
Amiche e amici come state? Io bene MA. Siamo qui a parlare di colui che per me è uno dei più grandi scrittori mai esistiti, un genio vero. Una premessa, perché so già che qualcuno storcerà il naso. Ho letto quasi tutto quello che David Foster Wallace ha scritto e l’ho amato, con l’unica eccezione di Infinite Jest, che ho cominciato e che è ancora lì, segnalibro a metà, in attesa che io trovi il coraggio (o il tempo, visto che). A chi mi chiede un libro da leggere, consiglio spesso Una cosa divertente che non farò mai più. E da quel settembre del 2008 in cui ha deciso di andarsene, a quarantasei anni, la sua intelligenza ci manca moltissimo, mi è capitato di citarlo, e più volte anche di sognarlo. La sua grandezza, qui, non è in discussione.
Detto questo: Oblio l’ho trovato pretestuoso. E SPOILER…!
Noioso.
Otto racconti senza fine
Oblio esce negli Stati Uniti nel 2004 (in Italia lo pubblica Einaudi lo stesso anno) ed è l’ultima raccolta di racconti uscita con Wallace in vita. Sono otto testi scritti a cavallo del nuovo secolo, pienamente dentro quello che chiamiamo post-postmodernismo: alcuni sfiorano le cento pagine, altri non arrivano a dieci. Cercando bene, i fili comuni si trovano: la violenza della società americana, rivolta soprattutto contro i bambini, l’autoreferenzialità dell’economia e della pubblicità, la famiglia che si sfalda, il sogno in conflitto con la realtà. Si ripetono anche certe scelte di stile, il monologo solipsistico, il flusso di coscienza.
A mio parere però l’elemento che li accomuna è un altro, ed è sotto traccia: il Nostro non vuole raccontare una storia. Espone temi, situazioni e personaggi che non evolvono, li elabora quanto basta perché il lettore li assorba e ci rifletta su e, quando è sicuro di averlo portato dove voleva, chiude. Senza una vera fine. Come se ritenesse di aver detto abbastanza e passasse la palla, lasciando a noi il compito di cercarci un’interpretazione.
Il guaio è che per arrivare a quel punto bisogna attraversare pagine e pagine di elenchi: capi d’abbigliamento, cibi e bevande, oggetti d’arredamento, situazioni che si ripetono, sigle e acronimi, digressioni che si aprono una dentro l’altra come scatole cinesi. Il paradosso, il surreale, l’iperrealismo che abbondano nei racconti perdono così tutta la loro carica eversiva. Chi lavora con il paradosso sa che non può percorrere quel sentiero troppo a lungo, e infatti riduce al minimo la dimensione narrativa: pensiamo a Barthelme o, su un piano sintattico oltre che semantico, a Queneau. Wallace fa la scelta opposta. E il lettore si ritrova a sorbirsi pagine tutte uguali sulle abitudini intestinali delle stagiste di una rivista patinata, sulle elucubrazioni logiche di un aspirante suicida, sulle dinamiche di un focus group chiamato a valutare la pubblicità di una merendina.
Per dirla con una frase banale: scrive molto per dire pochissimo.
Ed è un peccato, perché gli spunti di partenza sono originali: analisti di mercato infelici, studenti che assistono al delirio psicotico di un insegnante, una famiglia felice travolta da un incidente domestico, un figlio devoto che alleva ragni, un fantasma che ripercorre la propria deprimente esistenza, bambini dotati di poteri quasi soprannaturali, una coppia alle prese con i disturbi del sonno, giornalisti disposti a tutto (e dico: a tutto) per uno scoop. Probabilmente sarebbero anche interessanti, se non finissero sepolti sotto una pedanteria e una verbosità che rendono quasi impossibile andare avanti.
Racconto per racconto
Prendiamo il primo, Mister Squishy (uscito in origine su McSweeney’s sotto pseudonimo, vi dico, l’avremmo riconosciuto lo stesso). Ottanta pagine per dirci che nel grattacielo di un’agenzia pubblicitaria sta per cominciare un focus group, mentre fuori un uomo scala la facciata a mani nude davanti a una folla col naso all’insù. Il resto è la descrizione minuziosa dell’attrezzatura del climber, delle gerarchie aziendali, dei meccanismi dell’analisi di mercato, degli ingredienti di farmaci e merendine. Poi a un certo punto il racconto viene abbandonato. Wallace voleva farci riflettere sul potere pervasivo e distorcente della pubblicità? Molto probabile. Calvino però ci era riuscito molto meglio con un paio di racconti di Marcovaldo, quarant’anni prima e con sessanta pagine di meno.
