

Amiche e amici, come state? Io bene. Con le mie personali consulenti artistiche* (*figlie) ci chiedevamo: quando è nata l’arte contemporanea? Loro dicono con l’Espressionismo (Fauves, Die Brücke), il Cubismo (da Picasso a Braque), il Futurismo (Balla, Boccioni, Carrà), l’Astrattismo (Kandinsky, Mondrian), il Dadaismo (Duchamp, Ernst), il Surrealismo (Dalì, Magritte) e la Metafisica (da De Chirico a Morandi di cui parleremo in un altro, simpatico post). Io dicevo invece dall’Impressionismo. Da quando cioè, con l’avvento della fotografia, i pittori hanno dovuto smettere di “copiare” la realtà (ammesso che uomini alati e altre figure celesti si possano considerare “realtà”) per dare senso al proprio lavoro. Strizzando gli occhi, hanno prodotto suggestioni delle immagini che riproducevano e, dunque, l’Arte che tutti oggi possiamo apprezzare.
Una sintesi di questo percorso è in mostra in questi giorni a Roma, negli spazi museali a protezione dell’Ara Pacis. La mostra si chiama “Impressionismo e oltre. Capolavori dal Detroit Institute of Arts”. Cinquantadue opere, quattro sezioni, un arco temporale che parte dagli anni Quaranta dell’Ottocento e arriva alle avanguardie tedesche. Tutto da Detroit, uno dei musei americani che ha comprato meglio nella storia. I curatori sono Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi.
Smappiamola insieme.






1. Gli impressionisti veri, quelli che il liceo vi ha rovinato
Comincio con una confessione: l’impressionismo l’ho sempre trovato (ahimè!) un po’ telefonato. Troppo nelle cartoline, troppo nelle tazze dei musei, troppo ovunque. Renoir in copertina sulle agende di Natale. Monet nei bagni degli hotel. Roba così.
Ma essere lì, col naso a pochi centimetri da quelle opere, ti fa sentire quello che è il vero vibe che l’artista voleva trasmettere. Davanti alla Donna in poltrona di Renoir (1874) — è il visual ufficiale della mostra, quella che vedete sui manifesti — capisci che è la riproduzione, il problema. Dal vivo quella pennellata ha una vibrazione diversa. La donna non è ferma: è trattenuta, ed è una grossa differenza.
Cézanne con le Bagnanti (1879-1880) è un’altra storia. Qui già si capisce dove stiamo andando: i corpi sono semplificati quasi con fastidio, come se la somiglianza “fotografica” fosse un problema da risolvere il prima possibile. E poi ci sono cinque Degas. Cinque. Degas non dipinge quello che vede: ritaglia. Taglia fuori la metà sinistra, sposta il soggetto sul bordo, lascia il centro vuoto, anticipando, così, la composizione fotografica.





2. Van Gogh e gli altri che hanno alzato la voce
La seconda sezione ci porta davanti alle pennellate materiche del genio olandese. Van Gogh è Van Gogh, non c’è molto da aggiungere che non sia già stato detto. Però vederlo dal vivo — quella pennellata che sembra nervosa, quasi ansiosa — è diverso dal saperlo. È sempre qualcosa di più intenso di come ti aspettassi.
Poi c’è di nuovo Cézanne, questa volta con la Montagna Sainte-Victoire. La stessa montagna, rifatta decine di volte, ogni volta più smontata. Non è ossessione nel senso romantico: è metodo. Cézanne sta cercando qualcosa di preciso — la struttura sotto la superficie — e non si ferma finché non lo trova. O forse non lo trova mai, e per questo non si ferma. Poi Gauguin, che riconosci senza indugi, chiude con quei colori che non descrivono: dichiarano.






3. Parigi, ovvero il posto dove tutto esplode contemporaneamente
Terza sezione, e qui la mostra diventa quasi caotica — nel senso buono. La Parigi del primo Novecento è il momento in cui ogni artista sembra fare una cosa diversa dagli altri, tutti allo stesso tempo, tutti nello stesso chilometro quadrato.
Matisse che non decora, ma usa il colore come se fosse un materiale da costruzione. Picasso, sia nel periodo rosa (con quella malinconia lì dentro che il cubismo poi nasconderà completamente) che in quello cubista. Poi anche Juan Gris e María Blanchard. E Modigliani e Soutine, eleganza e nevrosi a confronto a chiudere la sezione.






4. La Germania, e come finisce
L’ultima sala esprime l’Espressionismo, dai tedeschi (Die Brücke, Blaue Reiter) ai russi. Kandinskij porta l’astrazione come destinazione logica di tutto il percorso: dopo che Cézanne ha smontato la forma e Van Gogh ha elettrificato il colore, era inevitabile che qualcuno arrivasse a togliere di mezzo il soggetto del tutto.
Ma è Beckmann quello che mi ha bloccato. Figure ingabbiate, spazio compresso, nessuna via d’uscita nell’inquadratura. Beckmann dipinge la Germania che si sta per rompere — e lo fa con un’eleganza che rende tutto più inquietante. Nolde, Pechstein, Kokoschka, Feininger: ognuno porta un pezzo dello stesso presagio. Non è arte decorativa. È arte che anticipa qualcosa di tragico che noi conosceremo solo dopo.




Nel complesso, una bella selezione, cronologicamente ben composta. Lascia però la sensazione di aver attraversato decenni di arte (e storia) troppo in fretta. Come se ci fosse ancora del non detto, un’anticipazione dei tempi cupi che stanno per arrivare. Riaffiori sul Lungotevere con una strana, opprimente sensazione di déjà vu.
Alla prossima, ciao.
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