


Amiche e amici, come state? Io bene. Vi è mai capitato di emozionarvi (con le lacrime, dico) a una mostra senza capirne il perché? A me capita, spesso. Ne ho parlato alla mia terapista, e pare sia qualcosa che ha a che fare con la memoria primitiva, raccolta dall’ippocampo e fissata grazie all’amigdala (c’è un neuropsichiatra in sala?).
Con gli occhi e con le orecchie è una mostra costruita sul riconoscimento dei suoi elementi, sulla costruzione e la conservazione della memoria. Come un ippocampo ma esterno, un registro emotivo nelle nostre mani e davanti ai nostri occhi.



Il lavoro di Piero Angelo Orecchioni Occhioni si muove su un terreno materiale e operativo: lettere, fotografie, tessuti, parole, archivi personali. Non sono evocazioni, ma strumenti. Oggetti che vengono manipolati, ricuciti, stratificati, messi in tensione.
La scrittura, in particolare, non ha una funzione narrativa né decorativa. È segno, traccia, incisione. Il ricamo rallenta il tempo, lo rende visibile. La tela smette di essere supporto e diventa superficie attiva, corpo che trattiene e restituisce. In questo senso, le opere non illustrano un’idea di memoria: la producono, la mettono in atto.



Piero Angelo Orecchioni Occhioni è un creativo totale: architetto, designer e artista nato a Luogosanto, in Gallura, e oggi attivo tra Firenze e la scena internazionale. Dopo la laurea in architettura a Firenze, ha iniziato la sua attività professionale esplorando confini e relazioni tra spazio, forma e significato. Nel 1998 è co-fondatore dello Studio63 a+d, realtà di architettura e design con proiezione internazionale, e nel 2015 dà vita — insieme a Jonathan Rosenfeld — a La Récréation, un laboratorio di progetto che fonde arte e design in una pratica creativa viva e partecipata. Con rigorosa poesia visiva e una sensibilità orientata alla memoria, la sua ricerca attraversa materiali, segni e racconti, come testimonia questa esposizione dove opere, fotografie, installazioni e oggetti pongono lo spettatore in dialogo intimo tra memoria e tempo presente.
Il percorso espositivo procede per accumulo e relazione. Le serie dialogano tra loro senza gerarchie evidenti: Paesaggi familiari, Lettere d’amore, Attese non sono capitoli tematici, ma variazioni di uno stesso metodo. La memoria viene trattata come un sistema instabile, continuamente riscritto, mai definitivamente pacificato.



Centrale è il lavoro sulle lettere d’amore dello zio. Non come episodio biografico, ma come caso di studio. Orecchioni interviene su un materiale intimo assumendosene la responsabilità: riscrive, integra, colma vuoti. Non conserva, ma trasforma. Il gesto artistico non è commemorativo, è operativo. Da lì nasce una narrazione che non riguarda più solo una storia privata, ma un meccanismo riconoscibile: quello con cui ogni memoria familiare diventa, prima o poi, collettiva.
La Gallura, luogo d’origine dell’artista, entra nel lavoro senza funzione identitaria o folklorica. Non come tema, ma come struttura. Un punto di partenza che spiega la persistenza di certi gesti e di certe forme, non un ritorno sentimentale alle radici.


Con gli occhi e con le orecchie evita consapevolmente l’estetica della nostalgia. Non chiede complicità emotiva, non ammicca, non cerca empatia immediata né indulgenza. È una mostra che chiede attenzione, perché lavora su processi lenti e su materiali fragili. Come i ricordi. La sedia, la garza, la goccia, il filo di cotone, la parola. Ti trovi a commuoverti e non ti spieghi il perché.
(C’è un neuropsichiatra in sala?)







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