



Amiche e amici, come state? Io bene. C’è stato un momento nella mia complessa esperienza “artistica” (sovrapponibile in senso filosofico alla vita) in cui ho percepito lo scatto di crescita, l’illuminazione. E. lo ricordo perfettamente, è stato visitando una grande mostra di pittura, nello specifico a Roma, alle scuderie del Quirinale. Le opere raccontavano… ciò che non mostravano. Era la più grande mostra sulla Metafisica realizzata fino a quel momento.
Quell’invito a colmare gli spazi, a riempire di senso quello che veniva anche appena suggerito, mi ha accompagnato nella pittura e nella scrittura, nell’interpretazione e nella lettura. Immaginate la mia sorpresa nello scoprire, molti anni dopo, proprio nel periodo in cui sto insegnando a Milano, una nuova strepitosa esposizione dedicata alla malinconica modernità della Metafisica.




Ne potremmo parlare per ore, a cominciare dalle motivazioni emotive che portarono gli artisti a rappresentare manichini anziché uomini, o paesaggi dove il tempo è fermo, immobile, o nature morte di forme nello spazio. Motivazioni legate all’entrata del mondo nella Grande Guerra. Potremmo parlare di come, contro la volontà degli artisti, il fascismo si sia impossessato della pulizia delle linee della Metafisica per realizzare le sue città “ideali”, i suoi quartieri razionalisti. Potremmo parlare di come la Metafisica abbia condizionato molti ambiti, dalla pittura alla scultura, alla musica, alla fotografia, al fumetto, alla scenografia, al cinema, al teatro, fino alla televisione e alla pubblicità. Ma almeno per quanto riguarda quest’ultimo punto, lasciamo parlare la mostra che, riconosco, è veramente, veramente ben costruita.

Metafisica/Metafisiche. Modernità e malinconia, curata da Vincenzo Trione, è aperta a Palazzo Reale fino al 21 giugno. Circa 400 opere tra dipinti, sculture, fotografie, disegni, oggetti di design, plastici architettonici, illustrazioni, fumetti, riviste, video e vinili. Una mole che potrebbe intimidire e che invece, nella pratica della visita, scorre con una naturalezza che ha a che fare con la chiarezza del progetto curatoriale. La Metafisica viene trattata come una postura mentale prima ancora che come uno stile: un invito a guardare oltre la superficie delle cose, a cogliere quella dimensione nascosta che trasforma l’ordinario in mistero.
Il nucleo del percorso è quello del gruppo storico nato a Ferrara nel 1917: de Chirico, Savinio, Carrà, de Pisis, Morandi. Cinque artisti che non formano una scuola nel senso scolastico del termine ma condividono qualcosa di più difficile da nominare. Una certa qualità dell’attenzione verso le cose, un modo di stare davanti al mondo come se il mondo nascondesse sempre un piano segreto.




Stare davanti a Enigma della partenza di de Chirico (star portante dell’intera esposizione, presente anche in video, nei diversi documentari proiettati) è come ricevere una telefonata da qualcuno che non senti da vent’anni e che non dice niente, respira soltanto. Quei portici che non portano da nessuna parte, quella luce che non corrisponde ad alcuna ora reale del giorno. De Chirico costruisce spazi che il corpo non può abitare ma che la mente riconosce immediatamente, perché sono la forma esatta di certe angosce che normalmente non hanno immagine. Angosce, dicevamo, legate a un sentimento di morte, di abbandono dei valori, di disgregamento dell’Uomo. Ma de Chirico è anche uno spirito felice, giocoso. Lo ritroviamo nelle sue collaborazioni con la TV, con le sue scenografie e i costumi, le collaborazioni con le riviste di moda o con il teatro.


Poi c’è Carrà, e qui la mostra fa una cosa intelligente: mettere a confronto le sue tele con quelle di de Chirico. Questo permette di cogliere una differenza fondamentale: se il Pictor Optimus è l’architetto del sogno, colui che costruisce spazi mentali impossibili, Carrà è il costruttore della solidità. Madre e figlio del 1917, che è anche l’immagine-manifesto dell’intera mostra, ha quella compostezza impassibile che Carrà porta dalla sua stagione futurista ma, qui si vede, è come se il movimento si fosse cristallizzato di colpo e avesse deciso di stare fermo per sempre.




A questo punto irrompe Savinio. Le sue figure ibride rompono la solennità dechirichiana per introdurre una dimensione quasi favolistica e perturbante. Savinio è la prova che la Metafisica può essere anche rumorosa, colorata, grottesca. Fratello di de Chirico, ma diversissimo da lui nel temperamento — più ironico, più disposto al gioco, più convinto che la mitologia greca fosse una fonte di comicità oltre che di terrore. Le sue creature con teste di animale e corpi borghesi sono la cosa più vicina che il Novecento italiano abbia prodotto a certi personaggi di Gogol’. C’è qualcosa di teatrale in tutto Savinio, e non a caso la mostra dedica una sezione al suo lavoro per il Teatro alla Scala — bozzetti di scenografie e costumi degli anni Quaranta e Cinquanta che dimostrano come la Metafisica non fosse per lui un programma ma un modo di stare al mondo.


Morandi occupa una sala a parte, giustamente. Le sue nature morte appaiono come preghiere visive. Trione evidenzia come Morandi non dipinga bottiglie, ma l’intervallo tra le bottiglie. È una delle osservazioni critiche più precise che abbia sentito su di lui. Le sue Nature morte hanno una qualità claustrofobica e insieme liberatoria che non smettono di stupirmi ogni volta che le incontro: oggetti banali, regoli, sfere, fermaporta, disposti in uno spazio che non obbedisce alle leggi della prospettiva normale, dove la gravità decide di prendersi una pausa.








La seconda parte della mostra si apre agli eredi, le cui opere sono sfacciatamente condizionate: Magritte, Ernst, Dalí, poi Sironi, Casorati, e più avanti ancora Warhol, Paladino, Vezzoli. L’impronta metafisica, quel genio del mostro-senza-mostrare, dico-senza-dire sarà presente per sempre, fino ai giorni nostri.



















L’ultimo ambiente riporta al centro de Chirico attraverso la ripresa dell’allestimento della mostra londinese Metafisica da Giardino ideata da Francesco Vezzoli, che trasforma lo spazio in una vera e propria Piazza d’Italia dipinta. È uno dei momenti più riusciti dell’intero percorso non perché sia spettacolare, ma perché chiude il cerchio con una leggerezza che le mostre di questa ampiezza raramente si concedono.
Felice per questa esperienza che mi ha riempito gli occhi e il cuore. Fermatevi anche a vedere i filmati proiettati. A parte quello della piccola stanza buia dove trasmettono immagini del Ventennio (camicie nere ladre anche delle buone intenzioni dei nostri artisti).
Torniamo fuori, nel brulicante mondo dell’inganno, del like/unlike, del fake post, del mostro-senza-mostrare, dei dico-senza dire.
Ciao. Anzi, meta-ciao.
Michele Lamacchia
Le parole creano mondi





Una nota sull’illuminazione (un aspetto che, come sapete, ho sempre criticato aspramente e che a volte nelle mostre grandi viene trattata come una questione tecnica secondaria: qui no). Il curatore delle luci Francesco Murano ha scelto una luce che non fosse teatrale, ma nemmeno neutra. Una luce che suggerisce, che lascia zone di incertezza, che non chiarisce tutto. Che è esattamente quello che la Metafisica chiede.
Scopri di più da
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.