedi , non era giusto, il mio riscatto sociale, il mio montepremi guadagnato!

– Vieni, vieni con me, alla nonna.

La nonna mi tranquillizzò, prendendomi la mano morbida con la sua mano ossuta, e mi portò di là, in fondo al corridoio, dove c’era la camera da letto. Immaginai i miei soldi volare via, ma mi insegnarono a fidarmi degli anziani.

– Vieni, figlio, vieni.

Capii, a un certo punto, che potevo addirittura aspirare a un premio più grosso! Qualcosa riservato alle grandi occasioni, di quelle cose che si regalano soltanto alle comunioni, per esempio. Spostò il quadro con la Madonna, mi fece segno con un dito di tacere.

Una cassaforte. Dietro il quadro c’era una cassaforte!

– Non dire niente, eh?

Evidentemente avevo ragione, era un qualcosa di grosso, di cui mi sarei pavoneggiato ancora di più che le ventimila lire. Forse un anello, o un bracciale, o una collana! Avevo imparato il valore dei gioielli in base al peso, perché ai matrimoni, alle feste, ci imbardavano come i santi, con le collane d’oro e i braccialetti, e gli anelli e gli orologi. E il valore al grammo, e la zecca incisa, e riconoscere il vero dal falso.

E aprii gli occhi spalancati quando la nonna aprì la cassaforte e ne tirò fuori…

– Na’, figlio, na’!

Un biscotto.

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