
Amiche e amici, come state? Io bene. Stavo cercando il filo del discorso, ce lo avevo qui, in punta di lingua, tra i denti e invece. L’ho perso. Come si fa in questi casi? Il mio amico D. dice che devi avere un trick per ogni cosa. Non un piano B: un trick, una chiave, un attrezzo, uno strumento, uno stratagemma. Avete un trick da prestarmi?
Un vecchio mitico, mitologico trick per ritrovare la strada è, come insegnava già Arianna, il filo. Un filo (giallo) è quello che unisce i “ventotto paesaggi” esposti e raccontati nella mostra Legami Intangibili, in questi giorni al Museo di Trastevere. Legami Intangibili non è una sequenza di fotografie, è una mappa emotiva. Linee gialle che sembrano appunti nervosi su una cartina invisibile, lettere sparse come coordinate affettive, traiettorie che non spiegano ma suggeriscono. È subito chiaro che qui non si tratta di “feste” nel senso da calendario, ma di relazioni, di tensioni, di passaggi di senso tra luoghi e persone.






La parola chiave è proprio quella: legame. Non quello romantico da cartolina, ma quello vivo, instabile, a volte faticoso. Il legame tra un paese e chi lo abita. Tra un rito e chi lo ripete. Tra il corpo umano e un territorio che, a forza di essere attraversato, diventa casa.
Le immagini fotografiche documentano feste, processioni, riti, ma soprattutto raccontano ciò che di solito resta ai margini: gli sguardi laterali, i gesti automatici, le posture tramandate senza bisogno di spiegazioni. I ventotto reportage, che oggi costituiscono un Fondo Fotografico assai rappresentativo della cultura italiana conservato presso l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura, sono stati realizzati sull’intero territorio nazionale dai fotografi e le fotografe Marina Berardi, Barbara Di Maio, Francesco Faraci, Francesco Francaviglia, Fausto Podavini. È fotografia che non si limita a osservare: partecipa.



E qui sta il punto più interessante della mostra. Non c’è l’esotismo del “folklore”, non c’è la distanza del “guardate come sono strani”. C’è, invece, un lavoro paziente e rispettoso sul living heritage: patrimoni che non stanno sotto vetro, ma che respirano, cambiano, si consumano e si rigenerano ogni volta che qualcuno li mette in scena.
Le feste diventano così dispositivi sociali, luoghi di scambio tra umano e non umano, tra sacro e quotidiano, tra memoria e presente. Non celebrazioni immobili, ma momenti di frizione, di negoziazione, perfino di conflitto. Ed è bello che la mostra non cerchi di addomesticare questa complessità, ma la lasci lì, visibile, irrisolta.



Anche l’allestimento fa la sua parte: le linee, i collegamenti, i rimandi visivi funzionano come una sorta di narratore silenzioso. Non ti dicono cosa pensare, ma ti invitano a costruire il tuo percorso, a collegare punti lontani, a riconoscere analogie dove non le avevi previste.
Uscendo, resta una sensazione precisa: quella di aver guardato qualcosa che ci riguarda, anche se non riconosciamo quei luoghi, anche se non abbiamo mai partecipato a quelle feste. Perché, in fondo, il vero soggetto della mostra non è la tradizione, ma il bisogno umano di appartenere, di ritrovarsi, di dare forma collettiva al tempo che passa.


Legami Intangibili non è una mostra da consumare in fretta. È una mostra che chiede attenzione, lentezza, disponibilità all’ascolto. E, cosa rara, riesce a fare una cosa difficile: parlare di patrimonio senza renderlo polveroso, parlare di identità senza irrigidirla, parlare di comunità senza idealizzarla.
E tu chiediti: dov’è il capo del filo che hai perso? Quali sono i legami intangibili che tengono insieme i nostri paesaggi quotidiani, anche quando fingiamo di non vederli?





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