Girando il priso si sente l’odore.

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– All’epoca non avevamo il bagno in casa e come si faceva? Dietro la poltrona, nel soggiorno, si teneva il priso. Il priso era un grosso vaso con i manici che si copriva con una pezza. La pezza non era uno straccio qualsiasi: era la stessa pezza con la quale ci si puliva il (mi si passi il termine) il culo, in ordine di apparizione. Il primo che si alzava la mattina era quello più fortunato ché trovava la pezza pulita. Poi, man mano che gli altri si alzavano, la sporcavano riempiendo il priso. E l’ultimo poi aveva l’onere di uscire a svuotare il priso nel tombino in piazza e lavarlo alla fontana. E le famiglie, all’epoca, erano molto numerose…

Passeggiando tra i vicoli bianchi di Bari vecchia si sentono le canzoni napoletane dalle finestre, si rischia di scivolare sulle chianche lucide lucide, si rischia di perdersi se ti sei fatto distrarre da un sottàno aperto da cui escono profumi di brasciole al sugo e ritagli di vita antica in piccoli spazi sovrapposti. Ci spostiamo come non sapessimo dove andare. Una vecchia ci guarda affacciata, masticando la dentiera. Una quadriglia di sedie, poste da un lato e dall’altro della stradina, parlano della Cegliese o di Gibb Giabb, di Sandokàn e Ciccio Cappuccio e occhi finto-distratti ci leggono dalla testa ai piedi mentre passiamo fingendoci pratici del posto. Quattro giovani con le ciabatte ai piedi giocano a briscola mentre bambini li osservano come se capissero. Le signore ancora fanno le orecchiette in mezzo alla strada.

– Hai presente Romeo e Giulietta? Bene, la storia è vera ma non è successa a Verona. Così come la paella. Che è nata a Bari, mica a aValencia. E si chiama “tiella”. Ma poi ti conto.

L’odore di focaccia, la salsedine mista all’umido asfissiante di scirocco, i disegni osceni sul muro. Una donna scosta la tenda dell’ingresso, mostrandosi in accappatoio per la strada. Una bambina si tira su il vestito fino alla testa. Altre sedie, porte e porticine, scale che si intersecano, finestre e finestrini minuscoli, bambini che giocano a palline. Uno mi mostra il suo bottino.

– Tutte a lui, le ho vinte!”

Consolo, l’altro che prima dice che è bugia, poi giura vendetta. Mi porta a forza a vedere i due canarini appena nati, dentro una delle tante gabbiette appese al muro.

– Li ho messi qua – dice – che se no il padre se li mangia.

Saluto. Giriamo un angolo, due, lo slargo con le colonne di Santa Maria del Buonconsiglio, il portone marrone. Mi dicono che è lì che sono nato. Lo ricordo lontano, come un sogno. Una sensazione strana, mi batte il cuore forte. Provo a spingere, si apre un ingresso basso e buio, si allarga in uno spazio di sedie, micropiantine, decine di piedi nudi e piccoli occhi oziosi di donne, ragazzine e bambini che si girano accennando sorrisi.

– Benvenuto! – dice una donna.

Tutto mi sembra com’era.

– No, no! – corregge la vecchia – Bentornato!

E io sono improvvisamente minuscolo.

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