Un posto al sole

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«Quando arriviamo?» Perché non mi mordo la lingua? Potevo portarla al Mac, o lasciarla davanti alla tivù. O giocare alla casa, alla parrucchiera, alla mamma e alla figlia! Avrei fatto ANCHE la mamma, all’occorrenza.

«Monia, quando arriviamo?» Daccapo «Mò, mò. Siamo arrivati, non vedi il mare?» «Moni, anche prima hai detto così…» «Uffa!!!» «E pure prima prima…» «…» «E pure prima prima prima…» «Ehi!»

Brava, il mio genio del male! «Andiamo al mare?» come se MAI avesse potuto rispondermi “No, grazie. Preferisco rimanere a contemplare un punto fisso nel vuoto. Tu non badare a me, fai come se non ci fossi. Continua a preparare il tuo esame-impossibile-da-superare-se-continui-a-fare-la-babysitter-a-chiamata” Ci ho messo già mezza mattina per recuperare secchielli e palette e formine e tutte quelle altre cose che portate in spiaggia creano solo un volume informe e ingombrante di casino, messi in un sacco e trasportati in macchina. La mia piccola Panda modello “vecchio-ma-tenuta-un-amore” con i copri-sedili nuovi di Hello Kitty che si farà una melma fangosa se va male. Se va bene diventerà un cricricricreckr di sabbia e pietrolini finissimi che si infileranno in tutti gli interstizi dell’abitacolo, anche i più irraggiungibili! E mi bagnerà il sedile, e io avrò la ben nota sabbia nelle mutande! E poi dovremo litigare per rientrare, piangerà, mi lancerà la sabbia addosso, o un sasso in faccia, disturberà la quiete del vicino che si incazzerà con me (giustamente) e mi lancerà la sabbia addosso o un sasso in faccia. E poi mi dirà che se non sono in grado di badare ad una figlia al mare, avrei potuto restare a casa, a guardare la tivù. E io a spiegare che non è nemmeno mia figlia! No, non sono così una schiappa di mamma-a-ore, in fondo. Mi farò coraggio e armata di pazienza (Grrrr…) la porterò. E se qualcuno mi dirà parole dirò che in casa mia non esistono punti fissi nel vuoto da contemplare!

«Siamo arrivati, Mò?» «Ehm…» il fatto è che ha ragione: stiamo camminando avanti e indietro da un po’ e tra un divieto di balneazione e l’altro solo adesso sto notando che non c’è soluzione di continuità. Lo smottamento falesia che nel 2010 ha provocato la morte di un giovane ricercatore di Taranto ha convinto l’amministrazione comunale a provvedimenti drammatici e risolutori: mettere i cartelli di pericolo. Io avrei pensato a possibili soluzioni alternative ai cartelli, a procedure per valutare chilometro per chilometro il reale stato del suolo, i potenziali rischi e gli eventuali provvedimenti di consolidamento e messa in sicurezza. E poi, nel caso, definirei l’interdizione e le sanzioni da applicare (si capisce che sto studiando, eh?) E i cartelli li userei PEM! per lisciare la schiena di chi mette a rischio la vita propria e quella degli altri, per esempio andandosi ad imboscare tra gli alberi e i cespugli sulla falesia. Per esempio, diciamo.

«Moni?» Poi quando ormai sono prossima all’abbandono di minore noto che, invece, nonostante il minaccioso e pericolante segnale di pericolo, i lidi gestiti da privati consentono l’ingresso ai bagnanti. Ok, figlia-a-ore. Con quindici euro non corriamo più nessun rischio e ci danno pure sdraio ed ombrellone.

«Siamo arrivati?»

«Arrivati»

 

Michele Lamacchia

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