
C’è qualcosa di profondamente umano nel titolo del nuovo libro di Claudio Bagnasco: Fare il possibile. Un’espressione che ci suona vicina, familiare, che potrebbe appartenere a chiunque si svegli la mattina con il desiderio (o il peso) di resistere, creare, andare avanti.
A pochi giorni dall’uscita del volume, abbiamo fatto due chiacchiere con l’autore per capire cosa significhi, oggi, “fare il possibile” nella scrittura, nella vita e nella letteratura.
Ne è uscita una conversazione intima, a tratti ironica, e soprattutto onesta. Come questo libro.

Ciao Claudio, grazie per aver accettato l’invito. Ho l’impressione che oggi o si è sfacciati, oppure si fa molta fatica ad aprirsi…
Ciao Michele, e grazie a te dell’ospitalità. Nonostante io fatichi sempre nell’individuare caratteristiche salienti del presente, da citare per contrasto alle epoche che ci hanno preceduto, qui sento una verità: è possibile che, oggi, tutto sia polarizzato. Inoltre, mancando spesso un terreno di confronto quotidiano, un dialogo, molti si rifugiano nel mutismo o nell’urlo: due modi opposti per negare la comunicazione, che è sempre confronto, fatica, potenziale erosione o minaccia del proprio punto di vista.
Il titolo del tuo nuovo libro è Fare il possibile. Una formula che suona molto concreta, umana. “Fare il possibile” è un’espressione che può evocare la fatica di vivere ma anche la resistenza quotidiana. Da dove nasce? È un invito, una constatazione o una resa?
Mi sento un po’ come quello che spiega una barzelletta, ma proviamoci, perché la domanda mi piace molto. Il titolo, “Fare il possibile”, ha due letture. La più superficiale, da intendersi come “Fare quel che si può”, rischia di avere in sé una sfumatura autoassolutoria: faccio fin dove posso, non chiedetemi altro. Ma la frase, a soffermarcisi qualche istante in più, può anche essere intesa come “Costruire, edificare il possibile”, che è ciò che facciamo tutti, ogni giorno, volontariamente o meno. Ed ecco che il titolo dell’opera viene riabilitato, acquista un senso più positivo.
In questa “resistenza” quotidiana, quanto ne risente la tua preparazione da maratoneta? Il “possibile” è un confine elastico, un limite, una sfida…?
Qui la risposta potrebbe essere chilometrica (appunto). Provo a lavorare di sintesi: la scrittura, e la preparazione a una maratona, sono – o dovrebbero essere – esperienze assolutizzanti, che non permettono distrazioni o ironie. Perciò non credo sia un caso se nel periodo in cui ho preparato e corso maratone ho scritto poco o niente.
La mia terapista (che adoro e che saluto) dice che la scrittura mi ha salvato. Tu perché scrivi? C’è un momento preciso in cui hai capito che volevi scrivere questo libro?
Scrivo perché ho paura della morte, e per mostrare agli altri qualcosa di ben fatto (non so fare altro, a parte forse cantare, ma non ho tecnica vocale, non ho mai preso una lezione di canto). La scrittura, per chi scrive, è salvezza e perdizione. Ho capito che avrei voluto scrivere questo libro dopo aver buttato giù quasi al volo il racconto intitolato “31 dicembre 2008”, che originariamente apriva la raccolta (ed è il primo in ordine di stesura).
E ciò è accaduto dopo anni di silenzio, perché la mia sensibilità di lettore – sempre più acuta, direi e mi auguro – mi ha fatto predicare cautela, nello scrivere e soprattutto nel tentativo di essere pubblicato.
Come autore, che rapporto hai con la “possibilità” e con l’impossibilità? Ti sei mai imposto dei limiti nella scrittura?
