Lettere alle mie figlie. #1 Fasten your seatbelt, preparation for birth.

Care bambine, amori miei. Sì, ragazze, ormai. Ma siete le bambine mie per sempre.

Vi volevo raccontare non di quello che sapete, che vedete, di tutti i momenti belli che passiamo insieme e di cui, da quando ci sono i social e gli smartphone abbiamo tutta una letteratura fotografica, non di questo. Ma di quello che c’era prima, di quando non c’erano Facebook o Instagram, e prima ancora, quando non c’eravate nemmeno voi.

Quelli bravi dicono che un genitore tende a replicare con i figli lo stesso modello genitoriale che lo ha coinvolto, oppure tutto il suo contrario. Come sono cresciuto io ormai lo sapete: allo stato brado, tra il quartiere Libertà e il rione San Paolo di Bari.

Quando aspettavamo Tika, abbiamo deciso che potevamo essere genitori diversi dai nostri: moderni, progressisti, consapevoli. Abbiamo consultato esperti, manuali, etc.: tutto quello che poteva essere utile per vivere la genitorialità non senza errori, ma almeno per provare a essere mmmeno peggio di chi ci ha preceduto. Che presunzione, no? Ma come ogni cosa, si dice sempre: “Beh, no: io non sarò così, io non farò come loro!” Forse peggio, chi lo sa? Però occorre provarci. Veniamo da una generazione che ancora si faceva obbedire con la cinghia (probabilmente non sapete neanche di che sto parlando), di quelli che non baciavano mai i figli se non (forse) nel sonno, quindi ok: provarci.

Come genitori (in divenire) la prima cosa in cui, si pensò, di poter essere “diversi” fu la comprensione delle esigenze della neo-mamma. Fino a “prima” (ma ancora oggi spesso è così, eh, lo vedete) la mamma era una cosa/figura/persona che doveva fare i figli e occuparsene. Stop. Il padre, nell’iconografia, era quello sulla poltrona con il giornale in mano o sul divano con la birra davanti alla TV. Noi invece eravamo consapevoli. Eravamo consapevoli che non è il ruolo di padre a definirlo tale, ma quello che fa per esserlo, per “meritarselo”. Poi se è vero che la donna ha gli stessi diritti e doveri dell’uomo, è vero anche il reciproco: l’uomo deve essere all’altezza della donna e il papà deve attendere alla genitorialità allo stesso modo della mamma (aggiungo io, anche di più, visto che non cresce un alieno in pancia e non lo partorisce).

E così, unico uomo in una stanza piena di donne col pancione, per mesi ho frequentato il Corso pre-parto, quello che oggi più pomposamente si chiama Percorso di Accompagnamento alla Nascita (siamo sempre più consapevoli, vedete?). Era qualcosa di molto rustico, organizzato dal consultorio del rione Paradiso, in una stanza col pavimento in linoleum e senza aria condizionata dove un’assistente sociale o un’ostetrica ti spiegavano come respirare a tempo e come massaggiare il perineo con olio di mandorle. Per segnalare l’arrivo della contrazione, la cristiana batteva con una caffettiera sul banco, con colpi sempre più frequenti e le future mamme che dovevano respirare a soffi e strizzavano gli occhi. Ci voleva molta fantasia, non c’è che dire.

Durante il corso, un po’ a denti stretti, si parlò anche di un demone, qualcosa che silenziosamente può colpire le neo-mamme, un male subdolo, silenzioso: la depressione post-partum. Non sempre, ma può succedere. C’è quella sensazione di smarrimento, di inadeguatezza, di tristezza anche: il baby blues, colpisce nell’80% dei casi. Che può diventare depressione nel 20% di questi.

