Un bicchiere di rabbia

Se il nostro filosofo camminasse con i piedi per terra, vedrebbe che il carretto del mondo richiede solo soluzioni razionali, non importa che siano sempre soluzioni limitate, importa che siano, al momento giusto, le migliori; solo un idiota rifiuterebbe la precarietà sotto controllo, senza dimenticare che nel vortice della vita non contano i motivi di ciascuno di noi, ciò che conta davvero è spingere il pallone in avanti, si spinge anche la storia con la mano amica degli assassini.

Amiche e amici, come state? Io bene. Ero qui alle prese con uno dei miei haiku stagionali (“Zanzare che si credono gabbiani, formiche conquistadores sudamericani”®) che mi è tornato in mente Un bicchiere di rabbia di Raduan Nassar, in Italia per Edizioni SUR. In questo racconto, forte come un pugno, è proprio l’azione corrosiva delle formiche, a scatenare l’inferno. Uno stupido pretesto, in realtà.

Nella storia (circolare) raccontata da Nassar, i due protagonisti si misurano e si fronteggiano in un’escalation dialettica sempre più violenta ed esasperata. Il confronto passa da questioni generali politiche, dalle feroci differenze nella visione della lotta di classe a colpi di sciabola all’amor proprio, colpendo nel vivo delle opinioni, dei principi e del sesso. Il sesso, la carne viva è ciò che lega lui e lei in questo “gioco al massacro”, di due soggetti travolti dall’amore furibondo e squassati dalla furia delle pulsioni, dell’odio reciproco.

Quello che ho trovato meraviglioso di questo breve libro è come in poche pagine l’autore, il maggiore degli scrittori brasiliani viventi, sia riuscito a far incontrare (e scontrare) Eros e Tanathos, bene e male, sei o sette complessi (di Edipo, di Telemaco, di Elettra, di inferiorità, di superiorità…) e due personaggi tanto diversi da essere opposti e complementari, perfettamente funzionali all’analisi: lui, un disilluso fazendero sciovinista e conservatore, dalla sfacciata personalità narcisista; lei una giovane giornalista femminista carica dei suoi ideali progressisti.

Libera presto su di me tutti i tuoi demoni, solo così raggiungo il godimento.

Li incontriamo nei primi, brevi capitoli, in un torrido e suggestivo rituale erotico fatto di gesti minimi e di dettagli, fotogrammi cinematografici carichi di sensualità, di passione pronta ad esplodere. E la passione esplode. Esplode per un pretesto, appunto. Un pretesto stupido. Quando lui, arrogante, egoista e controllante in ogni suo gesto si abbandona (lo vediamo quasi sorridere tra le mani insaponate di lei) e realizza di essere in pericolo: il pericolo è rappresentato dalla simbiosi, ovvero ciò da cui nel vero amore si deve sempre fuggire. L’immagine che ci viene offerta non è quella di un predatore ma quella di un vegetale, il rampicante, quel tipo di pianta a cui nessun albero può sfuggire.

Non ho avuto nemmeno il soffio necessario e, negato il respiro, mi è rimasta l’asfissia.

Per liberarsi dal pericolo simbiotico, usando le parole di Matteo Nucci che ha curato una bellissima disamina, non c’è miglior maniera che la guerra, qualunque stupida debba essere la causa. Lo stupido pretesto è l’attacco alla siepe da parte di formiche venali. Il nostro uomo va su tutte le furie e benché non potesse aspettarsi solidarietà da parte di lei, impazzisce di rabbia a vederla chiacchierare con la servitù. A entrambi serviva una scusa per vomitare rabbia, rancore e risentimento, in un esasperato assalto emotivo, provocandosi reciprocamente con insulti sempre più pesanti e colorati da risultare anche divertenti.

Io, lo smarrito, sì, io, l’individualista esacerbato, io, il nemico del popolo, io , l’irrazionalista, io il dissoluto, io, l’epilessia, il delirio e il vaneggiamento, io, l’appassionato, io, il lucignolo convulso, io, la scintilla del disordine, io, la materia incandescente, io, il calore perpetuo, io, la fiamma che insidia, io, il manipolatore provetto del tridente, io, che faccio bollire una enorme caldaia di zolfo, io, che mi lecco i baffi alla vista della carne tenera dei bambini, io, la cisti, la piaga, il cancro, l’ulcera, il tumore, la ferita, il carcinoma del corpo, io tutto questo senza ironia e molto di più…

La ferocia della storia è stemperata dalla scrittura pesata di Nassar, analogo nella stesura, dico io, ai portoghesi Pessoa e Saramago, che ci introduce davvero nel core psicologico dei protagonisti, nella loro disarmonia e nel loro rapporto così disfunzionale e attraente al tempo stesso.

Il capitolo della lite, “la sfuriata”, è il più lungo di tutti ed è un delirio rabbioso, un fiume in piena di dialoghi surreali e cattivi, dove i due si fronteggiano, divorandosi in un vaneggiante testa a testa con sbilanciamenti ora dall’una, ora dall’altra parte, in un crescendo che ci condurrà, come promesso, alla chiusura di un loop, apprezzabile al meglio dopo una seconda lettura. Perché nessuno dei due è realmente capace ne è intenzionato a lasciare andare, a perdere, né a vincere.

In un mondo stravagante in cui nulla è messo a fuoco, prima o poi tutto finisce per ridursi a un punto di vista e tu, che non fai che accarezzare le scienze umane, non sospetti nemmeno che accarezzi un aneddoto.

Un bicchiere di rabbia si dimostra essere la stessa, ostinata interpretazione infantile della vita che, per sua natura circolare, ci rende condannati a ripetere gli errori del passato, condannandoci a conversazioni cicliche e, alla fine, a ricominciare sempre dall’inizio, “continuando a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

Tutto è inganno, menzogna e maschera, nel vero amore, Lo stabilirono, con chiarezza unica, gli antichi. Senza insani timori, senza retorica e senza il pudore di chi teme di offendere la verità dell’amore, fin da Esiodo fu chiaro che Eros e Afrodite, ossia sesso e amore, hanno a che fare con inganni, dissimulazioni. Abbiamo finalmente la possibilità di confrontarci con la verità, sì, la verità sull’amore che noi preghiamo per tutta la vita. Una verità che non si conquista senza inganni e menzogne. Una verità a cui ci immoliamo e per cui lottiamo e siamo disposti a tutto pur di conquistarcene un granello. Basta liberarsi di tutto il resto. E innanzitutto dell’insulsa, grottesca idea che amore significhi semplicità e trasparenza, ossia una purezza ideale che in nessun tempo ha mai avuto a che fare con la vita che viviamo.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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