La maturità dei criaturi.

Amiche e amici, come state? Io bene. Leggevo Witold Gombrowicz e sentivo tuonarmi nelle orecchie uno dei detti di mia nonna buonanima, una fucina di proverbi: “Chi se córeca cu gli criatùri, gliù jórnu apprèssu se tròva cacàtu” (non importa tradurlo, ma è qualcosa che esplicita un confronto: quello tra la maturità e l’immaturità).

Senz’altro uno dei libri più curiosi che io abbia mai letto: Ferdydurke, questo capolavoro modernista della letteratura polacca, uscì negli anni ’30 provocando una tale vertigine letteraria che solo poche settimane più tardi fu invasa la Polonia! Ma pensa! Il potere della letteratura!

“La normalità è un funambolo sopra l’abisso dell’anormalità. Quanta follia potenziale è contenuta nell’ordine quotidiano delle cose?”

Il contrasto tra maturità e immaturità è al centro dell’opera di Witold Gombrowicz. “Non c’è niente che i maturi odino di più, non c’è niente che li disgusti di più dell’immaturità” scrive in Ferdydurke, una meraviglia comica ripresa abilmente da il Saggiatore, tradotta e rinfrescata da Irene Salvatori e Michele Mari che hanno cercato di mantenere lo stile e le sfumature di Gombrowicz nel miglior modo possibile. Un’impresa impressionante, direi! Tant’è vero che quando è stato pubblicato per la prima volta nel ‘37, senza un commento che spiegasse di cosa si trattasse, critici e lettori non sapevano da dove cominciare. Perché Ferdydurke è un gioco dell’assurdo, è un’esilarante miscela di commedia, satira politica e sociale, letteratura e critica psicologica. È come se Frasier e Monty Python si fossero messi insieme per criticare la “casta” dei maturi, dei borghesi, degli intellettuali. Tutte le istituzioni, i valori e le idee che si presenterebbero come “al di sopra della marmaglia comune” vengono criticati in modo tagliente dalla penna dell’autore. L’umanità è maledetta.

“L’umanità è maledetta perché la nostra esistenza su questa terra non tollera alcuna gerarchia ben definita e stabile (…) tutti devono essere consapevoli ed essere giudicati da tutti gli altri, e le opinioni che gli ignoranti hanno su di noi non sono meno importante delle opinioni dei brillanti, degli illuminati, dei raffinati. Questo perché l’uomo è profondamente dipendente dal riflesso di sé stesso nell’anima di un altro uomo, anche l’anima di un idiota. Non sono assolutamente d’accordo con i miei colleghi scrittori che trattano le opinioni degli ottusi con aristocratica aristocrazia e dichiarano: odi profanum vulgus. Che modo economico e semplicistico di evitare la realtà, che scadente fuga verso l’altezza pretestuosa! al contrario, che più sono ottuse e ottuse, più urgenti e convincenti sono le loro opinioni, proprio come una scarpa che calza male ci fa più male di una che calza bene…”

In Ferdydurke tutto ciò che vuole essere adulto e rispettabile viene rimpicciolito, sminuito e deriso. La città, l’università, le relazioni vengono considerate sciocche, la nobiltà terriera viene ridimensionata a pura forma vacua e zero sostanza e la famiglia moderna, borghese, progressista, trasformata in una ridicola frode di esseri immaturi che si atteggiano a rispettabili. In tutto il romanzo, due amori combattono tra loro, due aspirazioni: la ricerca della maturità strutturata e istituzionale e la ricerca dell’immaturità eternamente ringiovanente.

Descrivere questo libro in un rigo: è un romanzo filosofico con l’atmosfera anarchica di un cartone animato. Mi aspettavo di mettere Gombrowicz sullo stesso scaffale di Kafka (trama onirica e offuscata, personaggi che agiscono senza motivo, sfumature vagamente sinistre) ma non è stato esattamente così. Man mano che la storia andava avanti, tutto diventava più incongruente, paradossale, con molte scene “pythonesche” nella loro assurdità. C’è questa ossessione per il culo, vedrete, dalla quale non c’è assolutamente scampo. Anche la luna nel cielo diventa un culo gigante che brilla su tutti noi e innumerevoli sono le variazioni sul tema: culame, culese, culezio, culambio, culergia, culemme, ecc. e per un bambino, cosa c’è di più sincero e divertente del “culo”? (anche per i grandi, direte).

Artista anarchico e spregiudicato, apertamente bisessuale e di sinistra, Gombrowicz era schietto nelle sue posizioni politiche e fu uno strenuo oppositore del nazionalismo. Trasferitosi a Buenos Aires alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando scoprì quello che Hitler aveva fatto nel suo paese scelse di rimanervi e non tornò in Europa fino agli anni ’60. Molti dei suoi romanzi li scrisse mentre lavorava in banca e nascondeva i manoscritti sotto il registro.

