
Amiche e amici, come state? Io bene, sono in Val di Fassa a 2.300mt, in coda dalle sei e mezza di stamattina per il bombolone che ho visto su Instagram. Davanti a me ancora in trettordicimila che OH! Non possono essersi tutti sbagliati! Ma che cosa sta succedendo? Cos’è che ci “costringe” a fare cose “che fanno tutti”? Ma poi, è proprio così?
È una delle poche categorie psicologiche contemporanee che descrivono con precisione chirurgica il modo in cui viviamo oggi il tempo libero, la cultura, persino l’identità: la FOMO, ovvero la “fear of missing out“, la paura di perdersi qualcosa.

Non è semplice desiderio. Il desiderio guarda avanti, immagina, costruisce un’attesa. La FOMO guarda lateralmente, guarda cosa stanno facendo gli altri, in questo preciso momento, mentre tu no. È una paura relazionale, comparativa, che si nutre della visibilità altrui più che della propria mancanza. Un fenomeno che non è stato inventato dai social, ma che i social hanno reso permanente, misurabile, quantificabile in storie e notifiche. Prima la si provava per un evento preciso; oggi è diventata una condizione quasi costante.
Funziona con gli eventi, ovviamente: il maxi-concerto a cui non sei andato (vi ricordate Ultimo a Tor Vergata con gli accampati fuori per strada già quindici giorni prima?), la mostra che tutti hanno visitato mentre tu rimandavi. Funziona con i luoghi, dove la FOMO da viaggio non riguarda il posto in sé, ma la sua rappresentazione (non ti manca la Puglia, ti manca la Puglia raccontata da altri, quella versione già editata, filtrata, legittimata dal consenso pubblico; il Lago di Braies di Terence Hill o la Roccaraso di Rita De Crescenzo, per dire). Funziona in modo particolarmente aggressivo con film e serie, dove perdersi l’ultima stagione non significa solo non conoscere una trama, ma essere tagliati fuori da un codice linguistico condiviso, da riferimenti che gli altri si scambiano con naturalezza e che tu, nel tuo angolo, non possiedi. Funziona con i libri, quelli che “si portano”, i fenomeni del momento che tutti postano (“…che tutti postano…”). E con i bomboloni. No, non è esattamente “la moda”, non è qualcosa che riguarda il possesso di un bene, ma qualcosa di emotivamente più rilevante.




La FOMO è un oggetto di studio vero e proprio. A definire il termine in ambito scientifico è stato lo psicologo Andrew Przybylski che, già nel 2013, la descriveva come l’apprensione diffusa che gli altri stiano vivendo esperienze gratificanti dalle quali ci si sente esclusi, unita al desiderio ossessivo di restare comunque connessi a ciò che fanno. Da allora è stata anche misurata: esiste una scala validata, dieci item, che chiede quanto ti preoccupi di non sapere cosa stiano facendo i tuoi amici, quanto ti disturbi scoprire che si sono divertiti senza di te.
I sintomi, quando la FOMO smette di essere un fastidio occasionale e diventa un tratto stabile, sono quelli tipici dell’ansia sociale: irrequietezza, bisogno compulsivo di controllare il telefono, difficoltà a restare presenti in quello che si sta facendo perché la testa è già altrove, a immaginare cosa si sta perdendo. Gli studi la collegano a livelli più alti di ansia, stress e sintomi depressivi, e a colpire con più frequenza sono gli adolescenti e i giovani adulti, proprio le fasce che vivono la propria identità sociale in modo più esposto, più pubblico, più dipendente dal giudizio del gruppo.
Il ruolo dei social, in tutto questo, non è secondario: prima che esistessero feed e storie in tempo reale, la paura di perdersi qualcosa era occasionale, legata a un evento specifico di cui si veniva a sapere dopo, per racconto. Oggi è un flusso continuo di prove (foto, video, dirette) che rende visibile, minuto per minuto, tutto ciò a cui non si sta partecipando. La tecnologia non ha creato il bisogno di appartenenza, ha tolto ogni margine di “ignoranza protettiva”.
Per quanto riguarda la lettura, però, il meccanismo cambia natura, e credo sia il caso più interessante da analizzare.
Un film si recupera in due ore. Una serie, con un po’ di pazienza, in un weekend. Un libro no: un libro richiede un tempo che il ritmo dell’informazione culturale contemporanea non ti concede. Il romanzo di cui tutti parlano oggi sarà sostituito, tra cinque o sei settimane, da un altro romanzo di cui tutti parleranno, e chi nel frattempo lo sta ancora leggendo, magari con cura, con tempi dilatati, si ritrova in ritardo rispetto a una conversazione che intanto si è già spostata altrove.
La lettura, che per sua natura richiederebbe lentezza, viene costretta dentro una logica di consumo che non le appartiene. Si legge rincorrendo, non scegliendo. E quello che si insegue, a ben guardare, non è quasi mai il libro: è il tempismo. È l’essere stati dentro il discorso pubblico nel momento esatto in cui quel discorso esisteva.







