La felicità è una spiga di grano

“Chi scappa ha sempre torto”

Amiche e amici, come state? Io un po’ stordito, in verità. Stavo preparando il mio briefing giornaliero (forse-non-tutti-sanno-che mi occupo, anche, di robe aeronautiche) e, tra le varie info meteo, limitazioni strumentali e radioassistenze, mi salta all’occhio un remark, un NOTAM (così si chiamano i messaggi diffusi a piloti e enti interessati) circa il divieto di sorvolo del territorio italiano da parte di mezzi aerei, nello specifico dei voli da e per la Bielorussia. Ora, non è una cosa affatto comune: si tratta di un provvedimento che, a mia memoria, viene utilizzato in caso di vettori o tipi di aeromobili ritenuti non sicuri dai regulator (penso ai B737 MAX, vietati fino a tutto il 2020 dopo due tragici incidenti) oppure in caso di guerra nei confronti dei paesi coinvolti (nel recente passato, i voli da e per la Libia di Gheddafi per esempio). Non ricordavo di essere in guerra con la Bielorussia, così sono andato a cercarne le ragioni e googlando ho ricordato il perché: lo scorso 23 maggio, i caccia militari bielorussi hanno intercettato e costretto all’atterraggio un volo di linea Ryanair da Atene e Vilnius per catturare Roman Protasevich e la sua compagna, oppositori dell’attuale presidente della Repubblica ex-sovietica. Ma come? Davvero esistono queste cose? Così sono andato a scavare.

Pare che in Bielorussia un’opposizione non sia consentita: oltre ottocento prigionieri politici sequestrati in carcere e decine di migliaia gli oppositori presi e messi in prigione anche ripetutamente. Non stiamo parlando di un micro-paese del sud del mondo, di quelli che non hai mai sentito nominare, dove la mattina si alza un generale e diventa il padrone, ma di uno Stato di dieci milioni di abitanti appena al di là del confine UE.

«Siamo in una dittatura!» così il mio amico R. a cui voglio molto bene e che saluto, urla e strepita in tutte le occasioni possibili. Si riferisce però all’Italia dove, da qualche mese, una certa minoranza, un mix di no-vax, no-greenpass, no-tax, Povia e gruppi di neo-fascisti (vedi che succede a non metterli in galera, certe volte…) occupano le strade e le piazze, disturbando o impedendo agli altri di lavorare, di vendere, di giocare e tutte cose. Dittatura?

Lo scorso ottobre, le ultime elezioni in Italia hanno visto un’affluenza scarsa, poco meno del 55%. Ai ballottaggi questa percentuale è scesa ancora (quasi 44%). Fortunatamente, in una Repubblica sana, queste cose non succedono: nelle ultime elezioni bielorusse Alexander Lukashenko, rieletto l’anno scorso per la sesta volta di fila dal ’94, ha vinto con l’83% delle preferenze contro la sua diretta avversaria, Svetlana Tikhanovskaya ferma al 10%. Direi di non parlare più di “percentuali bulgare”, no? Per quanto riguarda il crudo dato dell’affluenza ai seggi, su questo i bielorussi si dimostrano molto più coinvolti e affezionati di noi italiani che preferiamo, invece, fare casino al bar o via social. Come riportato da alcuni osservatori internazionali, in alcune sezioni l’affluenza è stata addirittura superiore al 100%! Che spettacolo, amici miei. Non so che cosa sia la dittatura ma lasciatemi sognare.

Avere qualcuno – e qualcuno di autorevole – che all’improvviso ti dice: ti hanno preso per il culo, erano tutte cazzate. Queste persone nate e cresciute durante l’Unione Sovietica, con concetti di nazionalismo che nessun altro ha potuto sperimentare, con l’orgoglio di far parte di un grande progetto di giustizia e uguaglianza, si sono ritrovate all’improvviso in mutande. Letteralmente. Senza cibo, senza beni di prima necessità. Senza dignità. Eh, sì. alcuni hanno iniziato ad alzare il gomito. Altri lo hanno fatto più tardi, cresciuti in situazioni di disagio profondo, senza cibo nel piatto, senza lavoro, senza futuro. Avere figli e non sapere cosa dar loro da mangiare deve essere un’esperienza terribile. E non è che spendano i soldi nella vodka: se la producono, semplicemente. Ormai le volte che ho bevuto samagon artigianale non si contano più.

Oh, parlando di Bielorussia, non potevo non menzionare il bellissimo romanzo di Anna Bardazzi, pubblicato da Salani. La storia è quella, commovente, di Anna e Lena. Lena, una delle migliaia di bambini del Progetto Chernobyl ospitati da famiglie italiane per “ripulirsi” dalla radioattività. Anna, dopo un primo momento di prudente sospetto per questa presenza aliena in casa sua, tra i suoi affetti e le sue Barbie, si lega per sempre a Lena, abbracciandola come e più di una sorella. Da quel momento, impiegherà tutta la sua vita con l’obiettivo di liberare la Bielorussia dalla dittatura e dall’arretratezza e salvare la sua amica.

“In fondo, senza errori, come si farebbe la scelta giusta?”

