Cuba, le zanzare di Castro e i dopo-puntura americani

Sto andando dove un muro di colore

Mi dirà ciò che non so

e/o ciò che già sapevo

“la envidia es la pejor de las brujerias”.

M.L. “Mò avast!” (“Adesso basta!”)

macchina cuba

 

Ieri sera, mentre cercavo di sbarazzarmi di zanzare fuori stagione, infestanti come babbi natale alle finestre e grosse come renne, leggevo dell’annuncio (storico) del ripristino delle normali relazioni diplomatiche e commerciali tra Usa e Cuba. Cinquant’anni di gelo che, si spera, si recuperino presto.

Se ci pensate, è una cosa grossa: l’opportunità (il rischio?) di una rivoluzione culturale totale.

Oh, chi in questi anni ha pensato a Cuba come un regime alla stregua di Corea del Nord (la lista nera degli americani degli stati canaglia è quella: Cuba, Iran, Sudan, Siria, Corea del Nord, tutti equiparati, come se) o è in mala fede, oppure è così semplice che crede a tutto, anche che quei babbi natale sono veri e che le zanzare solo estive.

Ho tanti bei ricordi del mio periodo passato a Cuba (non certo quanti ne ha Minà), e poco a poco ne parlerò. Concentriamoci sulle zanzare, mettendo da parte politica, ideologie e cultura.

rainbow cuba

 

La natura, nell’isola grande, è strepitosa, rigogliosa di vegetazione, belle spiagge, mare, ancora non troppa tecnologia e macchine e quindi inquinamento controllato. Animali, anche. Animali tropicali: uccelli, coccodrilli, granchi giganti, squali, insetti di ogni tipo… Zanzare. Queste zanzare tropicali sono delle cose enormi. E molto aggressive! In pratica io mi sono fatto, all’epoca, tutto il giro dell’isola (mi sono lasciato soltanto la zona di Pinar del Rio, conservata per darmi un pretesto per tornarci), trovandomi in un paese, coi limiti imposti dalla povertà e dall’embargo, piuttosto pulito, ordinato (come può esserlo un paese ordinato, ma caraibico), con un gran senso dell’amicizia, della solidarietà, un grande amore per la cultura (che non è soltanto salsa e los Van Van) e per le regole (ho preso una multa per aver messo una ruota nella pista ciclabile). Ogni paese, ogni villaggio, ogni gruppo isolato di case aveva la scuola, il medico, il posto telefonico. Non è affatto poco per un paese comunque del terzo mondo.

Foille?”

Como?”

Despues-punturas! Dopo puntura!”

No entiendo!”

Non sapevano nemmeno cosa fosse. O era il mio spagnolo che non.

 

Era la fiesta de la educaciόn, la “festa dell’educazione”, un valore (evidentemente), e Fidel parlava ormai da quattro ore in Plaza de la Revoluciόn e qualcuno cominciò a sospirare dicendo che non era nemmeno uno dei suoi discorsi più lunghi e che, ragionevolmente, avrebbe potuto continuare per altre quattro ore senza alcuna difficoltà. Io all’epoca non parlavo ancora un buon spagnolo.

“Ma non c’è l’intervallo?”

Como?”

 

hasta cuba

 

Il percorso verso sud, da l’Havana a Santiago, passando per Matanzas, Santa Clara, Camagϋey, Holguin, era segnato di volta in volta da punture sempre più grosse di insetti. O di insetti sempre più grossi, non lo sapremo mai. Ma le bolle erano qualcosa di insopportabile. Arrivato a Santiago, nel punto più meridionale dello stato, irritato (e irritabile) per l’irresistibile prurito decisi di cercare una farmacia dove procurarmi un idrocortisone. Il tizio sorrise, prima sornione, poi sguaiato. Mi fece capire che non esistevano quelle cose, e indicò gli scaffali dietro di sé, pieni (vuoti) di scatole bianche di diversa misura e barattoli di porcellana o vetro. Cercai di stare al gioco e gli chiesi se, in alternativa, potesse indicarmi una ferramenta dove trovare della carta vetrata e gli mostrai le piaghe su un braccio. Ma lui non rise più e, tornato asciutto, mi indicò una bottega sulla stessa strada dove avrei trovato un prodotto utile.

Una vetrina con un bancone. Dietro un signore in camice bianco che traffica tra scaffali grigi di metallo, apre, chiude barattoli. Tornò con due boccette senza etichetta: una contenente polvere bianca (tipo borotalco, farina o droga) e l’altra con dentro del siero trasparente e mellifluo, tipo paraffina vischiosa. Da mescolare insieme e applicare sulla pelle. Cinquanta centesimi americani.

Mi allontanai grattandomi, guardando quelle boccette di vetro che non aprirò mai per paura di allergia sconosciute o dipendenza. Cercai un centro commerciale o qualcosa che gli assomigli, almeno per trovare un anti-puntura preventivo. “Non mi avranno più”, pensai.

Entrai in un palazzo sventrato, con botteghe sistemate a cerchio su un cortile interno. Aria condizionata ad altissimo volume (per il freddo e il rumore) e negozi scarnificati, semi-vuoti, colori grigio, verde e pastello anni ’60, scaffali con oggetti e prodotti da very very hardissimo discount. Tra questi uno era però ben illuminato, musica americana, scarpe da 150, 200 dollari: era foot locker. Ragazzini imbambolati, rapiti dalle vetrine. Un via vai di giovani coi berretti in testa e belle t-shirt. Sembrava una nota stonata, il pugno nell’occhio.

Provai a chiedere come fosse possibile, tra l’embargo, le antipatie e tutto il resto, e qualcuno mi spiegò che laggiù, lontani dalla capitale, si prendevano le radio Haitiane, quelle Jamaicane, che a meno di un’ora di macchina c’era la base americana di Guantánamo, con tutti i militari che normalmente uscivano e praticavano la città, con i suoi vizi e le virtù. Giravano, quindi, molti dollari, molti più che negli altri posti dell’isola. Un ragazzo mi chiese un dollaro per avermi pulito i fari della macchina. Anche un poliziotto mi chiese un dollaro: per controllarmi il parcheggio mentre, tra scarafaggi alti come la mia mano, prendevo un mojito nella Casa de las tradiciόnes. In giro continuavo a vedere ragazzi e ragazze vestiti alla moda, per strada si mischiavano carretti e sandali con scarpe Reebok e Nike. Dei maschi neri quasi mi investivano urlando fuori da una macchina una brutta canzone di Britney Spears.

Era ora di cena, quando stavo per smettere di cercare Autan e simili, un ragazzino mi disse che avrebbe potuto procurarmi qualcosa per cinque dollari. Glieli diede e sparì. Entrai in un ristorante dove, seduti al tavolo di fianco, un signore stava contrattando in tedesco la vendita (il noleggio?) di una ragazzina molto, molto giovane, in minigonna e tacchi alti, a un bianco secco e aquilino stile Smithers. La ragazza non capiva un accidente, provava a sorridere ogni tanto, grattandosi una bolla di zanzara su un polpaccio. Io aspettai il mio Autan del mercato nero, il cubano al tavolo se ne andò lasciando soli gli altri due.

Cosa porteranno gli Usa? Un nuovo Batista? O efficaci dopo-puntura? Cosa diventerà la bella isola grande? Un nuovo cortile americano?

Bzzzzzz… SCIAFFF!!!

Goodnight. Y muy buenos dìas.

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