Giù il sipario

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Quando lessi il decreto di Sua Eccellenza il Commissario Straordinario che ne ordinava la demolizione mi stropicciai le maniche sugli occhi non potendo credere alla pesante leggerezza con la quale UNO, sentendosi sollevato da qualsiasi oggettiva responsabilità e allo stesso tempo investito di super-poteri, rivestito, glassato di arrogante superbia, con una firma su un foglio definiva la fine, la distruzione, l’abbattimento dell’ultimo simbolo dell’indirizzo culturale dell’intera città. Quel gesto (simbolico) rappresentava quella che, a tempo indeterminato , sarebbe stato l’indirizzo (politico) della sua deriva.

Non sapendo tenermi un cecio in bocca, andai in fretta a parlarne con il Prefetto, quale autorità sostitutiva del Governo, che però mi respinse in pochi, freddi, minuti, che non fecero altro che avvalere le mie ipotesi circa un “piano di ri-distruzione” globale. «Maestro» mi disse guardando attraverso i vetri i cantieri dei brutti palazzi nuovi del centro, orrendi simboli della speculazione «Il Verdi è morto, se ne faccia una ragione! Come è morta l’arte, la cultura, il teatro!» non era un uomo di Governo a parlare, bensì un servo dei poteri forti, del disinteresse, dell’ignoranza «L’abbiamo detto, a suo tempo: questa città non necessità di una struttura come quella, non abbisogna di un teatro, di una scatola vuota. E non abbisogna di monumenti da conservare»

E quando mi parlava di un’area che poteva essere “meglio utilizzata” potevo aspettarmi che si volesse intendere “costruire uffici e grandi magazzini”? Era proprio questo di cui necessitavamo?

Misi insieme le compagnie più vivaci in attività, coordinai la realizzazione di una giornata a favore del teatro, occupandolo di forza! studiando la messa in scena di un Riccardo Terzo nuovo, con musiche eseguite dai Maestri più pregiati, molti dei quali già al servizio dei Teatri di Milano, Vienna, Parigi… Avrebbe potuto essere l’ultima fiammata per salutare con onore il Verdi, oppure la prima, grande messa in scena, della sua nuova vita. Tutti gli artisti accorsero con entusiasmo, rabbia e preoccupazione per fermare l’assurda distruzione del nostro ultimo baluardo culturale. Lavorammo insieme e provammo ogni giorno, per tutto l’inverno del ’59. Mi bruciavano gli occhi, mi sembrava di non dormire da mesi. Mettemmo a punto ogni cosa con determinata passione.

Pronti per andare in scena, quella sera alla fine di un caldo aprile del ’60, quando arrivammo in piazza Cairoli, l’unica cosa che trovammo sul posto fu una spianata desolata.

Niente. Terra liscia schiacciata.

Ci abbracciamo piangendo in silenzio.

I musicisti provarono a suonare qualcosa, un brano leggero. “Nel blu dipinto di blu” riempì dolce e allegra la piazza e le strade vicine.

Cominciammo a sorridere e a ridere, rassegnati più che disperati. La gente si avvicinava incuriosita, battendo le mani e salutando. In pochi minuti lo spazio davanti a noi era invaso di persone! Dovetti salire su un furgone per farmi vedere e poter dire a tutti “Tra poco cominciamo! Prendete posto!” e non c’erano posti, perché il teatro non c’era più! «Cosa fate? Cosa fate?» «Cosa fanno? Cosa fanno?» «Shakespeare» «Shakespeare, Riccardo Terzo» Allora dalle case vicine cominciavano ad uscire sedie e sgabelli, e si spargeva la voce e cominciava ad arrivare gente dagli altri quartieri già con la sedia sotto il braccio! Qualcuno portò dei panini, altri arrostivano salsicce. «Allora? Signori! Allora?» gridai ai palazzi «Che cosa volete farne di questo posto? Pensate davvero che la città non abbisogni davvero di una scatola da riempire?»

E quando la piazza era piena, colma, calò il silenzio per un minuto. Ed apparve, maestoso, il Re Riccardo.

 

Michele Lamacchia

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