A chi, anni dopo, gli chiese di questo libro, lo stesso autore dirà: «Avevo cancellato Ferdydurke dalla mia vita. Ora l’ho letto di nuovo, riga dopo riga, e le sue parole non significavano nulla per me. Il nulla delle parole. Il nulla delle idee, dei problemi, degli stili, degli atteggiamenti, il nulla dell’arte. Parole, parole, parole. [Ferdydurke è] un libro insolitamente difficile e, per di più, fuorviante e ingannevole». E ancora: «Ho scritto Ferdydurke negli anni 1936-1937, quando nessuno sapeva nulla di [esistenzialismo]. Nonostante ciò, Ferdydurke è esistenziale fino al midollo. Critici, vi aiuterò a determinare perché Ferdydurke è esistenziale: perché l’uomo è creato dalle persone e perché le persone si formano reciprocamente. Questa è precisamente l’esistenza e non l’essenza. Ferdydurke è l’esistenza nel vuoto, cioè nient’altro che l’esistenza. Ecco perché in questo libro praticamente tutti i temi fondamentali dell’esistenzialismo giocano fortissimo: divenire, crearsi, libertà, paura, assurdità, nulla… con l’unica differenza che oltre alle tipiche “sfere” esistenziali della vita umana, come Heidegger la vita banale e autentica, la vita estetica, etica e religiosa di Kierkegaard, o le “sfere” di Jaspers, c’è ancora un’altra sfera, vale a dire la “sfera dell’immaturità”».

I concetti a cui il romanzo affronta sono a volte accennati nelle trame, altre volte dichiarati apertamente, e ci sono un paio di intermezzi gioiosi che sembrano essere stati inseriti solo per una risata (di pancia) come la storia di Filidor e quella di Filibert. Alcuni lettori lo vedranno come un libro sconclusionato, senza alcun flusso, ma per me è qui che risiede la sua genialità, e il fatto che Gombrowicz rompe la quarta parete proprio mentre inizi a pensare “Whatafuck sto leggendo?” e inizia a spiegare quasi petulante perché ha scritto il suo libro in questo modo, beh: assolutamente geniale. Nota per il lettore: se vuoi goderti questo libro non attaccarti troppo alla trama ma lasciati attraversare dal suo fiume di parole.

“Sarebbe pure opportuno stabilire, decretare e determinare se si tratti di un romanzo, di un diario, di una parodia, di un pamphlet, di una variazione su un tema fantastico, di un saggio… se vi prevalgono lo scherzo e l’ironia oppure i significati profondi, il sarcasmo, la caricatura, l’invettiva, l’assurdo, il puro nonsense, il puro divertissement… o se per caso non si tratti invece di una posa, di una mistificazione, di una guittata, di un artificio, di un’insufficienza di umorismo, di un’anemia del sentimento, di un’atrofia dell’immaginazione, di un attentato all’ordine e di una débâcle della ragione”.

Nel libro ritroviamo la satira graffiante nei confronti degli ambienti progressisti in cui affiora tutta l’ipocrisia di comportamenti buonisti preconfezionati che potrebbe benissimo applicarsi a precisi contesti sociali del nostro tempo, ad una sinistra che ha da tempo sostituito alla lotta per i diritti sociali quella per i diritti civili, per le libertà individuali, divenendo così perfettamente funzionale alle (finte) contrapposizioni nell’ambito di un sistema politico ed economico che ne ha bisogno per giustificare il suo essere democratico (a patto che questo non metta in discussione i suoi fondamenti liberali e liberisti). Così vediamo che a fronte dell’infatuazione ideale di Mentino per il giovane Walek, i padroni accetterebbero una relazione omosessuale tra i due ma non che un signore fraternizzi con un domestico, considerando questo un atto da bolscevichi, in grado di per sé di corrompere l’immutato ordine delle cose che garantisce il loro status. Nei salotti (oggi direbbero “radical-chic”) emergono soprattutto il formalismo, la vacuità dei rapporti personali di figure che non sanno andare oltre le frasi fatte per (non) comunicare tra di loro. Emergono in queste pagine le doti tecniche e creative dell’autore, che riesce davvero a far percepire, in modo estremamente divertente e leggero, lo squallore ed il vuoto pneumatico dei personaggi e di situazioni nelle quali nulla è come sembra. Ma emerge anche il fatto che proprio questo vuoto formalismo è la base, l’essenza stessa del potere esercitato da questa classe sui subordinati, siano essi contadini o domestici.

“Correvo verso l’immaturità come spinto da un demone!”

