E la chiamano estate

Amiche e amici, come state? Io bene anche se, non lo nascondo, sono un po’ in pensiero per questo odore di Covid e di annessa quarantena che si sente come si sente l’odore di pioggia prima dei temporali estivi. Belle le nuvole spugnose all’orizzonte come anche i giochi-aperitivo ma, abbiamo capito, possono avere conseguenze nefaste.


Facevo queste riflessioni mentre leggevo “Aspettavamo fiduciosi la primavera”, un’antologia marcata Dario Flaccovio Editore, una tra le realtà editoriali più curate che abbia maneggiato negli ultimi tempi 😻
Come ho detto in più occasioni, per lungo tempo non avrei voluto leggere NULLA che trattasse di lockdown e virulenze varie, ma questa raccolta – curata da Costanza Amodeo e Licia Cardillo Di Prima, con Salvatore Ferlita) è diversa: sono testi scritti e curati da attrici e attori, registi, autrici e autori, tutte “penne di teatro”, artisti che hanno fatto del palcoscenico e del rapporto (fisico) con il pubblico, la propria ragione di vita, oltre che il proprio mestiere. Tra i tanti “mestieri” che sono stati penalizzati – se non completamente annientati – dalle misure restrittive, quelli legati all’arte del teatro sono certamente i più colpiti. Se io non posso organizzare una presentazione di libri con cinquanta persone, ingressi e uscite separate, posti a sedere distanziati, figuriamoci fare una tournée per i teatri… (Oh, wait! Avrei potuto presentare in discoteca e fare il pienone, ehi! A ogni modo) QUESTO è stato il mio libro da ombrellone.

Diciannove artisti si alternano raccontando, ciascuno a suo modo, come è stato colpito dal lockdown di marzo (o come lo ha affrontato e superato) e, riconosco, quei momenti mi sono sembrati lontani assai eppure così familiari. Paura, incertezza, fragilità. Ma anche speranza, rinascita, fantasia e tanta ironia.

Alcuni dei testi sono copioni da leggere ad alta voce (divertitevi, sono scritti da dio), altri sono confessioni sussurrate, pensieri minimi e privati, di abbracci dati per l’ultima volta, storie di parole, di musica e di poesia.

Si è tanto parlato di tutti quei settori azzoppati dalla crisi e la c.d. industria culturale è stata l’ultima a essere contemplata dai provvedimenti di sostegno del Governo. Ma perché non si parla abbastanza di questo mondo? Qualcuno ha detto che è inutile e invisibile. Invece, come spiega uno degli autori, “perché si dovrebbe parlarne? Si parla forse dell’aria? Eppure l’aria è indispensabile per l’uomo, senz’aria si muore ma nessuno ne parla perché fa parte della vita, è normale che ci sia. Ecco, il teatro, la danza, la musica, la scrittura, il canto, la poesia e tutte le arti che fanno dell’uomo un uomo evoluto, sono come l’aria che respiriamo. E come l’aria noi non possiamo mancare, altrimenti l’uomo morirà. Io sono aria.”

Nel frattempo è arrivata l’estate, ma nuvole pesanti si addensano su isobare dai valori che abbiamo sottovalutato. Tornerà la primavera e, con lei, torneremo a danzare sulle fioriture.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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