Vettriano e la realtà in fotogrammi sospesi.

Amiche e amici, come state? Io bene. In questo periodo mi capita di passare da Roma dove a volte mi chiamano per insegnare. E dopo ore di lezione, quando la tua batteria sociale è ormai in riserva, niente di meglio che perdersi tra le vie acciottolate (o sampietrinate?) del centro e delle altre zone limitrofe. A Roma mi sento sempre a casa, non soltanto per le varie volte in cui vi ho abitato, ma anche perché, ci hanno girato così tanti film che ormai tutto e così familiare… Ma a proposito di cinema, non perdetevi la mostra dedicata a Jack Vettriano a Palazzo Velli, nel cuore di Trastevere.


Le sue tele sono esattamente quello che sembrano: cinema. La sua pittura è introspezione: luce e ombra diventano metafora di conflitti interiori, con il jazz come colonna sonora ideale. È evocativa, animata da un realismo quasi fotografico, denota forti influenze di Hopper (la solitudine degli interni, le figure immobili) e della cinematografia di Hollywood. Ma offre anche qualcosa di più caldo e più ambiguo: camerieri in livrea con l’ombrello aperto sulla spiaggia battuta dal vento, mentre una coppia balla sulla sabbia; donne che fissano il vuoto davanti a un cocktail. Nessuno si parla, eppure ogni quadro racconta qualcosa che sta per succedere. Un fotogramma sospeso, sempre. Cinema, appunto.


Nato Jack Hoggan, figlio di minatori scozzesi, prende il cognome dalla nonna materna della provincia di Frosinone. Vettriano scopre la pittura da autodidatta a ventun anni, grazie a un set di acquerelli ricevuto dalla fidanzata. Questa cosa me la immagino ogni volta: fidanzata romantica regala pennelli, fidanzato diventa uno degli artisti più riprodotti al mondo. La morale? Fate regali utili alle persone giuste (io una volta ho ricevuto un portapenne: sto ancora aspettando).

Vettriano è uno di quegli artisti che il mondo dell’arte ufficiale non ha mai perdonato per una colpa sola: piacere al pubblico. La sua pittura è priva della compiaciuta astrusità di tanti pittori contemporanei. Ed è esattamente qui che si innesca il dibattito. Perché “priva di astrusità” se per il grande pubblico significa “finalmente qualcosa che capisco”, per una certa critica significa “troppo facile, troppo bello, troppo vendibile”. Come se la comprensibilità fosse un difetto. Come se il fatto che mia zia di Conversano (che adoro e che saluto) riconosca immediatamente una storia d’amore in un dipinto fosse un segno di cedimento estetico. La critica lo ha ignorato per anni, mentre il pubblico comprava i suoi poster e li appendeva alla parete sopra il divano.

Il successo arriva nel 1988: viene ammesso alla mostra annuale della Royal Scottish Academy e in un solo giorno vende tutte le opere esposte. Un successo decretato dal pubblico e ignorato dai critici. E qui sta tutta la vicenda Vettriano in sedici parole. Il pubblico lo ama, la critica lo snobba. Lui vende. La critica scrive articoli. Chi ride per ultimo, diciamo.

Non si può non citare la sua opera più nota: “The Singing Butler“, con il maggiordomo e la coppia che danza sulla battigia sotto gli ombrelli, venduta da Sotheby’s nel 2004 per quasi un milione di euro. È il quadro che chiunque abbia mai frequentato un mercatino dell’antiquariato ha visto almeno una volta, probabilmente in versione poster plastificato accanto a una stampa di Van Gogh e a un calendario dei gatti. Non lo dico per sminuirlo, anzi. C’è qualcosa di commovente nel fatto che un’opera così sinceramente romantica sia diventata al tempo stesso icona del gusto popolare e oggetto da quasi un milione di sterline. Vettriano aveva intuito qualcosa che molti artisti “seri” non capiranno mai: che le persone vogliono essere toccate, non istruite.

C’è poi una sezione della mostra che abbassa la voce. Scene di seduzione, reggicalze, sguardi catturati di traverso. Le donne di Vettriano, protagoniste, non posano, si prendono il loro tempo, il loro spazio, la loro luce. Non guardano mai direttamente lo spettatore: guardano altrove, fuori campo, dentro uno specchio, ma è chiarissimo che sanno benissimo di essere guardate. C’è una padronanza silenziosa in questi corpi. Non sono vittime di uno sguardo maschile: lo gestiscono, lo indirizzano, decidono loro quanto fartici entrare. Vettriano le dipinge con una cura che assomiglia al rispetto. Ogni curva, ogni piega di stoffa, ogni centimetro di pelle ha il peso specifico di una scelta.


La mostra a Palazzo Velli, arrivata a Roma dopo Bologna e Milano, presenta oltre ottanta opere tra olii, lavori su carta, un video-documentario e fotografie scattate nel suo studio dal ritrattista del Sunday Times. Ha anche il sapore di un commiato: Vettriano ci ha lasciati a Nizza nel marzo del 2025. La regina Elisabetta gli aveva dato l’OBE anni prima, l’Eccellentissimo Ordine dell’Impero Britannico. Un modo tutto british per dire che aveva vinto, senza ammetterlo.

Quando sono uscito da Palazzo Velli era già pomeriggio. Trastevere a quell’ora, quando non è più giorno e non è ancora sera, ha una luce giallo-rossastra (un caso?), e le vie sembrano corridoi di un film che hai visto e di cui non ricordi il titolo. Ho camminato un po’ senza meta, come si fa a Roma quando non vuoi tornare subito alla realtà. E ho cominciato a notare le ombre sui muri, una donna ferma davanti a un portone, due persone sedute a un bar che non si parlavano. La realtà è quel fotogramma sospeso. È sempre qualcosa che sta per accadere.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi


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