La scrittura stessa è confronto quotidiano col limite. La scrittura, se presa seriamente (al di là degli esiti qualitativi), è il tentativo di avvicinarsi il più possibile al fuoco, per poi tornare indietro e dire cosa si è visto. Resto sconcertato all’idea che oggi tanti scrivano tenendo aperte svariate app. In una bellissima intervista di qualche anno fa, il grande poeta Cesare Viviani ha detto che, durante la scrittura de “L’opera lasciata sola” (la cosa più notevole uscita in poesia negli ultimi cinquant’anni, in Italia e non solo, a mio parere), per due anni non è uscito di casa, non ha nemmeno risposto al telefono. Ma quanti scrittori, oggi, sono disposti a rinunciare al mondo per dedicarsi, offrirsi alla scrittura in modo così assoluto?
Non è un caso se quel Gran Genio di Giovanni Turi, il tuo editore, abbia inserito questo libro nella collana Sperimentali di TerraRossa…
Di TerraRossa e Giovanni Turi parlo bene ogni volta che posso. Per evitare di ripetermi, e di imbarazzare il caro Giovanni, qui mi limito a dire che meglio non mi sarebbe potuta andare.
Fare il possibile non è un romanzo, non è una raccolta di racconti, non è un memoir… Non mi sento di dargli una definizione. Tu? (senza offesa)
“Fare il possibile” è un romanzo di racconti, o una biografia scomposta (dove l’aggettivo significa sia disordinata dal punto di vista cronologico sia poco conciliante). È la storia di un essere umano, e ogni storia di un essere umano è, in fondo, la storia del mondo.
Viviamo in un’epoca in cui sembra che “fare il possibile” non basti mai. Pensi che la letteratura possa ancora parlare a chi si sente inadeguato, stanco, o semplicemente umano?
La letteratura è sempre stata un’oasi per chi, nel folle e assurdo gorgo che è la vita, ha necessità di togliere anziché aggiungere, di stare in ascolto del mondo anziché riempirlo del proprio frastuono. E, dal momento che oggi il gorgo inghiotte con più ferocia, e il frastuono è aumentato, forse sì: la letteratura è più che mai necessaria.
Considerando i tuoi precedenti lavori, da Runningsofia a Silvia seppellisce i morti, da Gli inseguiti a I racconti dal carcere di Marassi di Dato il posto in cui ci troviamo, cosa è diventato per te questo libro? Un punto d’arrivo, una tappa o un nuovo inizio?
Michele, questo per me è il libro più importante, quello in cui ho finalmente trovato la mia voce (e la voce è tutto, per chi scrive). Trovare la voce non significa avere l’ansia di distinguersi, di spiccare, ma semmai significa dire, agli altri che condividono con noi la fatica e la meraviglia quotidiana del campare: “Questo è il mio posticino, provo a tenerlo con la massima cura.” Altro non ci è dato, in sorte.
Se potessi assegnare a questo libro una canzone, una colonna sonora, quale sarebbe?
Uh, che domanda folle e divertente. Guarda: ti cito gli unici tre cantautori under 50 che ascolto volentieri, e cioè Andrea Laszlo De Simone, Lucio Corsi e il mio amico Emiliano Mazzoni. Mi pare che le loro discografie compongano un tessuto ora ironico, ora trasognato, ora malinconico, ora ruggente.

Desidererei riportare qui qualcosa preso tra le tante pagine segnate e i passaggi sottolineati:
“Non è vero che bisogna leggere libri su libri, conoscere sette lingue straniere, visitare i luoghi più suggestivi del pianeta, impara semmai pochissime cose ma imparale meglio che puoi, perché minuscola è la posizione che ciascuno di noi occupa ma è pur sempre la nostra e va onorata, come quando la tua bisnonna contadina di domenica si ostinava ad apparecchiare con il servizio buono”
Riscaldamento globale, guerre, genocidi, democrazie a rischio. Parlando con mia figlia, aveva 13, 14 anni, di futuro, lei mi fa: “Pa’, siamo dei minuscoli puntini su di un geoide che viaggia a centomila km/h nello spazio. La vita è solo un’illusione”. Dovrei capirlo da solo, ma dimmelo tu: è il senso di “Fare il possibile”?
