Mapplethorpe. Ordine e ossessione

Amiche e amici, come state? Io bene, però dopo mesi di vita in hotel e mangiare fuori casa pensavo: a un certo punto, che fine fanno gli addominali? Me lo chiedevo girando per le sale del Palazzo Reale di Milano, alla mostra di Robert Mapplethorpe e le proporzioni neoclassiche dei suoi corpi.

Costruita in modo lineare, quasi didattico, l’esposizione “Le forme del desiderio” mostra la coerenza ossessiva dell’artista. Le sezioni seguono un percorso cronologico e tematico: dagli esordi sperimentali ai ritratti, dai fiori ai nudi, fino agli autoritratti finali. Non è una retrospettiva “scandalistica”: è una mappa. Smappiamola insieme:

1. Gli inizi: collage e Polaroid

Diversi i collage: cresciuto in una famiglia molto religiosa, le sue composizioni fatte di ritagli, immagini, fili, stoffe, disegni e fotografie sono coloratissime, provocatorie nell’esprimere il rapporto profondo dell’artista nei temi sacri ed erotici insieme

Poi scopre la fotografia: Mapplethorpe diventa formalista. I primi lavori raccontano un artista che cerca controllo. Inquadra, isola, ripulisce. Anche quando il soggetto è sporco, marginale, underground, la fotografia è pulita. Simmetrica. Classica. Qui entra in scena Patti Smith. Non come aneddoto biografico, ma come presenza strutturale. Le sue immagini non sono semplici ritratti di una compagna di strada: sono dichiarazioni estetiche. Mapplethorpe sta già facendo una cosa precisa: trasformare la controcultura in icona.

2. I ritratti: celebrità e sculture viventi

La sezione dedicata ai ritratti è probabilmente la più accessibile per il grande pubblico. Volti noti, fondi neutri, luce chirurgica. Ogni soggetto diventa monumento. Non c’è psicologia, non c’è empatia narrativa. C’è costruzione. Mapplethorpe non “cattura l’anima”. Costruisce una forma. Questo vale per le star come per gli sconosciuti. La fotografia non fa differenze: livella tutto in un’estetica severa, quasi marmorea. Se cercate spontaneità, non è il posto giusto. Se cercate rigore, sì.

3. I fiori: l’ossessione della perfezione

Le immagini dei fiori sono una trappola concettuale. Molti le leggono come pausa lirica rispetto ai nudi. In realtà sono la stessa cosa. Un’orchidea fotografata da Mapplethorpe ha la stessa tensione erotica di un corpo maschile. Stesso fondo nero, stessa centralità, stessa frontalità. Il fiore diventa anatomia. L’anatomia diventa scultura. È qui che si capisce che il tema non è il sesso. È la forma.

4. I nudi e la serie X: estetica e conflitto

La parte più discussa, quella che negli anni Ottanta generò processi, censure, polemiche, oggi è esposta con ordine quasi museale. E questo è interessante. Le fotografie della scena BDSM newyorkese non sono reportage. Sono composizioni classiche con soggetti estremi. Il cortocircuito nasce da lì: Caravaggio che incontra i club di Manhattan.

Guardandole oggi, col filtro di quarant’anni di immagini esplicite sui social, il “trauma” si ridimensiona. Resta però la radicalità dell’intento: portare l’underground dentro la storia dell’arte.

I nudi di Mapplethorpe stanno all’arte classica come un cliché: le donne sono delicate, eteree; gli uomini virili fino all’osceno, coi muscoli nervosi e i membri esposti. Esattamente quello che ci si aspetta, nessuno “scandalo” (almeno, non ai nostri occhi contemporanei).

5. Gli autoritratti: controllo fino alla fine

Gli autoritratti finali chiudono il percorso con lucidità spietata. Mapplethorpe malato, elegante, consapevole. La morte entra nell’inquadratura ma non rompe la composizione. Anche qui: controllo. Non c’è confessione. C’è messa in scena. Ed è forse questo che disturba più di tutto: la capacità di restare formale anche davanti alla propria fine.

In sintesi, la mostra milanese funziona perché evita la retorica. Non trasforma Mapplethorpe in martire, né in icona pop. Lo restituisce per quello che è stato: un artista ossessionato dall’ordine, dalla simmetria, dalla bellezza intesa come struttura.

Mapplethorpe non ha fotografato il proibito. Ha fotografato ciò che voleva rendere inevitabile. Se vi aspettate una mostra “trasgressiva”, rischiate di rimanere delusi. Se vi interessa capire come la fotografia possa dialogare con la scultura classica, con il Rinascimento, con l’idea stessa di forma, allora sì.

Mi è venuta fame, ciao.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi


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