Con l’uscita di E a un certo punto diventi un pesce mi sono trovato, per la prima volta con questa consapevolezza, dall’altra parte del meccanismo: a chiedermi non se il libro fosse buono, ma quanto sarebbe rimasto “dentro” la conversazione prima che l’attenzione collettiva si spostasse sul titolo successivo. È una domanda che dice molto più sul sistema editoriale e sui suoi tempi che sulla qualità di ciò che si scrive o si legge.
(Quanti editori e quante agenzie letterarie specificavano nelle desiderata “una storia che riuscisse a far parlare di sé nei social”?)
E qui c’è un punto che vale la pena approfondire perché la FOMO, specie applicata alla lettura proprio per la natura stessa di questa pratica, non si limita a farci correre: ci toglie qualcosa di più sottile, cioè la libertà di scegliere.
La teoria dell’autodeterminazione, uno dei filoni più solidi della psicologia motivazionale, distingue da tempo tra scelte autonome (fatte perché nascono da un interesse genuino) e scelte eteronome, subite, dettate da una pressione esterna. Ed è dimostrato che le prime producono una soddisfazione molto più duratura delle seconde, anche quando l’oggetto della scelta è identico.
Leggere un libro perché lo si è scelto, con i propri tempi, produce un piacere diverso rispetto a leggerlo perché “bisogna”, perché “si porta”, perché è uscito ieri, perché se non lo fai entro la settimana perdi il treno del discorso pubblico. Lo stesso romanzo, letto per urgenza o letto per desiderio, non è la stessa esperienza.
Questo non significa che inseguire le ultime uscite sia sbagliato in sé. Ha i suoi vantaggi: l’hype, quando è genuino, è anche entusiasmo condiviso, è la sensazione di partecipare a qualcosa in tempo reale, di poter discutere un libro mentre è ancora “caldo”, prima che diventi un classico distante e già catalogato. Ma se diventa l’unico criterio, o il preferito, ha un costo: si legge sempre e solo ciò che il mercato mette in vetrina in quel momento, si perde la libertà di tornare indietro, e la pila di letture finisce per essere scritta da altri (dagli uffici stampa, dagli algoritmi, dal calendario delle uscite) più che da noi.
Per questo, da un po’ di tempo, ho preso l’abitudine di alternare deliberatamente le novità con i classici o con uscite più datate. In fondo i comodini, i miei come i vostri, sono già pieni di libri che aspettano da mesi, se non da anni, e non hanno perso un grammo di valore per questo. E ho smesso di accettare automaticamente ogni proposta di lettura o recensione che arriva dalle case editrici, per quanto lusinghiera: non perché non abbia interesse, ma perché voglio restare libero di scegliere io, con i miei tempi e i miei spazi, invece di lasciare che sia il calendario delle uscite a scegliere per me.
Forse il punto, allora, non è smettere di provare FOMO (sarebbe ingenuo pensarlo, viviamo dentro un sistema che la produce strutturalmente) ma riconoscere che nella lettura, più che altrove, quella paura è mal riposta. A parte gli instant book, quelli cioè che si occupano della più stringente attualità, un libro non ha una scadenza sociale reale, anche se il mercato prova a dargliene una. Resta sullo scaffale, disponibile, indifferente al calendario delle uscite. E leggerlo fuori tempo, quando la conversazione intorno si è già spenta, non è un fallimento: è semplicemente un altro modo, forse più onesto, di leggere.
Mollare l’hype non significa smettere di interessarsi a ciò che accade, ma smettere di lasciare che sia quello a decidere cosa merita il nostro tempo. Rallentare, in questo senso, non è una rinuncia: è l’unico modo per tornare a scegliere veramente, invece di limitarsi a inseguire.
Godersi un libro (vecchio o nuovo, discusso o dimenticato da tutti) semplicemente perché è quello che si desidera leggere in quel momento, resta forse l’unico antidoto reale a una paura che, per sua natura, non si placa mai rincorrendo, ma solo fermandosi.
Come ri-vedere un film, visitare un posto dove non ci sta nessuno, dove non c’è campo. Preferire vivere a condividere.
E se c’è la coda, pensaci: è davvero questo quello che vuoi tu?
Scopri di più da
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.