La tua opinione conta!

La tua opinione conta!“, quante volte ci hanno detto così? Amiche e amici come state? Io bene, ma potrei stare meglio. Questo perché ultimamente più che mai ho dei problemi a rapportarmi con i numeri, con i sondaggi e, prima ancora, con le opinioni delle persone. Quando si dice che uno vale uno e che è legittimo che chiunque possa sentirsi in diritto e in dovere di dire la propria su qualsiasi cosa, anche su temi di cui non sa nulla o quasi (si escluda il sentito dire) beh: io mi preoccupo, mi spavento.

Ma che cos’è un’opinione? Da cosa è generata? E dove può portare un agglomerato di opinioni senza mediazione? E cos’è questo freddo che porto nel cuore e questo vento che mi scompiglia i capelli? Mentre vagabondavo disperso e a-mareggiato sulla litoranea, con gli spruzzi del mare che mi bagnavano i piedi e i pensieri, mi è tornato in mente (e in soccorso) L’onda anonima, questo strepitoso saggio, pubblicato da Meltemi Editore, del collega Stefano Cristante, docente di Sociologia della comunicazione e Sociologia della scrittura giornalistica all’Università del Salento. Cristante raccoglie un’antologia di testi, di ricerche che riguardano, appunto, l’opinione pubblica, la sua rilevanza storica da Platone o Aristotele fino a una interessantissima analisi dei fenomeni 2.0, evidenziando come non serve opporsi ai sondaggi o esecrarli, ma che è necessario farci i conti. Conoscere il nemico è fondamentale quando si va à la guerre, e quindi individuiamo gli attori in gioco (i decisori, i movimenti di pressione, i media e il pubblico/consumatori/cittadini) osservandoli, in relazione all’opinione pubblica, attraverso le varie differenze culturali negli Stati Uniti, in Francia, in Inghilterra, in Germania (tramite Allport, Bourdieu, Luhmann, Noelle-Neumann e gli altri amici).


“L’uomo crede fermamente perché accetta le opinioni senza approfondirle; dubita quando gli si presentano obiezioni ma, quando nell’incertezza delle opinioni, finisce per attaccarsi unicamente agli istinti e agli interessi materiali che sono, per loro natura, più visibili, più afferrabili e più duraturi delle opinioni”.

Spesso le nostre opinioni, si generano in base a degli stereotipi. Lo sappiamo, certo. Ma sempre più spesso ce ne dimentichiamo. Lippmann ci spiega in che modo gli stereotipi caratterizzino e riempiano l’immagine intera deformando, nella magior parte dei casi, la nostra opinione.  Opinione che, ho imparato con questo libro, può essere solida, fluida e gassosa in base alla propria consistenza. Opinione che può essere guidata dall’élite. L’élite, semplicemente, è quella ristretta cerchia di persone che contribuisce alla costruzione dell’opinione pubblica. Ovvero cittadini informati che si sentono obbligati nei confronti del bene comune che, come “completamento al dominio”, esercitano su di esso un’azione critica.

Cos’hanno fatto, di fatto? Si sono sbarazzati di questo corpo “scelto”, di questa struttura critica. Hanno esautorato delle loro dignità e funzioni gli insegnanti (diventati professoroni, professorini o maestrine), i giornalisti (divantati giornalai o giornalistoidi), gli intellettuali (che sono diventati intellettualoidi), chi legge, chi studia, chi va a teatro o vede film e programmi TV che non siano nazional-popolari (diventati snob di merda o radical chic), gli intellettuali (intellettualoidi), i buoni di spirito (diventati, dispregiativamente parlando, buonisti). Persino i medici, gli scienziati, i ricercatori sono stati consapevolmente emarginati rispetto al processo di costruzione dell’opinione. “Uno vale uno”. Finalmente anche uno la cui opinione non vale una minchia può tranquillamente paragonarla a quella di un grande esperto.

Come è successo che l’opinione del 17% degli italiani (nemmeno di tutti: dei soli votanti) abbia compattato e stia orientando la politica di un (ormai ex) Grande Paese come il nostro? Numerose le risposte che vengono da questo saggio (la parola stessa lo definisce, ndr). Tocqueville parla di “dittatura della maggioranza“, dove il rischio è che la maggioranza, che vive in una perenne adsorazione di se stessa, faccia quello che vuole. Ecco a che serve, quindi, un potere terzo: la giustizia. Non è forse vero che gli ultimi governi hanno sempre visto negli organi della magistratura solo dei seccatori se non dei veri e propri nemici? E poi, in linea generale, eticamente parlando: “Quando io rifiuto di obbedire a una legge ingiusta, non nego affatto alla maggioranza il diritto di comandare: solo mi appello non più alla sovranità del popolo ma a quella del genere umano“. Spazio all’Umanità, dunque. Anche un buono come me può prendere fiato e non sentirsi solo uno snob intellettuale (di merda).