Intanto, fai i complimenti a tua figlia, che ha usato la parola “geoide” a tredici anni: lo dico subito alla mia, coetanea della tua, per farla arrabbiare. Poi, ecco, per me il senso del “Fare il possibile” è ben rappresentato dalla citazione che hai estrapolato con grande acume. La vita è assurda e, come dice Ermanno Cavazzoni, è assurdo il fatto che siamo chiamati a viverla di colpo, senza prove generali, e appena forse iniziamo a intuire come comportarci veniamo sottratti dallo spettacolo. Ma in tutto ciò abbiamo la nostra posizione: infinitesimale, fragile, ma è nostra e abbiamo il dovere di onorarla. Lo dobbiamo al ritmo del mondo (ed ecco perché, per intonarsi a esso, tutti dovrebbero trovare la propria voce).

La questione è sempre la stessa, è semplice ma drammatica: o c’è la vita o non c’è…
Paolo Conte dice: “Si vive soli e si muore soli, ma in mezzo c’è un bel traffico”. E come scrivo nel libro, Paolo Conte ha sempre ragione.
Se in Fare il possibile ci proponiamo di vivere la vita, dove si inserisce in tutto ciò la protesta, la rivoluzione civile, la lotta per i diritti delle minoranze, le persone meno rappresentate e più deboli?
C’è un brano cattivello, nel libro, in cui il protagonista (evidentemente di estrema sinistra, come l’autore) se la prende con certa tracotanza di noi compagni – tra amici ci chiamiamo ancora così, non ho mai capito quanto per convinzione e quanto per autoironia -, convinti di una qualche superiorità morale, che trova il suo riscontro in un’apertura agli altri che spesso rischia di essere esibizione narcisistica. Laddove questo rischio fosse scongiurato (ma è così difficile, credimi), mi pare naturale aiutare gli altri. Ma c’è una cornice superiore, che è l’ascolto del mondo. E in fondo, se tutti ci uniformassimo al suo ritmo, percepiremmo immediatamente la nostra e altrui vanità, e dunque svanirebbe di colpo ogni senso di superiorità e ogni ipotesi di sopraffazione, da quella di chi sgancia bombe sulla popolazione inerme a quella di chi vuol fare le scarpe al proprio collega d’ufficio. Perché cambia l’intensità ma la matrice è la medesima: quella di dare un senso alla propria vita non assieme ma in opposizione agli altri.
“Io ho potuto riesibire la vera caratteristica distintiva degli umani, far finta di niente.”
Questa espressione mi ha squarciato. Forse perché ha rivelato una vera, dura verità. Ma stiamo diventando tutti più insensibili ed egoisti?
Qui invece mi sento di tornare all’inizio, quando ho dichiarato una certa fatica nell’individuare tratti distintivi dell’epoca presente (verso la quale, di solito, si è troppo indulgenti o troppo critici). La maggior parte degli umani, terrorizzata dalla morte e dall’incomprensibilità della vita, è insensibile ed egoista, da sempre, e sempre lo sarà. Ma ci sono liete eccezioni.
Un genovese, meglio: un doriano. Come ci è finito a Tortoli? (capirò ogni motivazione: anche io, per varie ragioni, sono molto legato alla Sardegna)
Perché la mia compagna, tortoliese che lavorava a Genova, era desiderosa di tornare nei suoi luoghi d’origine. E io ho detto: Proviamo.
“Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?” così Joseph Conrad. Quando mi chiedono cosa faccio nella vita, e io rispondo “scrivo”, spesso la gente insiste rilanciando: “si, ma per vivere cosa fai esattamente?”. Ecco, tu oltre a scrivere, a correre e a fare un podcast sulla corsa, cerchi come me espedienti per non lavorare?
