La “nostra” scuola e i test Invalsi

“Cara maestra Annamaria, come stai? Spero tutto bene. Ti vorrei chiedere una cosa al volo: come sarebbe stata la “nostra” scuola se ci fossero stati i test Invalsi?”

Ciao, Michele caro, tutto abbastanza bene, grazie.
Ti scrivo in fretta dalla manifestazione di Bari, quella contro la paradossale “Buona Scuola” di questo governo (anche se, come sai, questa è solo la conclusione di un progetto lungo ormai decine di anni, cominciato e perseguito dai più diversi esecutivi del passato e ora alla – indegna – conclusione).
Mi chiedi come sarebbe stata la “nostra” scuola se ci fossero stati i test Invalsi.
La nostra scuola di periferia, così brutalmente e chiassosamente ai margini della civiltà urbana, sarebbe stata una bolla fuori tempo, come le tante (probabilmente tutte) le scuole di quartiere, con i presidi/dirigenti a fare da sceriffi e i bidelli nei corridoi con il taser. Con i fondi erogati dallo Stato direttamente legati ai risultati ottenuti da queste valutazioni non avremmo avuto nulla di buono: o la sicura fatiscenza (perché, parliamoci chiaro: non tutti i bambini erano/sono geni dell’attenzione, dello studio, dell’ascolto. Ricordo che noi avevamo le sbarre alle finestre del secondo piano perché i ragazzini si calavano dalle finestre… Quindi, quali risultati potremmo chiedere a questi ragazzi? O non hanno diritto alle stesse potenzialità, come tutti? Sì, nel tempo della televisione commerciale ci hanno indottrinato con l’individualismo, con la competizione, l’egoismo. E si vede), oppure in alternativa il preside/dirigente mi avrebbe consigliato/costretta a farmi i test da sola, o ad aiutare gli alunni a farli, falsando il risultato. A che cosa sarebbe servito?
Certo, qualche insegnante l’avrebbe già fatto, in autonomia: in prospettiva lo stipendio è legato direttamente ai risultati ottenuti. E se io insegnante non fossi in linea con la condotta dirigenziale? O se il preside/dirigente avesse in mente di sistemare la figlia di monsignore? (Sono solo esempi, perché sia giusto e lecito porsi delle domande, avere dei dubbi: è giusta e sacrosanta la meritocrazia, ma questi metodi di valutazione non sono affatto, a mio avviso, trasparenti né efficaci). E, tra l’altro, insistendo solo sul nozionismo, che fine farà il pensiero libero? Un bambino, poi ragazzo, un libero cittadino, deve essere stimolato a sviluppare un pensiero critico e tutto questo non può essere legato alla decodifica di un test freddo. Come potrò crescere delle donne, degli uomini pensanti? Si cercherà come unico obiettivo di fare bene il test di fine anno, ma che fine faranno le domande? Solo un pensiero libero ha voglia di cercare le risposte.
Troppe cose non collimano e sicuramente sto semplificando, e ti chiedo scusa per questo. È stata messa in moto una macchina da 14 milioni di euro solo per fare queste gare mentre le scuole cadono a pezzi, ma così banalizzerei la sostanza della manifestazione.
Potrei dirti che per la contestazione a Renzi a Bologna, mentre presentava la sua riforma della scuola, ci sono state delle teste scassate tra i manifestanti, ma nessuno dei black bloc a Milano per l’Expo si è fatto male. Ma non lo farò, altrimenti passerei per la solita sovversiva rossa (quale non sono).
Ti saluto e ti ringrazio per avermi scritto, anche se so che mi citerai su internet o in qualche articolo dei tuoi. Torno alla manifestazione, una delle più belle degli ultimi anni e ringrazio il Cielo per questa giornata così viva e partecipata. Non sono qui per me, come si dice: “Io ho già dato”. Sono con mia figlia Roberta che è precaria da una decina d’anni. Lei purtroppo ha scelto di fare l’insegnante, di trasmettere cultura e amore per il sapere, ha scelto come mestiere di stimolare la curiosità dei suoi ragazzini di periferia. E lo faccio anche per le mie nipotine: mi piacerebbe averle sempre sulle ginocchia mentre mi chiedono il significato delle cose, invece che vederle in crisi per un “vero o falso”, come i quiz degli anni ’80.
Lo faccio anche per le tue figlie e per tutti i loro perché.
Con affetto, Annamaria.
img015
Foto d’epoca. Non c’erano gli Invalsi e le classi “pollaio” non se le aspettava nessuno.

Michele Lamacchia

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