
Amiche e amici, come state? Io bene. Mi confrontavo con un collega circa la Scrittura. Cosa ci si aspetta da un autore contemporaneo? Che assecondi? Che ammicchi? Che spiazzi? Gli ho parlato di Polpa, il libro di Flor Canosa, pubblicato in Italia da Neo.
C’è qualcosa di disturbante nel modo in cui Polpa ti entra dentro. Arriva come arriva il dolore nel mondo che la scrittrice argentina ha costruito: prima piano, quasi anestetizzato, poi improvvisamente ovunque.
Polpa (Pulpa nell’originale) sa di carne, di sostanza. Ciò che rimane quando togli la buccia. E il libro, in fondo, fa esattamente questo: scava nella materia viva del corpo, del potere, del desiderio, del dolore — soprattutto del dolore — in un futuro distopico che sa benissimo dove colpire.
La storia si divide in tre parti, tre voci, tre prospettive che si incastrano come vertebre di una stessa spina dorsale. Irma, Lunes, Enero. Lei, lui, il fratello-demiurgo. Una regione senza nome, un governo che ha abolito il dolore fisico (come se abolire significasse far sparire), una tecnologia biologica che ha riscritto i confini tra corpo e macchina, tra istinto e controllo. E dentro questa architettura apparentemente fredda, geometrica, quasi clinica, Canosa piazza personaggi vivi, che bruciano.
Irma è la voce che mi ha folgorato. Ha dodici anni quando il romanzo inizia, e già parla del mondo con una lucidità tagliente che sconcerta. Non è la lucidità del bambino prodigio da romanzo di formazione: è qualcosa di più inquieto, di più “argentino”, potrei dire. Una lucidità che nasce dall’assenza. Dall’assenza di empatia insegnata da madre. Dall’assenza di dolore imposta dallo Stato. Dall’assenza di un padre che aveva l’indole di un pesce in un acquario. Irma cresce in un vuoto che lei stessa cataloga con la precisione di una scienziata, e la Canosa la fa ragionare su istinto, riproduzione, governo del corpo, tabù sociali, con una voce che — vi avverto — non somiglia a nessun’altra voce che abbiate letto di recente.
La costruzione del mondo distopico è densa ma mai pesante. Non ci sono capitoli-manuale, non ci sono spiegoni da fantascienza televisiva. Tutto filtra attraverso i ricordi, i ragionamenti, le divagazioni dei personaggi. La rack (il sistema di conoscenza che ha sostituito il vecchio internet), il dna come strumento burocratico, gli alimenti sintetici, le droghe colorate per ogni emozione: tutto entra in scena con la naturalezza di chi descrive la propria quotidianità. E questa naturalezza è il colpo più raffinato del libro. Canosa non ti dice che quel mondo è distopico: te lo fa abitare. E tu ci stai dentro, a disagio, riconoscendoci troppe cose.
Perché è lì, il punto. Polpa non è fantascienza d’evasione, è uno specchio. Il controllo del corpo come controllo politico. Il dolore proibito come forma di obbedienza. La sessualità — il desiderio, la dominazione, il piacere che travalica ogni norma — come unico territorio di resistenza rimasto. Lunes e Irma si riconoscono l’un l’altro in quel territorio con una forza magnetica che disturba e affascina in egual misura. Non è una storia d’amore nel senso convenzionale. È una storia di corpi che si trovano al confine tra il lecito e l’intollerabile, e decidono di starci.
Enero, il terzo vertice del triangolo, è la mente fredda. Il chirurgo. Il narratore finale che mette insieme i pezzi e ti svela il disegno completo con la precisione di chi stia spiegando un teorema. La sua voce chiude il romanzo in una spirale vertiginosa — e no, non vi dico come va a finire, ma vi dico che la chiusura è coerente con ogni premessa, ogni metafora, ogni spina di bouganville conficcata nella carne.
Giovanni Barone ha fatto un lavoro di traduzione che si sente e non si sente — il massimo che si possa dire. La lingua scorre come se fosse scritta in italiano, ma conserva quella qualità febbricitante, quella sintassi spezzata e densa, che immagino sia il marchio della Canosa in spagnolo.
Neo Edizioni ci mette la faccia con la collana Potlach e con questo titolo dimostra che ha un radar preciso per la narrativa che “disturba” nel modo giusto. Non il disturbo del truculento, non lo shock a buon mercato, ma il disturbo di chi ti mette davanti delle domande e si rifiuta di darti le risposte.
Polpa è un libro che ti rimane addosso. Letteralmente. E quando il mio collega mi ha chiesto cosa mi aspetto da un autore contemporaneo, alla fine non ho risposto: gli ho consigliato il libro.
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