Che bella domanda! Senza scendere in dettagli intimi, negli scorsi mesi mi sono ritrovato a lavorare poco e scrivere molto: e mi sono stancato molto di più di quando lavoravo dalla mattina alla sera. Questo è un concetto che immagino sia duro da accettare: ma secondo me, chi mostra meriti letterari o artistici dovrebbe essere pagato per pensare (e poi produrre, sia chiaro). E rintuzzo fin d’ora gli amici operai che potrebbero augurare, a quelli come me, otto ore di fabbrica al giorno. Mi ripeto: di ore ne ho anche lavorate dieci, e sette giorni su sette, stancandomi meno di quando ho scritto con continuità.
“Fare il possibile” è anche una raccolta di brevi, inattese epifanie. “La notizia” del 12 aprile 2025 (sai di che parlo)… è solo una delle tante premonizioni, è una specie di auspicio, uno scherzo, un cameo, un esercizio di stile? Cosa? Ormai ci siamo…
Spieghiamolo, a beneficio di chi non avesse ancora letto il libro (male!): “Fare il possibile” è una biografia in trentatré brevi racconti, che cominciano tutti con la medesima formula, “Oppure quella volta che”. Ogni racconto ha per titolo una data, con giorno mese e anno, e le date vanno dal 1983 al 2025. Date che, tengo a dirlo, ha voluto giustamente inserire Turi. Per gioco, abbiamo voluto datare il racconto forse più enigmatico nel futuro prossimo rispetto all’uscita del libro. Tutto qui. No, non è vero: non è mai “tutto qui”, e probabilmente il fatto che proprio il racconto più enigmatico sia l’unico proiettato nel futuro ha un senso che ora mi sfugge. Per uno affezionato all’autonomia come me, che bello quando le parole scappano di mano a chi le ha scritte! Dà un salutare senso di spaesamento, e ci ricorda che lo scrittore non comanda le parole; non comanda il mondo, ma lo serve.

L’Amministrazione Americana che censura
la notizia derubricandola a POWER NAP
(NOTA: l’autore Claudio Bagnasco non era a conoscenza delle altre immagini a corredo di questo post. Ero io che mi credevo che)
Ora a causa di questo scherzo, il blog andrà in shadowban
Tu che come me sei un fine intellettuale e, come tale, hai una visione olistica degli scenari: per te, l’instaurazione oggi di Governi e Regimi muscolari, rappresentano l’avvento di un Nuovo Rinascimento? O l’affaccio sul baratro della disfatta culturale e la morte sociale? (Non sentirti condizionato, ehi) E, nel caso, riusciremo a uscirne? E come?
Anche qui: il presente è sconfortante, ma un battito di ciglia fa (perché per l’universo qualche decennio è l’equivalente di un battito di ciglia) c’era Adolf Hitler. Quindi non so. A me molti giovani d’oggi piacciono, concentrati come sono sui diritti civili. Forse direi loro: Benissimo, ma non dimenticatevi dei diritti sociali. Perché un mondo in cui omosessuali e transgender non fossero discriminati, ma pieno di rider sottopagati, a me mica piacerebbe (si scherza, ma nemmeno troppo).
Da qualche tempo, nello specifico da quando sono diventati un ricettacolo di fake news, odiatori seriali, complottisti e altra gente che stimolando il mio bisogno di giustizia mi fa solo fare veleno e perdere un sacco di tempo, uso sempre meno i social. Ora poi che anche quando segnalo le ingiurie e le minacce di morte che mi arrivano, Meta o X mi rispondono dicendo che sono solo opinioni, l’unica reazione che mi viene è quella di chiudere tutto e andarmene via (non a correre la maratona perché se fossimo stati fatti per correre, Gesù ci avrebbe fatti con le gambe CIOE!). Che rapporto hai con questo tipo di strumento (coi social, dico)?