Nonostante le loro strade si dividano, le due ragazze finiranno sempre per cercarsi e ritrovarsi. Lena, una famiglia difficile, abbandonata dai genitori, a casa con una nonna e due fratelli, uno disabile e l’altro violento. Studierà, diventerà procuratore, diventerà madre, crescerà da sola la sua bambina, Nastia, in un contesto mai scontato, mai facile. Anna, invece, andrà a studiare a Parigi, cercherà la sua direzione consumando storie e giorni con l’urgenza dell’inquietudine e il pensiero sempre alla ragione e alla causa bielorussa. Entrambe inseguono la felicità. Una felicità che cercano di mordere giorno per giorno nelle piccole cose, guardando a obiettivi più grandi all’orizzonte.

“La vita è fatta di rischi, se non rischi mai non vinci niente”

La scrittura dell’autrice è pulita, schietta, dice le cose come stanno senza edulcorarle, evitando del tutto il politicamente corretto. Il risultato è una forte storia d’amore nei confronti di un Popolo e di un Paese, una storia di cuore. E quando scrivi col cuore al lettore arriva tutto: la delicatezza, la rabbia, la frustrazione, l’entusiasmo, il rimpianto, il rimorso, la speranza, l’amore. Sentimenti forti che attraversano il lettore, che vanno a toccare la nostra sensibilità circa i rapporti con i nostri stessi genitori, coi fratelli e le sorelle, con i figli.

“Ci dicevano che in realtà ci avevano venduto, che saremmo arrivati in un posto dove ci avrebbero prima di tutto fatto delle docce con un liquido freddo, poi ci avrebbero messo delle tute tutti uguali e assegnato dei numeri, perché i nostri nomi in quei posti lì non li sapevano pronunciare e allora tanto valeva chiamarci con dei numeri; altri però sostenevano che quegli sconosciuti non sapevano i numeri in russo, quindi ci avrebbero chiamati con dei nomi che noi non avremmo mai capito né tanto meno ricordato. Sembrava plausibile. Dopo ci avrebbero portato in grossi edifici, tutti bianchi e pieni di luci al neon, dove ci avrebbero sistemato in gabbie di un metro per uno e dove saremmo rimasti, nutriti a colli di gallina, fino al momento in cui saremmo stati chiamati per i loro esperimenti sui ‘bambini di Chernobyl'”

La storia rimbalza tra il punto di vista delle due protagoniste, ma La felicità non va interrotta è un romanzo corale, dove ciascuna figura, ogni personaggio, porta qualcosa. Leggere La felicità di Anna Bardazzi è come essere in casa, in famiglia, tra persone semplici che cucinano, mangiano, ridono insieme. E combattono, soffrono, sperano insieme. E noi con loro.

Per un bielorusso gli altri sono sempre importanti. Non si tratta di dimostrare qualcosa: nessuno perde tempo a pulire la casa, o si preoccupa dell’ordine. Quando si invita qualcuno, l’unica preoccupazione è rivolta al suo benessere: mangerà bene, mangerà abbastanza, sarà comodo, si sentirà a casa, passerà dei bei momenti?

Sullo sfondo, un grande Paese con le sue contraddizioni, il suo popolo fiero e decoroso, abbandonato a sé stesso dopo la caduta del Muro e al quale l’Occidente ha provato a portare sollievo portando soldi e doni dei quali nemmeno avevano davvero bisogno (e questo accade quando ci si parla addosso e non si ascolta, e i propri pregiudizi fanno il grosso del lavoro). Pregevole il cameo del vecchio ubriaco che dà una vera lezione di dignità ad Anna, ricordandole che sono stati anche loro ad abbattere il fascismo.

Anna Bardazzi parla di ciò che sa: laureata in Scienze Politiche con una laurea su Lukashenko, ha insegnato Relazioni Internazionali all’Università di Minsk. Impegnata a vario titolo su diverse piattaforme nel web ma fervente attivista in quanto a puntare i riflettori sulle questioni di quel Paese. Scrive (anche) per l’EastJournal, dove potete trovare i suoi resoconti e le sue analisi precise e taglienti. La sua famiglia ha ospitato bambini bielorussi per più di dieci anni, Anna è cresciuta con loro e possiamo comprenderne la sensibilità e l’empatia. Ed ecco qua la Bielorussia, così distante e straniera prima di Chernobyl, così prossima a noi dopo il più grande disastro nucleare della storia che, come una feroce pandemia, ci ha messi davanti al fatto che il mondo, in realtà, è molto piccolo e i suoi fenomeni, climatologici, sociali, politici, riguardano tutti noi, nessuno escluso.

“In fondo anche la madre di Stalin aveva sperato fino all’ultimo che diventasse prete”

Ehi, ma a proposito di dittatura, vi ho raccontato che in Bielorussia chi scende in piazza a protestare, seppur mosso dalle più nobili delle ragioni, rischia fino a 15 anni di carcere? E non parlo di un idrante per liberare un blocco stradale o per fermare un corteo non autorizzato. E nemmeno di una carezza in un pugno o l’Hilton Hotel. Bene, la prossima volta che protestate per la dittatura, scegliete meglio i vostri slogan.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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