Incipit.

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Incipit.

La ruota davanti taglia le righe bianche trasversali, spizza gli spigoli dei marciapiedi, evita le merde di cane, le bottiglie di birra vuote e le buste di plastica che maisia si ficcano nella catena. L’asfalto un patchwork di pezze randomiche non omogenee.

Inchiodo vicino agli incroci, passo lontano da quelli che vanno a piedi, liscio molte macchine parcheggiate.

L’odore del pane in via Carmine. L’odore forte, aspro e pungente negli angoli scuri dei palazzi e delle case vecchie. L’odore di benzina rossa dei tre ruote che portano gli scaldabagni e le reti a molle e pezzi di infissi e rocche di rame. L’odore del pesce in piazza mercato e intorno. L’acqua sul bancone e l’acqua a terra, tra le chianche.

Facendo le stradine e i vicoli del centro, schiaffeggiato o accarezzato da puzze e odori, riflettevo sul fatto che siamo fatti strani. Allontanandoti per distanza, in tempo e chilomentri, la traccia che l’odore ha lasciato nella tua memoria è un solco profondo e definitivo, un orrido, uno strapiombo che si spalanca sotto i tuoi piedi che può trascinarti privo di sensi e di forza e di volontà verso il suo fondo lontano lontano. Così lontano che può essere addirittura l’odore della pelle di tua madre. O l’odore del fuoco, della polvere da sparo.

Non invece il rumore, il suono, il grido, il pianto.

Come nel sogno questi si inseriscono, si impiantano nella scena solo nel momento stesso in cui vengono emessi (e percepiti). Già dopo un po’ non ne conserviamo più l’esatta memoria. Possiamo provare a rifarli con la bocca, a richiamare la scena, a ricordali a noi stessi, agli altri. Ma non saranno gli stessi, saranno un loro surrogato, una riproduzione, un’imitazione di come potrebbe essere il grido, il pianto, il colpo di pistola. Non ti ricordi cos’hai gridato in quel momento, o come singhiozzavi dopo. Puoi provare a raccontarlo, anche. Ma nella realtà, nel solco profondo lasciato nelle pieghe del tuo cervello non c’è niente di tutto questo: c’è il senso crudo e secco del dolore, l’odore del mare e della polvere da sparo.

 

Michele Lamacchia

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