Cine de papel: manifesti, non locandine


Amiche e amici, come state? Io bene. Vi ricordate prima di internet com’era scegliere il film da vedere al cinema? Il passaparola, le critiche sui quotidiani, il fatto che ci piacesse questa attrice o quell’attore. Ma, soprattutto, la locandina. Una locandina ben costruita, con una composizione accattivante, poteva valere la scelta definitiva di una pellicola tra le tante esposte sui cartelloni. Pensavo a questo visitando la mostra Cine de papel.

Cine de papel è una mostra sui manifesti cubani di cinema italiano. Niente nostalgia di maniera, niente celebrazione facile. È una mostra che funziona perché mette a confronto due sistemi visivi incompatibili: il cinema italiano così come lo conosciamo e la sua traduzione grafica dentro un contesto politico, culturale e produttivo completamente diverso.

I poster esposti non “illustrano” i film. Li smontano. Eliminano volti, star, scene madri. Tengono un’idea sola e la spingono fino in fondo. A volte con intelligenza, a volte con una semplificazione brutale, ma quasi mai in modo decorativo. Questo è il punto interessante della mostra: non la bellezza in sé, ma il metodo.

Nel contesto cubano il manifesto non è un supporto promozionale ma uno spazio di libertà controllata. Non deve vendere, deve suggerire. E infatti questi lavori dicono molto più del clima in cui sono stati prodotti che dei film a cui si riferiscono. Il cinema italiano diventa un pretesto, non il soggetto principale.

La selezione regge. Non tutto è memorabile, ma ogni cosa è coerente. Si vede chiaramente quando l’idea è forte e quando si limita a essere elegante. Ed è giusto così: la mostra non cerca capolavori uno dopo l’altro, ma una linea, un percorso, un sentimento.

Il merito principale è ricordare una cosa semplice: la grafica può essere linguaggio, non ornamento. E che l’immagine, quando non è schiava del mercato, può permettersi ambiguità, ironia, persino errore.

Mostra pulita, leggibile, senza sovrastrutture inutili. Al Museo di Roma in Trastevere funziona bene anche per questo: spazio giusto, ritmo giusto, niente effetti speciali. Solita punta di malcelata irritazione per lo scrivente: i faretti usati per illuminare l’esposizione che sono, al solito, spiacevolmente invadenti e non come gli odori, i profumi e i colori del caribe.

Interessante il rapporto tra cinema e comunicazione visiva (incluso nella visita un breve documentario sul processo di creazione e stampa dei manifesti). Vale ancora di più se ti interessa capire cosa succede quando il cinema smette di essere spettacolo e diventa segno. Una storia comincia molto prima del primo fotogramma. Comincia su un foglio di carta appeso a un muro.

E sì, vale decisamente la visita. Anche solo per ricordarci che immaginare è ancora un gesto politico. E bellissimo.

Viva il cinema. Viva Cuba.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi


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