Molto rilassato: li uso poco, mi interessano poco. Ma ti dirò: mi interessano pochissime cose. Cerco di concentrarmi sulla qualità e non sulla quantità.
La verità è nel corpo, e il corpo non conosce menzogna.
Questo concetto, che esprimo in più di un racconto di “Fare il possibile”, è per me importantissimo. In questi giorni ho rispolverato un facile ma efficace calembour: il corpo non mente. Il corpo è l’anima, lì c’è la verità, il resto è un tentativo goffo di affidare il governo della nostra vita alla ragione. Detesto come poche altre cose gli atteggiamenti intellettualistici, come chi cita continuamente filosofi e scrittori per dimostrare di aver studiato. Le poche volte che mi imbatto in costoro, subito prima di allontanarli dalla mia vita, penso: Santo cielo, viviamo una manciata di anni e poi moriremo; è davvero importante, per te, perdere tutto questo tempo per mostrare di avere una libreria ben fornita in casa? E dopo, cosa hai ottenuto? Ma vatti a vedere un mandorlo in fiore, ma vatti a fare una birra. Guarda: te la pago io.
“Di solito le persone mi annoiano quando si esprimono per più di trenta secondi filati perché significa che raccontano un fatto o forniscono un’opinione, e se un fatto vale un altro figuriamoci le opinioni, mentre sotto i trenta secondi si possono condividere gustose barzellette o pettegolezzi…”
Ma quindi, è per questo che hai scritto un libro fatto di suggestioni anziché un romanzo? La verità, sei in ambiente protetto.
Quella che citi è una battuta perfida, che se vogliamo è anche una frecciatina indiretta (ce ne sono altre) a questa mania contemporanea del fornire la propria opinione su tutto. Per fortuna, come scrive Viviani proprio nell’Opera lasciata sola, “le parole pronunciate/non si sono mai accorte di noi”. C’è poi un racconto, “5 febbraio 2021”, in cui ironizzo su chi scrive romanzi, dove il protagonista dice: “non so i romanzieri come facciano a immaginarsi una realtà con tutta quella compattezza e tutti quei rapporti di causa ed effetto”. Un po’ è vero, dai.
Come sei in compagnia? Quello che chiacchiera, che ha sempre un aneddoto per tutto? O come autore tendi più a osservare e registrare (della serie: “Occhio a quello che fate e dite perché potreste ritrovarlo in una delle mie storie”)?
In passato parlavo molto, ma è come se avessi esaurito la mia scorta di socialità. Ora sto bene da solo, o con le pochissime persone con le quali i vuoti valgono più dei pieni. E odio le chiacchiere: le chiacchiere sono un tic nervoso, come mangiarsi le unghie, non mettono davvero in relazione. Come sono belle, invece, le parole piene, che significano davvero qualcosa! Ogni parola dovrebbe essere come le note suonate da Michel Petrucciani, ognuna delle quali aveva un peso e una nettezza mastodontiche. Non si ha niente da dire? Si taccia, si faccia flessioni, si dia da bere alle piante.

Nel libro citi Silvio Berlusconi (per onor del vero, in un’occasione unica e irripetibile che in questa sede non menzionerò). Penso a una cosa che a questa gente non perdonerò mai: mi stanno facendo rimpiangere addirittura Silvio-Berlusconi-Statista. A te capita?
No, qui dissento: il disastro attuale è stato in larga parte preparato dal berlusconismo. In fondo è lui che ha sdoganato (parola orribile, che adopero proprio per mostrare anche la degenerazione del linguaggio) il dilettantismo.
Aspe’, volevo solo fare un paradoss…
Ma che significa essere contro i politici di professione? Ma tu Michele, scusa, se hai un guasto al sifone del lavandino del bagno ti auguri che intervenga un idraulico professionista o un numismatico con l’hobby dell’idraulica? E così, da Berlusconi ai social, il passo è stato breve, e oggi tutti si sentono titolati a dire tutto.