Può succedere per diverse, numerose ragioni: la pressione sociale, gli ormoni, la mamma che si sente sola ad affrontare quest’enorme novità. E noi partner dobbiamo esserci per evitare che accada, che la mamma possa soffrire, che veda (inconsapevolmente) il neonato come un nemico e, di conseguenza, che tutti stiano male. Occorre provarci, cercare di creare le migliori condizioni per la mamma, per supportarla. Per esempio, aiutandola nell’organizzazione del sonno o sostenendola nelle riflessioni relative alla prosecuzione dell’allattamento, qualora sia percepito come un peso particolarmente gravoso. E, va da sé, in tutte le altre mansioni di casa, ma questo lo do per scontato: chi è oggi quell’uomo, quel padre che non si occupa della pulizia, dell’ordine, della lavatrice, dei piatti e blablabla? A ogni modo, non è solo qualcosa che riguarda il “cattivo umore”, ma è un fenomeno che può portare problemi endocrinologici, cardiaci, circolatori, respiratori, immunologici con serie conseguenze sulla relazione madre-bambino. E il bambino ne risente, avverte la mancanza di calore da parte della madre.

Quindi che cosa può fare il partner, nel nostro caso l’aspirante papà? Può occuparsi dei lavori domestici, può aiutare la mamma ad avere un buon riposo, può ascoltarla. Può fare in modo che si possa distrarre e dedicare a sé stessa, frequentare amiche e amici, andare in palestra, coltivare gli hobby, leggere, ascoltare musica e stare alla TV. Nulla di straordinario, in pratica. Ma pochi, semplici accorgimenti che creino un ambiente accogliente e protettivo per lei che, in questo periodo, presenta delle fragilità particolari.

Ed eccomi, unico uomo tra tante pancione. Unico aspirante padre a massaggiare la schiena alla mamma che, seduta sul tappetino da yoga, sbuffava fuori l’aria al tempo metallico della caffettiera sulla scrivania.

Frequentare un Percorso di Accompagnamento alla Nascita non è male, ti fa sentire parte di un tutto, come frequentare un gruppo di auto-aiuto: puoi confrontare i tuoi problemi del sonno, del peso, le nausee, le roba là sotto, la stitichezza. E questa è solo la parte dei papà.

Il corso dà anche diritto ad altri benefit, come un ticket per poter partecipare alla nascita della creatura direttamente in prima fila. Normalmente, un neo-papà che si auto-invita in sala parto potrebbe fare disastri, stare tra i piedi, piangere, urlare, fare richieste inopportune o anche perdere i sensi (con il personale che deve badare a lui piuttosto che alla mamma e al piccolo). Un papà informato e ammaestrato non può garantirci che non perderà i sensi, ma sarà perlomeno consapevole che ciò potrà accadere, saprà a cosa andrà incontro, saprà cosa può fare (SPOILER niente, solo stringere la mano alla donna) e cosa no.

Giornata cominciata con la rottura delle acque: non si scorda mai. “A rivolo o a fiotto?” questa è la discriminante se correre veloce in ospedale o andarci normale. Nel caso di Tika fu anche piuttosto veloce, nel giro di un paio d’ore si risolse il tutto. Io avevo già il camice indosso quando, all’ultimo momento fui fermato sulla soglia della sala parto perché, contemporaneamente, un’altra mamma stava partorendo. – Ma vista una, viste tutte! – urlai interdetto. Ma non ne vollero sapere. E Tika la vidi solo qualche minuto più tardi, tutta bella e fatta, rosa come una pesca. Una pesca di amore bello con la peluria in testa. Di quello che venne dopo ne parleremo poi, ora andiamo a vedere come andarono le cose tre anni più tardi, quando scoprimmo di aspettare Mati.

Eravamo ancora più consapevoli e decidemmo di abbandonare quel luogo razionalista post-sovietico del consultorio per dirottare i nostri perinei mandorlati sulle poltroncine della Clinica Privata, dove non c’erano solide caffettiere a scandire il tempo e, oltre alle ostetriche, c’erano il pediatra, la psicologa, sorrisi e tante altre amenità (inclusa cartellina colorata coi gadget degli sponsor: acqua fisiologica, pannolini, cremine, roba del genere). Il clima in clinica era così piacevole che, a questo giro, non ero nemmeno l’unico uomo a frequentare il Corso pre-parto, c’era anche il futuro papà di Ginevra (che saluto). (Che ancora saluto, abita dietro casa)

Fare questo genere di esperienze di coppia è estremamente utile, secondo me. Perché ti fa sentire partecipe di una cosa di cui normalmente non sapresti nemmeno granché. E più sei partecipe, più sei coinvolto. Più sei coinvolto e più sei responsabile, ingranaggio di un meccanismo che ti riguarda, in cui sei attore: il nostro percorso, la nostra gravidanza, il nostro travaglio, il nostro parto, nostro figlio/a (sì, è un po’ forzato, ok, ma ci siamo capiti).