L’invenzione fantastica che dà il via al romanzo è l’assurda situazione vissuta dal protagonista trentenne Giuso che in una sorta di incubo lucido si ritrova, forse a causa della consapevolezza del proprio fallimento agli occhi degli adulti, a vivere una vera e propria regressione nel mondo dell’infanzia, ad essere sottoposto ad una specie di esame da parte di un tutore che, trovandolo impreparato, lo “infantilizza” e infine lo trascina a forza in una scuola. Un’invenzione che dà l’avvio ad un meccanismo infernale gravido di promesse e di opportunità perché Giuso, e quindi Gombrowicz, scopre ben presto tutti i vantaggi dell’immaturità, il privilegio di chi, non possedendo ancora (nel suo caso non possedendo più) una forma definitiva e socialmente accettata, può dotarsi di una nuova grottesca identità e usarla come schermo, un rifugio dal quale prendersi beffe di un mondo che sta andando a pezzi. E potersi sentire di colpo libero anche dai vincoli imposti dalla forma letteraria. L’immaturità si espande poi ben oltre la scuola, andando a comprendere tutti i ruoli cristallizzati in cui siamo fin da sempre costretti a calarci. Gombrowicz punta la sua lente deformante su alcuni di questi ruoli in particolare: la borghesia agiata del periodo interbellico, la attardata nobiltà di provincia polacca e la sua “forma” antitetica, cioè la servitù contadina, ma anche indirettamente le grandi fedi politiche diffuse in quegli anni, dal fascismo al comunismo.

“Martedì mi svegliai a quell’ora esanime e labile in cui la notte è già finita e però l’alba non è ancora incominciata davvero. Destatomi di soprassalto, decisi immediatamente di precipitarmi in taxi alla stazione, perché mi sembrava di dover partire; ma mi ci volle meno di un minuto per rendermi conto che non avevo nessun treno da prendere, che nessuna ora era scoccata. Rimasi sdraiato in quella torbida luce soggiogato da una paura intollerabile: il corpo opprimeva di angoscia l’anima mentre l’anima opprimeva il corpo, e ogni mia più recondita fibra si contorceva nel desiderio che non accadesse nulla, niente cambiasse, niente sostituisse nulla e qualsiasi intenzione di fare qualcosa non portasse se non a un nulla di nulla. Era il panico della non esistenza, lo sgomento del non essere, l’angoscia della non vita, il dubbio della non esistenza, il grido biologico di tutte le mie cellule nei confronti del disfacimento interiore, della dispersione, della dissoluzione”. Vi ricorda qualcosa? Un aiutino: “Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un insetto immondo” (Franz Kafka, La metamorfosi)

Come ne La metamorfosi, basta l’incipit per essere trascinati in una realtà surreale dalla quale non riusciamo più a venirne fuori. Si salda il patto di realtà tra autore e lettore che si rincorrono in uno dei trip linguistici e mentali più bizzarri del Novecento. Ferdydurke è satira che si fa sberleffo nonsense e, al tempo, somma speculazione filosofica che a sua volta diventa abracadabra, un tentativo di usare la letteratura come forma di magia.

«Ferdydurke», ha scritto Francesco M. Cataluccio, colui che ha il merito di aver riportato l’opera di Gombrowicz in Italia, «è una beffarda resa dei conti con una realtà in cui la stupidità regna sovrana e gli individui sono ormai delle marionette prive di senso. Gombrowicz aveva intuito che l’uomo-massa, depauperato della sua identità individuale, è l’incarnazione dell’immaturità. Nel mondo moderno, teso verso il Progresso, tutta l’umanità si va bambinizzando.

Con il romanzo Ferdydurke, Gombrowicz è stato il primo in Europa a segnalare che il carattere distintivo della Modernità non era la crescita o il progresso umano, ma, al contrario, il rifiuto di crescere, e che da ciò sarebbero derivati – come puntualmente avvenne pochi anni dopo con la Seconda guerra mondiale – soltanto lutti e dolori (argomento oggi drammaticamente attuale).

Leggere Gombrowicz è un’esperienza fuori dall’ordinario. Prima di tutto estetica, e poi anche metafisica. Il lettore si accorge ben presto dell’inconsistenza di ogni sua aspettativa e prova sconcerto per la mancanza di punti di riferimento e di logiche di paragone di fronte a ciò che gli appare come assolutamente unico. La sua opera può cambiare il corso della nostra vita e il nostro modo di guardare al mondo che ci circonda. Ho letto Gombrowicz per la prima volta e sono stato gombrowiczato per sempre.

Ma a proposito, sapete cosa vuol dire “Ferdydurke”? Una parola che tra l’altro non compare mai nel libro? Niente. Non vuol dire niente. Come sono certe parole vuote inventate dai criaturi.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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