Il prato finto: viaggio nella fabbrica del consenso

Coffee shop scene with people talking and colorful speech bubbles showing expressions like 'HELLO!', 'Wait!', 'IDEA!', and 'OH WOW!'
(Ovviamente abbiamo identificato solo delle frasi sciocchine perché oltretutto c’è pure questo: che se invece tu usi parole “forti” – che presentano determinate caratteristiche – rischi che ti blocchino i profili o ti mandino in shadowban, ma ne parleremo in un altro post)

Amiche e amici, come state? Io seccato. Lo scorso 23 giugno a Peschiera un gruppo di bianchi ha circondato e picchiato con pugni, calci e sedie un nero (non uso a caso i termini, perché di razzismo si parla, non mi cct il czz). Il video circola in rete e va virale, e il maggior numero dei commenti riporta: “Questi non hanno capito che qua devono rispettare le nostre leggi”, “Torna al tuo paese”, “R3migrazi0ne”, “L’Italia agli italiani” e altre accuse campate in aria contro quel tizio di cui non sappiamo nulla, tranne che era da solo e disarmato contro sette, otto italiani che gli spaccavano delle sedie in testa. Per un senso di giustizia, ho provato a commentare che non si fa così, il degrado della civiltà eccetera, e come conseguenza dal nulla, ho ricevuto dei commenti piuttosto insoliti su Facebook (io che sono la persona più mite che io conosca): una sequenza decisamente corposa e feroce di invettive, di minacce, di cattiverie importanti. Ma possibile che siamo diventati così? Possibile che tutti questi estranei si prendono la briga di venire a commentare un perfetto signor Nessuno con tanta foga, manco ci conoscessimo? Mi è venuto un sospetto che, lo confesso, mi ha tenuto compagnia più del dovuto: e se quel chiamiamolo “entusiasmo” non fosse vero? Se dietro quei commenti non ci fossero persone vere come me e voi? E se fosse finto come l’erba di certi stadi americani?

La parola di oggi è astroturfing, e il nome è più letterale di quanto sembri. AstroTurf è il marchio dell’erba sintetica installata nell’Astrodome di Houston, quando negli anni Sessanta si scoprì che il prato vero non resisteva sotto un tetto chiuso. Da lì il salto di significato: si chiama astroturfing ogni campagna che finge di essere un movimento spontaneo, nato “dal basso”, comel’erba che cresce da sé, mentre in realtà è stata srotolata da qualcuno con un budget, un cliente e un obiettivo preciso. Il trucco non è dire una cosa falsa, ma far credere che a dirla siano già tutti, prima ancora che tu abbia avuto il tempo di informarti. Come faccio tutte le volte che visito una mostra o qualcosa mi indigna, mi prendo la briga PER VOI di documentarmi: vediamo il fenomeno e, come sempre, parliamo di dati. Ringraziatemi GRATIS.

L’effetto carrozzone (o perché duemila commenti convincono più di due)

C’è un esperimento del 1951, condotto dallo psicologo Solomon Asch, che dovrebbe essere insegnato a scuola insieme alle tabelline. Otto persone in una stanza, un compito banale: dire quale di tre linee corrisponde a una linea campione. Sette degli otto erano complici istruiti a dare, in coro, la risposta sbagliata. Il risultato: nella maggioranza dei casi il soggetto ignaro si è piegato al gruppo, contro l’evidenza dei propri occhi. Non per stupidità. Per la pressione, fortissima, di sentirsi l’unico fuori dal coro.

Questo è l’effetto bandwagon, in italiano “effetto carrozzone”: tendiamo a credere vero ciò che vediamo creduto da molti, indipendentemente dal merito della cosa. Negli anni Settanta la sociologa Elisabeth Noelle-Neumann lo ha raffinato nella sua teoria della “spirale del silenzio”: chi si sente in minoranza tende a tacere, e così la maggioranza percepita, anche se fabbricata, diventa sempre più rumorosa e sempre più vera agli occhi di chi guarda. Un esercito di account che applaude non ha bisogno di convincerti con un argomento, gli basta convincerti che tutti gli altri sono già convinti. Tu, che sei una persona ragionevole, non vuoi essere quello che resta indietro o, peggio, in disaccordo. Credo che queste cose le presenterò agli studenti da settembre.

Quando l’algoritmo fa il tifo

Qui arriva la parte più croccante, perché entra in campo il mostro alla fine del quadro: l’algoritmo. L’algoritmo decide cosa mandare in giro, e mostra ovviamente i contenuti che ritiene “più interessanti”. Quali sono questi contenuti? Quelli che ricevono più like, più condivisioni, più interazioni. L’algoritmo non è neutrale, è affamato di engagement, e l’engagement si nutre di rabbia molto più che di nuance.