È vero, prima dei social esisteva il pudore di tenere per sé le proprie cattiverie, le idiozie…
Il mio amico Gastone Breccia, egregio storico di una certa notorietà, ha la santa pazienza di scrivere articolati post sul proprio profilo Facebook, per fornire di tanto in tanto strumenti di conoscenza sul presente. La maggior parte dei commenti a corollario dei suoi post sembrano scritti da quel genio comico di Nino Frassica, con la differenza che chi li scrive è serio.
“… correre nell’inconsapevolezza di tutto ciò che mi circondava, su e giù per Sonnenallee e ancor meglio lungo la strada sbagliata, quello sì che era perdersi, anzi, diciamolo, quello sì che era vivere, non avrei dovuto fermarmi a chiedere al giovanotto che stava addentando la mela, avrei dovuto proseguire, dove finivo finivo, ogni corsa dà la possibilità di uscire dal mondo, di avvicinarsi davvero al fuoco ma niente, quattro passi nell’ignoto e arriva puntuale, insopprimibile, l’esigenza di rientrare…”
Alla Marzullo: vivere è più perdersi o ritrovarsi?
Un’estenuante (ma talvolta anche entusiasmante, su) ginnastica tra queste due azioni.
Nelle tue storie, di tanto in tanto ritroviamo la figura del padre. Salto questa domanda perché mi si gonfiano gli occhi solo all’idea (è parte del mio irrisolto, ci sto lavorando)
Qui non so se io debba rispondere o meno, e allora faccio il furbo e ti rispondo a metà: ricordiamoci che il protagonista dei racconti è un personaggio di finzione. O no?

“Ogni parola è un riparo e nessun riparo protegge dalla morte, che arriva e vince, non si ha nemmeno il tempo di capire quale potrebbe essere il modo migliore di vivere la vita, il più bello, il più dignitoso, da giovani si pensa solo a bere, scopare e sognare l’inverosimile, poi quando forse si comincia a intuire qualcosa arriva lei, arriva sempre e vince sempre, è uno strazio, bisognerebbe solo abbracciarci e farci reciprocamente coraggio ogni volta che ci si incontra per strada, altro che l’eterna spudoratezza di dirci: «Come stai?», «Bene, e tu?», perché vedi, di quanto sono cresciuti i tuoi figli non mi interessa, sta arrivando la morte, vieni qui, fatti abbracciare, abbracciami.”
Io sono un sensibile. Mi hai fatto piangere degli attimi e dei gesti sprecati, delle persone lasciate andare, delle mie miserie.
Ora ti dico una cosa crudele e bella: sono contento di averti fatto piangere. Crudele perché rallegrarsi per fatto piangere qualcuno è da stronzi, bella perché – credo e spero – hai pianto siccome alcune mie parole hanno aderito alla tua sensibilità. Ed è anche per questo che si scrive.
Che reazione speri di suscitare nei lettori? C’è una domanda che vorresti restasse loro addosso dopo l’ultima pagina?
Mh, non so, un libro una volta lanciato nel mondo non è più dell’autore, e ogni interpretazione è ugualmente legittima. Forse vorrei che “Fare il possibile” fosse compreso nella sua duttilità: mi pare possa essere un libro pure leggero ma che, a volerne esplorare le profondità, inviti a ragionamenti non consolatori sulle cose ultime.
“Le parole creano mondi…”? (completa la frase)
…o li distruggono.
Hai una tua parola preferita?
Attesa.
Leggere Fare il possibile significa forse anche imparare a perdonarsi, a riconoscere che il “massimo” non è sempre misurabile, e che il “possibile” cambia forma ogni giorno.
Le parole di Claudio Bagnasco ci accompagnano in questo equilibrio precario con gentilezza e lucidità. E mentre chiudiamo il libro (e la nostra chiacchierata), resta addosso una sensazione bella e fragile: quella di non essere soli in questo fare quotidiano, imperfetto, ma profondamente umano.

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