Kafka, condannato senza un perché

Amiche e amici, come state? Io bene. Avete presente una di quelle situazioni “ispirata all’assurdità e all’incomprensibilità delle situazioni in cui viene a trovarsi l’esistenza umana”? Io sì, ancora non ne vengo fuori, ma ve la racconterò in qualche altro post. Kafkiana, direi.

A proposito, ho appena finito di ascoltare Il Processo di Franz Kafka, letto da Edoardo Camponeschi. Premessa onesta: Il Processo lo conoscevo già. O meglio, pensavo di conoscerlo. Perché Kafka è un po’ come quella persona che a un certo punto incroci nella tua vita e dici “sì sì, l’ho capita”, salvo poi ripensarci mesi, anni dopo e scoprire che, in realtà, non avevi capito niente. O forse era lei che nel frattempo è cambiata. O forse sei cambiato tu. O forse nessuno dei due. Kafka, insomma.

Ascoltarlo è stato diverso dal leggerlo. Più subdolo. Come per il tribunale di Josef K.: entri, ti siedi, si apre un fascicolo e tu non sai neanche di cosa sei accusato.

Ed è lì che capisci che Il Processo non parla di giustizia, ma di impotenza. Non di colpa, ma di senso di colpa. Che è peggio, perché non sai dove metterlo, non sai da dove arriva, non sai come liberartene.

Josef K. non fa quasi nulla di davvero sbagliato. Ed è questa la cosa più inquietante. Non è un criminale, non è un eroe, non è neanche particolarmente simpatico. È uno di noi. Uno che va al lavoro, che prova a capire, che chiede spiegazioni alle persone sbagliate nei posti sbagliati, con un educato e disperato “mi scusi”.

E il mondo, educatamente, lo ignora.

C’è qualcosa di stranamente contemporaneo in tutto questo: il linguaggio burocratico, le risposte evasive, i corridoi, le stanze, i livelli, le competenze che non sono mai di nessuno. Tutto funziona, eppure niente serve. Tutto è organizzato, eppure nessuno decide. Se Kafka fosse vivo oggi probabilmente scriverebbe di un call center, di un algoritmo, di una password dimenticata. O di una PEC.

Non è un ascolto rilassante. Non è quello che metti su per “staccare”. È quello che ti accompagna mentre fai altro e a un certo punto ti accorgi che hai smesso di fare altro. Che stai ascoltando davvero. E che una parte di te, da qualche parte, è già sotto processo.

Consigliato? Sì. Sono io forse troppo fan di k.? Forse, visto che lo pongo sicuramente nella mia personal top ten chart degli autori più stimati.

Consigliato a chi? A chi ha almeno una volta avuto la sensazione di dover dimostrare qualcosa senza sapere cosa. A chi si è sentito giudicato senza appello. A chi, davanti a certe dinamiche del mondo, ha pensato: “Ok, ma io che c’entro?”

Ed eccomi qua, Signor Giudice.

Kafka non risponde. Kafka registra. E poi, educatamente, ti accompagna alla porta.

Con la sensazione, fastidiosa ma familiare, che il processo non sia finito.

A presto, Vostro Onore!

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi


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