La banalità del Genocidio Palestinese

Amiche e amici, come state? Avete presente i Tedeschi di Hitler? Chi, venuto a conoscenza delle atrocità commesse da quella dittatura sanguinaria, non avrebbe pensato di schierarsi, di opporsi, di combattere quel regime con ogni mezzo? Chiunque. Chiunque eccetto i fascisti, ok. Ma, concettualmente, chiunque. Chi venuto a conoscenza delle atrocità perpetrate da Israele nei confronti dei Palestinesi non vorrebbe intervenire per fermare quel Governo aggressore con qualunque mezzo? AH!

Il concetto di “banalità del male” di Hannah Arendt (qui in un’edizione di Feltrinelli), è profondamente legato alla sua analisi della figura di Adolf Eichmann, uno degli artefici principali dell’Olocausto.

“Eichmann non era un mostro, né un sociopatico, ma una persona assolutamente normale.”

Arendt lo descrive come un uomo comune, privo di grandi motivazioni ideologiche o psicologiche particolarmente deviate, ma che agiva in modo meccanico e senza riflettere pienamente sulle conseguenze delle sue azioni. La sua “banalità” risiede proprio nel fatto che egli compiva atrocità senza essere un mostro o un demone, ma qualcosa di ancor più terrificante: semplicemente un burocrate, un funzionario qualunque che si atteneva alla routine amministrativa e a un’obbedienza cieca alla gerarchia e alla legge.

“Eichmann non ha mai mostrato segni di un odio particolare per gli ebrei, ma era assolutamente determinato a eseguire il suo dovere come impiegato del governo nazista.”

Questa riflessione diventa ancora più pertinente se la mettiamo in parallelo con le dinamiche che, purtroppo, vediamo ripetersi anche nei conflitti contemporanei, come quello israelo-palestinese. (ho scritto “conflitto”, ma è un termine improprio: un conflitto presuppone una “partita” tra due attori coinvolti che si confrontano, mentre qui c’è un solo, grande invasore che con vari pretesti sta portando avanti da più di ottanta anni un progetto egemonico di disintegrazione di un altro popolo).

Il parallelismo che si può tracciare riguarda proprio l’anonimato e la normalizzazione della violenza: il male, purtroppo, non è sempre il frutto di una mente malvagia, ma può essere il risultato di un sistema che depersonalizza gli attori e rende le atrocità parte della quotidianità amministrativa e militare. Si pensi che più dell’80% degli Israeliani sono favorevoli all’annientamento dei Palestinesi e molti di questi li considerano meno che animali.

La “banalità del male” nell’invasione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania si sviluppa in fasi e modalità identificabili così:

  1. Desensibilizzazione e obbedienza burocratica: Proprio come Eichmann, molti degli attori che sono coinvolti nel genocidio o nella sistematica oppressione dei palestinesi potrebbero non essere motivati da odio razziale o ideologico diretto, ma operano all’interno di una struttura burocratica e militare che li spinge a compiere azioni violente in modo quasi automatico. Le decisioni vengono prese in base a ordini e a piani strategici, spesso distaccati dalla realtà umana delle vittime;
  2. Deumanizzazione dell’altro: Una delle caratteristiche più evidenti dell’occupazione e del trattamento dei palestinesi è la continua deumanizzazione. I palestinesi vengono ridotti a numeri, statistiche, categorie politiche e, quindi, privati della loro individualità e dignità. Nelle parole di Arendt, si potrebbe dire che ciò che viene fatto loro è “banale” nel senso che è parte di una routine quotidiana e politica che, seppur cruenta, non sembra suscitare un grande sdegno o emozioni da parte di chi la perpetra (politicamente, non soltanto l’estrema destra, ma neppure la parte più moderata e progressista della Knesset si dimostra sensibile alla disumana aggressione del loro esercito);
  3. Complicità attraverso il conformismo: Come negli anni del nazismo, c’è una forte cultura del conformismo che implica una certa complicità nel crimine, anche da parte di individui che non sono direttamente responsabili delle decisioni. Molti soldati, politici o anche cittadini che si trovano in situazioni simili potrebbero non interrogarsi profondamente sulle azioni che compiono, ma si limitano a eseguire ordini, come nel caso degli ufficiali nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. La banalità del male non è solo la manifestazione del male da parte di pochi mostri, ma una complicità diffusa in una società che accetta la violenza come parte della normalità;
  4. Impunibilità e legittimazione del potere: Nel caso del conflitto israelo-palestinese, come nel caso del nazismo, il sistema in atto sembra proteggere i suoi esponenti, creando una cortina di giustificazioni ideologiche e legali che permettono alle atrocità di continuare senza un vero giudizio morale. I responsabili delle violenze possono trovarsi in una situazione in cui le proprie azioni sono giustificate dal sistema in cui operano, in un contesto di “legittima difesa”, “sicurezza nazionale” o “risposta al terrorismo”. In entrambi i casi, questa legittimazione facilita la perpetuazione del male in modo quasi anonimo e distaccato.

