Tema: Venezia, Biennale Architettura 2021 for dummies.

Amiche e amici, come state? Io bene. Oggi vi racconto la Biennale di Architettura 2021 dal mio personal POV.

La Mostra Internazionale di Architettura nasce nel ’75 come estensione del settore Arti Visive, all’inizio con scadenza più o meno casuale, per diventare poi Biennale nel ’96. La Mostra di quest’anno, alla XVII edizione, ha come tema una questione dirimente: “How will we live togheter?”, come vivremo insieme?

“In un contesto di divisioni politiche acutizzate e disuguaglianze economiche crescenti, chiediamo agli architetti di immaginare spazi in cui possiamo vivere generosamente insieme”, così Hashim Sarkis, curatore dell’evento.

Ho camminato, perdendomi, attraverso i lavori di 112 partecipanti provenienti da 46 Paesi. Installazioni sorprendenti, moderne, sostenibili distribuite tra l’Arsenale e i Giardini. Siamo più di sette miliardi, sulla terra, in aumento esponenziale. Migrazioni di massa, scarsità delle risorse alimentari, indisponibilità abitative, emergenza climatica e, non ultime, considerazioni sulle pandemie e come queste influiscono nei rapporti sociali e con l’ambiente. Siamo chiamati a trovare delle soluzioni e anche piuttosto in fretta.

Tra i padiglioni della Mostra troviamo casa costruite con materiali che sfruttano microorganismi vegetali e animali (!) per bonificare l’aria al proprio interno, capaci di adattarsi ai vari climi in atto (più fresche d’estate e più calde d’inverno), tessuti che trattengono l’energia statica presente nell’ambiente per rilasciarla sotto forma di elettricità. Legno, paglia, terracotta, piante vive per realizzare case a impatto zero. Ci sono addirittura ipotesi di abitazioni lunari, o marziane! Gli architetti e gli artisti coinvolti ci fanno sentire l’urgenza di fare qualcosa, di cambiare completamente il nostro modo di considerare l’ambiente, sia esso domestico o sociale. Oh, naturalmente la mia descrizione è assolutamente pretestuosa e caotica, così come ho vissuto io l’Esposizione, con tutti i miei limiti da ex-studente che avrebbe voluto fare architettura per poi dirottare sulle scienze sociali.

Si immaginano condomini con grandi e accoglienti spazi comuni, multitasking, dove il concetto di famiglia (da molti anni e da tante teorie sociologiche già dichiarato fallito, ndr) viene sostituito da quello più ampio di micro-società. Restano gli spazi privati ma limitati a pochi metri quadri (letto, bagno – forse). Il resto è condivisione. D’altronde, se ci pensate, non è che ci sia tanto da essere individualisti, da fare i latifondisti con spazi infiniti. I Paesi Nordici (Norvegia, Svezia e Finlandia) da sempre avanti per quanto riguarda le soluzioni abitative e la qualità dei rapporti sociali, portano all’Esposizione – insieme – la loro casa completamente in legno massiccio, sostenibile e open-source. Un modello perfetto di cohousing che il visitatore può attraversare, aggeggiare, fare (scalzo, mi raccomando).

La Danimarca propone una soluzione di impatto, dove l’edificio in cui entriamo si fa esso stesso installazione: l’acqua piovana entra direttamente dal tetto, viene filtrata e, attraverso un sistema di rivoli e canali, raggiunge ogni ambiente del padiglione fino a sostare in un tinello dove il visitatore viene invitato a fermarsi e a prepararsi un thè con qualcuna delle innumerevoli erbe e piantine che crescono sulla parete della casa. Dopo di che può continuare il suo percorso lungo i canali. Inevitabile il richiamo alle opere (acquatiche) di Eliasson e le elucubrazioni meta-filosofiche sullo scorrere della vita, il passato, il presente e il futuro, il fiume degli eventi, etc.

