Silvia Camporesi al Mattatoio: i luoghi non dimenticano

Amiche e amici, come state? Io bene, anche se, lo ammetto, quando sono al Mattatoio di Testaccio non la vivo sempre al meglio perché, inevitabilmente, mi tornano alla mente le immagini a cui questo luogo è stato legato per i suoi usi originari (ovvero l’uccisione e la macellazione di altri esseri viventi diversi da noi).

Ma parliamo di Silvia Camporesi e della sua mostra C’è un tempo e un luogo. Curata da Federica Muzzarelli, promossa da Roma Capitale e Fondazione Mattatoio, è aperta fino al 29 giugno 2026 al Centro della Fotografia di Roma, il primo spazio pubblico permanente dedicato alla fotografia nella capitale, nato – non è un dettaglio – dentro le costole di ferro e ghisa dell’ex Mattatoio di Roma. Che già questo mi sembrava un segnale: uno spazio che ha fatto i conti con la morte, con la carne, con il sangue, che ora ospita immagini di luoghi sospesi tra la vita e il sogno. Il destino ha certi gusti particolari.

Silvia Camporesi nasce a Forlì nel 1973. Laurea in filosofia. Lavora con fotografia e video. Ma già qui bisogna fermarsi: quando uno si laurea in filosofia e poi impugna una macchina fotografica, non sta documentando il mondo: sta interrogandolo. E Camporesi interroga, eccome.

La sua è una pratica che potrei definire, con un po’ di approssimazione che spero mi venga perdonata, una fotografia dell’inosservabile: non ritrae ciò che tutti vedono, ma ciò che i luoghi portano con sé e che di solito noi attraversiamo senza nemmeno accorgercene. Fratture temporali. Memorie sepolte. Il punto in cui il reale comincia a cedere e l’immagine smette di essere una prova di qualcosa e diventa una domanda.

Il titolo della mostra viene da Picnic at Hanging Rock (1975) di Peter Weir – quel film dove alcune ragazze spariscono nel nulla durante una gita scolastica, la roccia inghiotte la narrazione e non arriva nessuna risposta. I luoghi come entità autonome, capaci di assorbire e trattenere. Ecco: tenetevi questo schema in testa mentre visitate la mostra. Vi aiuterà.

Il percorso espositivo raccoglie cinque serie realizzate nell’arco di quindici anni e funziona come un atlante poetico: non una mappa geografica, ma una mappa emotiva e filosofica. Più ci si addentra, più si capisce che i luoghi non sono mai solo luoghi.

La terza Venezia è forse il punto di ingresso più straniante. Camporesi racconta Venezia – non quella delle cartoline né quella del turismo compulsivo, ma una Venezia sospesa, reinventata, quasi onirica. Una città che esiste in un altrove parallelo. Guardando quegli scatti mi sono ricordato di quella sensazione che si ha quando si sogna un posto familiare ma storto, leggermente fuori asse, e non si riesce a capire se il disagio viene dal sogno o dalla memoria.

Journey to Armenia porta lontano, fisicamente e culturalmente. L’Armenia di Camporesi è una stratificazione: storia antica, traumi collettivi, paesaggi che portano addosso secoli di significato. Qui la fotografia diventa strumento di ascolto più che di visione. Si sente il peso di quello che è stato, di quello che è rimasto e di quello che è stato strappato via.

Atlas Italiæ è la sezione che mi ha colpito forse di più, da quello che sono: uno che ha vissuto in più città italiane e che conosce bene quel tipo di malinconia da paese abbandonato, da centro storico svuotato, da piazza dove non c’è più nessuno a fare niente. Camporesi percorre l’Italia cercando i luoghi dimenticati, quelli dove il tempo si è seduto e non si è più alzato. Luoghi di memoria e cura, dice la curatrice. Io dico anche: luoghi di senso di colpa collettivo, perché siamo bravi a parlare di identità nazionale e poi lasciamo che interi pezzi di storia vadano in polvere.

Almanacco sentimentale introduce qualcosa di più personale, più intimo. La fotografia come ricostruzione di eventi mai avvenuti o rimasti irrisolti. Qui l’autobiografia entra nel lavoro in modo esplicito: quella fusione tra espressione artistica e necessità biografica di cui parla la stessa Muzzarelli. È la sezione più fragile, nel senso migliore del termine.

Mirabilia chiude il cerchio con architetture visionarie, costruzioni impossibili o immaginarie, strutture che non stanno nelle leggi della fisica ma stanno benissimo nell’immaginazione. Come se Camporesi, dopo aver attraversato la memoria e la perdita, si prendesse il permesso di inventare un mondo nuovo.

A completare tutto questo c’è Omaggio al Mattatoio, un lavoro site-specific realizzato apposta per questo spazio nel 2025, che entrerà a far parte dell’archivio permanente del Centro della Fotografia. Un atto di presenza, di rispetto per il luogo che la ospita. Non capita spesso che un’artista risponda così al contenitore.

Da Amico dell’Arte e da persona che ha passato un pomeriggio a girarci dentro con la testa piena di domande, vi dico che questa mostra si visita bene se ci si concede tempo. Non è roba da consumare di corsa tra una storia Instagram e l’altra. È roba da sostare davanti. Da lasciar depositare. Il tipo di fotografia che Camporesi fa dice qualcosa su come guardi il mondo, su dove sei stato, su cosa hai perso.

Il Centro della Fotografia di Roma è una bella notizia per questa città, che aveva questo buco da anni nel suo panorama culturale. L’ex Mattatoio con le sue capriate in ghisa, i volumi industriali, quella luce filtrata, è un contenitore che ha carattere e che non schiaccia le opere ma le amplifica.

Grazie per la lettura e… alla prossima esposizione!

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi



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