Arendt fu inviata del New Yorker al processo di Gerusalemme, ed è da quelle 120 udienze in aula che nacque il libro. Eichmann, con la sua apatia calcolata, raccontò di aver “solo organizzato trasporti”; una frase che pesa, nel suo vuoto, come un’intera macchina dell’orrore operata con freddezza quotidiana. Arendt capisce che il male più pericoloso non è quello grandioso o poetico, ma quello che si nasconde nel burocratico, nella calma piatta dell’inevitabile.

Un libro scomodo, che non offre consolazioni. Arendt analizza il contesto: il tribunale israeliano era modellato non soltanto sulla giustizia, ma su un messaggio politico forte: consolidare lo Stato d’Israele e strutturare l’identità nazionale attraverso un evento mediatico forte. Il processo, allora, non è solo un atto di giustizia, ma un dispositivo politico con un significato simbolico enorme.

Il Male non chiede di essere incarnato da scultori diabolici. Si innesta nel pensiero pigro, nell’indifferenza che dorme al cospetto dell’orrore.

Arendt ammonirebbe: pensare è un dovere; “non pensare” è già un atto. Quel che accade oggi è indelebile e non obbligatoriamente irreversibile. Rifiutare la passività, riattivare il senso critico, è il solo antidoto contro la banalizzazione dell’abominio.

Perché leggere Arendt oggi? Perché la sua proposta è radicalmente attuale: il male abita tra noi, non altrove; non è (solo) ideologia, ma appiattimento, distrazione, assuefazione. Il male contemporaneo non assume immagini epiche: parla di normative, routine, ignoranza calcolata. Chi guarda è già complice — e solo una coscienza che pensi, che dubiti, che nomini, può spezzare la spirale.

Farlo è un atto politico, civile, etico. Arendt non fornisce soluzioni, ma suggerisce un cammino indispensabile: pensare, sempre. Anche quando fa male. Anche quando abbiamo paura. Anche quando il mondo ci sembra immobile.

La “banalità del male” non riguarda solo la facilità con cui un individuo può compiere atti orribili, ma anche come un sistema possa rendere l’orrore quotidiano, trasformandolo in una routine che non suscita alcuna riflessione o ripudio. Nel caso del genocidio palestinese, così come nel contesto nazista, la violenza e l’oppressione possono essere giustificate da motivazioni politiche o di sicurezza, ma ciò non fa che alimentare una spirale di disumanizzazione e sofferenza. Arendt ci invita a riflettere su come il male possa infiltrarsi nei meccanismi della vita quotidiana, diventando “banale” proprio nella sua ordinarietà, nella sua routine, e nella sua ripetitività. La sfida, oggi, sta nel riconoscere questi meccanismi e nel rifiutarli prima che diventino normali.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

“Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti” – siete complici anche quando vi rifiutate di partecipare, quando vi rifiutate di esporre, quando vi rifiutate di manifestare, quando vi rifiutate di opporvi. Siete complici se il vostro Governo è complice.

E a proposito della banalità del male, prossimamente: “quanto ce ne frega dei migranti in fuga che affogano in mare (con tanti minori all’interno!)”. A sole poche miglia dalle coste italiane! Non perdetevelo!


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2 pensieri su “La banalità del Genocidio Palestinese

  1. Un’analisi che lascia senza fiato, e che fa male per quanto è lucida. Riportare il concetto della Arendt alla nostra attualità è un esercizio necessario, anche se doloroso. L’idea che il male più terrificante non sia quello urlato dai “mostri”, ma quello sussurrato nelle pratiche burocratiche, nell’obbedienza cieca e nell’assuefazione generale è qualcosa che dovrebbe toglierci il sonno.

    La citazione finale di De André è un pugno nello stomaco che arriva dritto al punto: il silenzio e l’inazione sono una scelta politica, e hanno un peso enorme. Grazie per questo scritto coraggioso.

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