Uno studio recente di Fabrizio Germano, Vicenç Gómez e Francesco Sobbrio, con dati italiani e americani, ha osservato che l’aggiornamento del 2018 dell’algoritmo di Facebook, pensato per premiare le “interazioni significative”, ha finito per aumentare l’estremismo ideologico e la polarizzazione affettiva degli utenti.

Più mi arrabbio, più condivido; più condivido, più l’algoritmo mi mostra contenuti che mi fanno arrabbiare.” Cit. il cane che si morde la coda.

Una ricerca pubblicata su Science nel 2026 ha confermato, sperimentalmente, che basta ri-ordinare un feed per alzare o abbassare la temperatura emotiva di un’intera comunità online. Senza cambiare un solo contenuto, solo l’ordine in cui te lo servono. L’astroturfing non è quindi niente di nuovo, è una serie di dinamiche già studiate, applicate ai mezzi contemporanei.

Le cybertruppe, censite

L’Oxford Internet Institute, con il suo progetto sulla “computational propaganda“, pubblica da anni un censimento globale di questi eserciti digitali, che chiama cyber troops. Nel 2017 ne aveva trovati in 28 paesi. Nel 2018, in 48. Nel 2019, in 70. Nel 2020, in 81, praticamente ovunque ci sia un governo, un partito o un’agenzia privata disposta a pagare per orientare una conversazione. Tra il 2019 e la fine del 2020, secondo lo stesso report, questi attori hanno speso oltre dieci milioni di dollari solo in pubblicità su Facebook, e dal 2009 i governi hanno firmato contratti per oltre sessanta milioni di dollari con società private specializzate che vendono propaganda computazionale come un qualunque servizio di marketing. Non è più sottobosco, ma un’industria con fatturato, fornitori e, c’è da temere, clienti fissi. Vi immaginate se fossero i politici, i partiti, i governi a utilizzare questi servizi?

Quanto si guadagna per un commento

Qui la leggenda urbana più famosa è cinese e SPOILER è quasi certamente falsa. Per anni si è raccontato che il governo di Pechino pagasse 50 centesimi di yuan (circa 8 centesimi di dollaro) a post ai suoi commentatori filogovernativi, da cui il soprannome “Partito dei 50 centesimi”. Una ricerca di Gary King, Jennifer Pan e Margaret Roberts, di Harvard e UC San Diego, basata su email interne trapelate, ha smontato il mito: chi scrive quei post (un numero assurdo, circa 448 milioni l’anno, secondo le stime) sono perlopiù funzionari pubblici che lo fanno come straordinario non retribuito, e il loro scopo è distrarre, inondando la conversazione di entusiasmo innocuo nei momenti più delicati. Ma solo creare diversivi? O provocare?

I numeri veri, paradossalmente, vengono dalla Russia. L’Internet Research Agency di San Pietroburgo, la fabbrica di troll legata al defunto Evgenij Prigozhin, pagava stipendi documentati tra gli 800 e i 1.900 euro al mese, a seconda del ruolo. Una ex dipendente, Ljudmila Savčuk, ha raccontato di essere stata pagata circa 778 dollari al mese per una quota giornaliera fissa: almeno cinque post politici, dieci non politici, e tra i 150 e i 200 commenti su post di altri troll. Facendo un calcolo spannometrico: con quei numeri un commento vale grosso modo tra i 18 e i 26 centesimi di dollaro. Più a sud, le troll farm del mondo arabo che operano in Tunisia, Egitto e Iraq pagano i troll tra i 300 e i 500 dollari al mese, mentre i supervisori arrivano a 20.000 dollari a progetto. Non sono ragazzini annoiati: sono lavoratori con turni, quote di produzione e bonus di rendimento, esattamente come in un call center, solo che il prodotto che vendono è la tua opinione (o. meglio, la tua reazione).

Capito perché c’è una rincorsa a commentare e a farsi commentare? Capito perché dall’altra parte c’è sempre un co***ne che ti provoca fino a farti saltare la nervatura e prendete a litigare a forza di commenti da mo a domani?

E in Italia?

Qui il “prato finto”, ahimè, non è un’importazione. Nel 2018 il debunker David Puente, insieme ai ricercatori dell’Atlantic Council, ha scoperto che gli account ufficiali della Lega e dello stesso Matteo Salvini si appoggiavano a un’applicazione chiamata “LegaNordIllustrator” per far rilanciare automaticamente i propri tweet da una rete di account satellite, gonfiando artificialmente la diffusione dei contenuti. Uno studio della Fondazione Bruno Kessler sulle elezioni del 2018 ha rilevato che oltre 26.000 bot avevano generato circa 200.000 messaggi su un milione totali nelle settimane pre-voto: grosso modo un tweet su cinque, tra quelli con gli hashtag elettorali, non era umano. Una ricerca accademica successiva sulla propaganda politica su Twitter, concentrata sul dibattito sui flussi migratori nel 2019, ha mappato reti di “squadre di bot” coordinate attorno ad account legati alla Lega, a Fratelli d’Italia e a testate vicine a CasaPound, individuando proprio nell’account di Salvini il nodo più efficiente della rete.