Un’ultima cosa circa la positività e l’ottimismo. Si tenga presente che le elezioni si vincono o si perdono grazie al c.d. “last minute swing“, ovvero il fenomeno di appoggiare il vincitore annunciato principalmente per paura dell’isolamento. Perché l’opinione è un’enorme forza politica e sociale che preme l’individuo a conformarsi all’idea prevalente. Perché l’uomo, per sua natura, teme l’esilio. Quello che smuove, che mobilita i sondaggi è, in realtà, più l’opinione silenziosa, quella che non esprime la propria posizione. Che cosa succede? Che in tanti si adeguano alla posizione prevalente, vincitrice, più forte (e la storia è piena di esempi importanti). Ma dopo? A lungo andare gli individui soffrono il compromesso obbligato cui sono costretti a sottostare per fuggire l’isolamento e allora cominciano a viverlo come insensato, indegno, screditante, disprezzabile, ripugnante. A un certo punto tornerà l’avversione dell’opinione pubblica nei confronti della spinta conformista. Si ricomincerà a guardare agli ousider, agli avanguardisti, ai riformatori, agli studiosi, agli artisti, che sono coloro i quali possono cambierà la società. E si tornerà ad avere altre opinioni, ad avere più dubbi e meno certezze. Perché

“…il saggio deve guidare interiormente la sua anima al di fuori della calca e deve mantenerla libera e capace di libero giudizio sulle cose” (Montaigne)

Il mio grazie a Stefano Cristante per aver messo insieme questo libro pieno zeppo di spunti di cui si sente la necessità di parlare direttamente in faccia alla gente, nelle librerie, nelle scuole, nei bar e per le strade. Per tornare a confrontarsi e a ricreare una vera e libera Opinione, sempre meno anonima, sempre più propria.

Piccolo prologo neorealista. Stamattina ero al comune e un signore ha sentito l’esigenza di comunicarmi e di sostenere la sua propria opinione che si basava su dati mancanti, sbagliati o corrotti di proposito. Dove finiremo, signora mia? Abbiamo cominciato un duello dove lui sparava la cazzata e io sentivo di dover rimediare. Si è presentato come un “tifoso di S.*” (*politico italiano) elencando una serie di inesattezze e di bugie. Ha cominciato coi 49 euro agli immigrati (forse il numero era un lapsus riferito a certi 49 milioni scomparsi) e ho dovuto spiegare che si trattava invece di 35 euro, poi che “quelli guadagnavano senza fare nulla” e ho dovuto dire che i soldi non finiscono ai migranti ma vanno alle associazioni e agli albergatori e che non sono soldi italiani ma in grossa parte europei, Sì, ma quelli vengono a toglierci il lavoro a noi (e com’è? prima hai detto che non facevano nulla, com’è?), che Prodi ci ha messo “nella emme!” che non abbiamo più potere d’acquisto (ma veramente io sto pagando un mutuo all’1,5% che con la lira avrei pagato a oltre il 20…), che “questi neri e marucchini sono il vero problema dell’Italia, che non ce n’è per noi, figuriamoci per tutti!” e io ho spiegato, davanti a una figlia incredula, che i nostri problemi sono grandi e che se a scuola non c’è la carta igienica, se le strade hanno le buche grosse così, se non si mettono in sicurezza le città a rischio alluvionale, se non si ricostruisce dopo i terremoti, se per fare una Tac devo aspettare sdue anni, la colpa non è degli immigrati, ma è delle mafie e di duecentocinquantamiliardi di evasione fiscale ogni anno!

Avrei potuto citargli Tönnies, quando spiega che l’Opinione Pubblica effimera ha caratteristiche specifiche quali l’incostanza, la precipitosità, la superficialità, l’acriticità e la credulonicità (si dice così, boh?), l’avere pregiudizi, che è ostinata e perseverante, che risente degli istinti e delle impressioni del giorno, che s’inchina davanti alla morale, che fa uso di slogan, che si piega al partito vincente (sic!), che è sbrigativa, frettolosa, che è difficile da istruire e, definitively, è sciocca. Avrei potuto ma, come diceva mio nonno:

A lava’ la cap’ ‘o ciucce si perd’ timbe, jacque e sapone

(trad.: “A lavare la testa all’asino si perde tempo, acqua e sapone”)

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