Gli acari che ci mangiano vivi.

“Ognuno di noi è un mistero, ognuno può nascondersi in un punto dell’anima agli altri sconosciuto, in un luogo immaginario dove nessuno potrà mai trovarlo. Questo pensiero consolatorio diventa, oggi, il suo contrario: come può esserci comunanza, amore, se una parte di noi può sottrarsi all’incontro con l’altro?”

Strana la vita: ne arriva uno ogni ventimila e pe’ qualche motivo tutti credono di esse’ quell’uno e non uno dei diciannovemilanovecentonovantanove

Amiche e amici, come state? Io bene. Pensando a un inevitabile trasloco prossimo venturo (guess where?), ero qui alle prese con le furibonde pulizie di primavera con lo stesso spirito con cui si affrontano le fasi della vita: un ciclico ricambio stagionale in cui, faccia nell’armadio, si cerca di capire cosa vale davvero la pena di conservare e cosa invece gettare via con sdegno e riprovazione. Ma a proposito di pulizie, gli acari: lo sapevate che “un solo grammo di polvere ne può contenere fino a quindicimila? E che nei materassi trovano scaglie di pelle di cui si cibano? E che le loro feci contengono sostanze irritanti che possono indurre manifestazioni allergiche?”. Con questo spirito vi presento Acari, il primo romanzo di Giampaolo G. Rugo.

Quando credi che non ci sia più nulla di nuovo: arriva NEO ed è bellezza. Fresca.

“Aldo era rimasto ipnotizzato da quella polvere bianca, dal pensiero straniante di tutti gli animali mostruosi che dormivano insieme a lui e si nutrivano di pezzi del suo corpo”

Il libro è originale, strutturato come una sequenza di storie, di racconti autoconclusivi alla Carver, che si intrecciano in un lungo periodo di tempo, concedendo al lettore punti di vista diversi sui fatti, con sempre nuovi cambi di prospettiva. Si capisce immediatamente che ci si trova davanti a chi, con le parole, ci vive. L’autore è solido senza essere ingombrante. I personaggi (mi si consenta) sembrano usciti da una storia di David Foster Wallace con (solo per citarne alcuni) la donna più vecchia del mondo, cinica e disillusa che, come ogni anno ospite in diretta TV, continua a recitare la sua parte; il calciatore mancato che vede la sua vita scorrere all’ombra di un perenne, malinconico rimpianto; il disabile che ci porta dalla sua parte, facendoci vedere il nostro stesso pietismo; la ex-più-bella-di-tutte che negli anni ha visto trasformare la sua avvenenza e ora rincorre i clienti per vendere loro potenti aspirapolveri anti-acari. Gli acari, la metafora di come siamo tutti, brulicanti parassiti di vita, di istanti a cui non dedichiamo che un solo sguardo, che passano veloci e non tornano più.

“La vita è strana, abbiamo mille impegni, e si va sempre tutti di corsa senza accorgerci che le cose veramente importanti scivolano via e possono passare anche venti, trenta, quarant’anni prima che ce ne rendiamo conto”

Siamo ragazzi che vivono emozioni che provi solo a sedici anni, ma lo capisci a trenta, a quaranta o a centoventotto anni, quando ormai è già tardi. Come DFW, con la vita a mozzichi dei suoi personaggi, Rugo ci accompagna alla fine del giorno, della notte, della carriera, della vita, riempiendoci di domande, di: «E se…?»

“Una sera dormi a fianco alla donna che ami. La sera dopo arriva una telefonata. Un bambino nasce. Un bambino muore. Un martedì piovoso di novembre cammini per strada e ti senti il re del mondo. Una domenica soleggiata di aprile hai paura della tua ombra.”

“A capoccio’, regola numero uno nella vita: sta’ sempre attento a ‘ndove infili er gamberetto…” È bello come l’autore fa parlare i personaggi, ciascuno con la propria voce. È bello il modo in cui li fa muovere negli spazi come in un film d’autore. Negli occhi ti ritrovi immagini impietose: immerso nel silenzio irreale delle Alpi, un figlio si accorge per la prima volta dei singhiozzi del padre che piange, cosa impossibile nel caos della capitale; una coppia in gita litiga in modo feroce per una cosa stupida, da farsi chiedere se ne vale davvero la pena restare imbrigliati nel rancore e nel risentimento. I giorni che abbiamo, anche se li dividiamo in ore, momenti, in sigarette fumate, fotografie scattate e mai sviluppate, non sono infiniti. C’è chi sogna la vita e chi, libero per delega, brama la morte: “Ottanta gocce di Minias in un bicchiere d’acqua” così si addormenta e neppure soffre.

“Tornai in camera e m’infilai a letto. Mi girai per un po’, cercando di prendere sonno, cominciai ad avvertire un prurito prima sulle gambe, poi tra i capelli, sempre più forte; sulla schiena, sulla pancia, alle braccia, sul volto: dappertutto. Cominciai a grattarmi. Le unghie solcavano la pelle ma appena il prurito sembrava cessare in una parte del corpo cominciava in un’altra. Mi misi in ginocchio sul letto, posai l’orecchio sul materasso e rimasi in ascolto. Volevo sentire il rumore di tutti quei maledetti acari che si nascondevano dentro, pronti a colpire quando meno me l’aspettavo. Il prurito non passava. Il mio corpo era segnato da graffi orizzontali e verticali, come il pavimento di losanghe.”

Sono felice di aver letto questo libro anche per ragioni personali: ho vissuto per tre volte a Roma, in momenti diversi della mia vita e tutte le volte l’ho trovata cambiata, un po’ peggiore per molti versi. Una Roma grande, molto grande, che non finisce mai. Piena di persone piccole e piccolissime. L’ultima lettura su questa città è stata quella crudele de La città dei vivi, di Nicola Lagioia dove la brutalità disumana non lasciava spazio ad alcuna redenzione. Con Acari e con le storie dei suoi protagonisti, ritorno a vedere delle persone. Malinconiche, nostalgiche, alcune anche sole. Ma umane. E siccome non ho ancora finito coi traslochi, questo mi conforta. Poco poco ma mi conforta.

Dopo aver scritto testi per la radio, drammaturgie per il teatro e sceneggiature per il cinema, Rugo si affaccia alla narrativa e la sua scrittura è benedetta. Sono sicuro che ne sentiremo ancora parlare. P.S.: ragazzi se non l’avessi già fatto lasciatemi dire che Neo non sbaglia un colpo.

Torno a fare il mio Marikondo© stagionale come si fa ordine e pulizia nella vita.

Datemi mille altre letture come queste.

“Poi posso pure chiude l’occhi”

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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