Il Cile presenta un’installazione curiosa, di cui ho già parlato qui, su Instagram: una camera delle meraviglie composta raccogliendo le testimonianze di vita di cinquecento tra gli abitanti del quartiere José Maria Caro di Santiago del Cile, hanno provato a rispondere alla domanda: “how will we live togheter?”, come vivremo insieme? Il José Maria Caro è un esempio di agglomerato urbano creato in tempi brevi per soddisfare l’urgenza abitativa di quanti tra gli anni ’50 e i ’60 del ‘900 (quasi centomila nuovi residenti) abbandonavano le aree rurali per invadere la capitale. Una vera sfida, quella della convivenza, a cui occorreva dare una risposta concreta. E ora? Conflitti, desertificazione, terreni incoltivabili, innalzamento del livello dei mari… Il tema è estremamente attuale: che risposte abbiamo (e avremo) per le migrazioni di massa? È indispensabile, come dicono i curatori “promuovere architetture, cittadini, ricordi, desideri e spazi di una vita integrata, come conseguenza di un inventario di una città biografica”. Senza perdere di vista un aspetto fondamentale, e ce lo sottolinea la rappresentazione di questi fotogrammi di vita quotidiana: che stiamo parlando di persone, non di numeri.

Vado a braccio, sfogliando il rullino dello smartphone. Il Giappone ha trasportato qui una casa destinata alla demolizione, smontandola pezzo per pezzo, accessori e poster alle pareti inclusi. La Spagna delle opere scartate ha fatto un’installazione prodigiosa (ne ho fatto un reel qui, su IG). L’enorme edificio della Germania, invece, all’apparenza completamente vuoto, era visitabile tramite app e realtà aumentata: posizionandosi su dischi di metallo in posizioni precise era possibile visualizzare sul proprio cellulare come sarà, secondo gli architetti, la casa del 2038, un posto sicuro, amichevole. Si parla di era della “New Serenity”: le persone, resesi conto che la competizione per l’accumulo di risorse non era più sostenibile, adotteranno un nuovo sistema basato sul principio di collaborazione. Si prevede così un mondo senza vincitori né vinti, senza eroi né eroine ma, allo stesso tempo, senza cattivi. Insieme, persone, Stati, istituzioni e aziende si saranno impegnate per i diritti fondamentali e avranno creato sistemi autosufficienti su base universale. Ogni componente, ogni materiale verrà definito e calcolato lungo tutto il suo ciclo di vita. Nel 2038 l’economia circolare avrà cambiato del tutto il modo in cui costruiamo. Internet pervaderà l’intera infrastruttura sociale e l’intelligenza artificiale non sostituirà l’uomo ma lo completerà.

Il padiglione dell’Italia è sorprendente per la quantità e la qualità delle soluzioni proposte. Natura, scienza, tecnologia si confrontano e si intrecciano; dialogano tra loro l’architettura con la botanica, l’agronomia, la biologia, l’arte, la medicina, le scienze sociali, la tecnologia e la storia. Non vi dico niente.

Divisa tra Arsenale e Giardini (più altre appendici a Forte Marghera o in centro a Venezia, di cui però, purtroppo, non ho fatto esperienza, la Mostra di quest’anno è stata, a mio parere, appena sottotono rispetto al dovuto. Fa tristezza vedere edifici chiusi, saracinesche abbassate o sale deserte, complice l’incertezza e le limitazioni dovute al Covid e la crisi economica in genere MA rimane un momento di avanguardia, di ricerca, di confronto tra visioni intellettuali olistiche da cui vale la pena prendere spunto per vivere, per vivere bene insieme.

Biglietti acquistabili on line (se si vogliono evitare code e assembramenti; insieme al biglietto si può acquistare anche la bag della Mostra, bellissima) e accesso solo con Green pass. Il biglietto dà diritto a un ingresso all’Arsenale e uno ai Giardini, anche in giorni diversi (25,50 euro, sconti previsti per operatori, residenti, studenti, anziani, altre categorie, bla, bla, bla). C’è tempo fino al prossimo 21 novembre. Se ci andate ne parlerete a lungo (tipo me).

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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