Non solo bot.

Qualcuno ha iniziato a insospettirsi, quando i commenti ai post risultavano del tutto incongruenti rispetto al contenuto atteso. Questo perché l’AI che gestisce i bot rimane uno strumento ancora troppo imperfetto per gestire le relazioni social (un capitolo a parte lo apriremo quando parleremo dei bot che commentano i bot, in un’escalation di commenti dalle conseguenze prevedibili – intasamento, crisi di credibilità… ). I profili bot segnalati rischiano di essere identificati come fake, venendo sospesi dalle piattaforme, con un certo danno per le agenzie. Si preferisce sempre più affidare il servizio a delle persone reali, le quali non vengono bannate perché riconosciute come tali. Le si possono però comunque sgamare: prima di rispondere alle provocazioni di un signor nessuno, cliccate sul suo profilo e vedete quanti amici ha, quanti contatti segue, quanti post, se ha una vera foto profilo oppure no. Sono tanti gli indizi che possono farci riconoscere se chi abbiamo dall’altra parte è una persona reale (frustrata, nervosa, incattivita) oppure un agente che dall’ufficio o da casa, gestisce il suo bunch di profili finti coi quali genera e alimenta delle feroci discussioni che vanno ad attivare l’algoritmo che ci fa arrabbiare, che ci fa partecipare, che ci fa commentare, e così via.

A dirla tutta, l’Oxford Internet Institute, nel suo censimento globale, classifica comunque le cybertruppe italiane come “a bassa capacità”: poco sofisticate, ma puntualmente attive a ogni elezione o referendum, per poi tornare dormienti fino al ciclo successivo. Una specie di influenza di stagione della disinformazione, con la sua ricorrenza prevedibile. Dopo la botta del referendum sulla giustizia e a un anno dalle prossime elezioni politiche, sembrano essere però costantemente attive e battagliere.

Il prato, comunque, resta finto

Ora, che si può fare? Non vi sto dicendo di diventare paranoici e di sospettare di ogni reaction o di ogni commento fuori posto. Dico che se scorriamo il feed e ci capitano duemila post uguali o quasi, e sotto di questi lo stesso tipo di commenti identici, entusiasti o indignati, sincronizzati come un corteo a passo di marcia, vale la pena chiedersi chi ha pagato l’erba sintetica e chi, invece, ci sta semplicemente camminando sopra senza saperlo. Quindi, commento o non commento? Reagisco o me la tengo? Pretendo l’ultima parola o cedo?

Giudizio ci vuole.

Se commento, vado inevitabilmente a nutrire l’algoritmo che continuerà a mostrare a me e ai miei contatti) quel contenuto in quanto “interessante”, capace di stimolare la conversazione. Se invece non lo faccio, prima o poi il Mostro smetterà di mostrarmi quella tipologia di post. In un mondo ideale, dove tutti insieme abbiamo deciso di non commentare più, di non rispondere alle provocazioni, il risultato sarà che quel contenuto sarà bruciato perché interessante, utile soltanto per quegli utenti che già supportano quel tipo di cose, e per le agenzie di astroturfing. E secondo voi, converrà più pagare qualcuno, investire del denaro per pagare un servizio che non fa il suo, cioè che non porta quel contenuto da nessuna parte?

La differenza, in democrazia, non è un dettaglio da nerd della disinformazione: è un tesoro di tutti. E se è possibile influenzare l’opinione pubblica con strumenti così violenti ed intrusivi, e anche palesemente fragile. E in pericolo. Conviene tenere gli occhi aperti e non cadere nelle trappole di questi parassiti (mi riferisco a chi paga per questi servizi, of course. Mi fa schifo anche la manovalanza, eh. Ma di più chi li paga, mandante della manipolazione e approfittatore della buona fede.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

P.S.: qualcuno ha messo in giro la voce che quel giovane massacrato a Peschiera si stesse masturbando davanti ai bagnanti, “bambini compresi”, perché per un organico gioco del telefono qualcuno avrà sospettato qualcosa, un altro avrò azzardato un’ipotesi, un terzo ha usato un video preso da chissà dove e chissà quando, ed è così che si genera il mito. Niente di tutto questo, non esistono prove di nulla, eccetto che quello ero un ragazzo nero da solo, circondato da un gruppo di bianchi armati di sedie che lo hanno caricato di botte. Al momento in cui scriviamo, nonostante in Italia sia prevista l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 della Costituzione) e che esista l’evidenza del reato da parte di un gruppo di persone contro un singolo disarmato (eventualmente, esisterebbe anche l’aggravante dell’odio razziale) palesemente identificabili grazie ai video, nessuno degli aggressori risulta essere stato rintracciato, identificato, convocato in caserma o in questura, interrogato o denunciato.


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