Il secondo Corso mi diede l’opportunità di partecipare (assistere) in prima fila alla nascita di Mati. In sala parto ce n’erano già altre tre, di partorienti, con le gambe nella classica posizione delle astronaute pronte al decollo ma con le gambe un po’ più larghe.

– Dottore, ma ci sono le altre mamm…

– Vieni, vie’! Non ti preoccupare!

Il dottor V., buonanima, prese e sollevò il telo sulle loro teste e io potei attraversare tutta la stanza senza che loro mi potessero guardare in faccia né viceversa e, novello Giuseppe, mi accingevo ad assistere alla Natività. In quella circostanza, la nostra consapevolezza ci fece optare per una consapevole epidurale che permise alla mamma di partorire con maggior consapevolezza. Noi, nostra, manco stessi partorendo io. Pensa la magia, padre: diventi così parte del tutto che puoi anche usare la prima persona plurale!

Mentre il ginecologo armeggiava laggiù cantando il famoso brano di Harry Belafonte, e tutti a ridere e scherzare fischiettando e suonando claves improvvisate, l’ostetrica dava il tempo e indicava quando spingere. Il papà, affatto intimorito dalla scena, ben ammaestrato a ogni evenienza anche al potenziale svenimento, faceva tutto quello che poteva per incoraggiare e stringere la mano (SPOILER: non può e non deve fare altro).

A quel punto, dopo il mio sforzo, corsi a prendere il necessario per fare la raccolta del sangue cordonale per la conservazione delle cellule staminali che, nel giro di dieci minuti, erano già su un furgone refrigerato in direzione Belgio (sì, all’epoca in Italia era ancora proibita la conservazione, tipo lo spaccio della droga. Non so adesso).

Nacque Mati, ed era un piccolo scricciolo, magro e rosino. Era così piccina che nessuno voleva schiaffeggiarla per farla piangere, le si chiese gentilmente di farlo e lei pianse da sola (com’è il destino, spesso dei secondi figli).

Mati la posarono in un’incubatrice, troppo grande per lei. Dove la portate? Perché è lì dentro? Papà, non si preoccupi, ha bisogno di stare un pochino qui finché i valori non si stabilizzano. I valori? Che valori? Che succede? Perché nessuno mi ha detto niente di questa cosa? Perché la portate via dalla mamma? Papà, stia tranquillo, può starci anche lei. Venga, si metta qui. Può infilare la mano in questa apertura, accarezzi la bambina e le parli. Le parlo? Che le dico? Boh, quello che le diceva quando era in pancia! Le verrà bene, stia tranquillo.

E mentre intorno a me dottori e infermieri eccetera ruotavano, spostavano, misuravano, correvano, io accarezzavo la tua schiena, Mati, che eri calda, morbida, piccola, piccolissima sotto la mia mano e avevo gli occhi gonfi di gioia liquida che non vedevo più niente. “Quello che le diceva quando era in pancia” e così, mentre ti accarezzavo la schiena ti cantavo Jobim, quella Garota de Ipanema che ti canterò ancora per anni e anni e anni per farti addormentare la sera, ero lì non so da quanto ma volevo quel momento non finisse mai.

Ma invece finì: arrivò una telefonata e dovetti scappare. Il primo e unico abbandono, forse una di quelle crepe che dicevano che qualcosa stava per accadere. Non te ne ho mai parlato e non lo farò, a meno che non sarai tu a chiedermelo.

Il resto a presto. Questa piccola, grande avventura che ci riguarda.

Amori miei, bambine mie per sempre.

Michele Lamacchia

@leparolecreanomondi

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