L’anima non è una fucina parte da un fatto di cronaca nera: in una scuola di periferia un supplente in pieno crollo psicotico prende in ostaggio una classe. A raccontare è uno dei bambini, che guardando fuori dalla finestra immagina scene di vita quotidiana in cui la violenza è sempre il motore. Il soggetto è originale, ma la narrazione viene frantumata, infarcita di inserti giornalistici in maiuscoletto piuttosto fuori luogo, e il bambino ha uno sguardo così analitico che si fatica a seguire i fili delle trame secondarie. Per scoprire, anche qui, che una conclusione non c’è.
Un po’ meglio costruiti sono gli altri due racconti dedicati all’infanzia. Incarnazioni di bambini bruciati è la tragedia domestica di un bambino ustionato dall’acqua bollente di una pentola: tre pagine di un’asciuttezza encomiabile, forse le migliori del libro.
Un altro pioniere racconta il mito del bambino-saggio che gli abitanti di un villaggio primitivo prima venerano e poi sacrificano, spaventati dalla sua sapienza. Qui però la storia è chiusa dentro un’inutile cornice, scritta come un saggio antropologico per specialisti, che vorrebbe mettere a confronto i meccanismi delle società primitive con quelli che usiamo noi per studiarle. Presto diventa prevedibile, e lo è anche il finale.
Caro vecchio neon è la declinazione psicanalitica del paradosso del mentitore, quello del cretese Epimenide. L’incipit è fulminante: «Per tutta la vita sono stato un impostore», dice un uomo che sta per raccontarci la sua analisi. Gli elementi autobiografici sono evidenti, e non solo perché il protagonista racconta il proprio suicidio creando una specie di loop temporale, o perché le ultime due pagine sono dedicate a un certo David Wallace, suo compagno di liceo. Letto oggi, sapendo come è andata, fa un effetto che toglie il fiato. Il problema è che il lettore annega presto in un mare di digressioni logico-matematiche e filosofiche (quella sul paradosso di Berry su tutte), di dettagli superflui, di aneddoti sconclusionati. Capisco il desiderio di rappresentare il magma mentale di un uomo così abituato a mentire da non distinguere più la menzogna dalla verità (che sia questa, per Wallace, la definizione di scrittore?), ma periodi lunghi decine di righe, con pochissime virgole e una pioggia di parentesi e puntini di sospensione, sono così estenuanti che viene da gridare proprio le parole che chiudono il racconto: «Non una parola di più». Onore all’idea, ma resta un testo incredibilmente faticoso.
Di La filosofia e lo specchio della natura, con il figlio devoto che alleva ragni e accompagna la madre sfigurata da un intervento estetico, resta più l’idea che il racconto.
Oblio, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è molto simile, solo che al posto della menzogna c’è il sogno. Una coppia passa notti agitate, pare per colpa del marito che russa (è lui il narratore), e decide di rivolgersi a uno specialista del sonno. Le analisi finiscono per fondere sonno e veglia e dissolvere i pochi punti di riferimento dei due. Anche qui digressioni e ossessione per il particolare inutile tolgono la voglia di arrivare in fondo, e smorzano la forza del ribaltamento finale, affidato a un dialogo.
L’ultimo, il più lungo, è Il canale del dolore. Qui l’impressione è che si sia cercato di proposito un tema “leggero” con dei guizzi anche (se vogliamo) umoristici (anche se grotteschi, visti i temi e le caratteristiche esagerate di certi personaggi). La redazione di una rivista patinata, con sede nelle Torri Gemelle nell’estate del 2001, va a caccia della notizia sensazionale e la trova in un uomo che produce piccole opere d’arte con i propri escrementi. Quella redazione ha più di un punto di contatto con la televisione di Quinto potere di Lumet (1976), soprattutto nel personaggio di Corliss. E una curiosità personale: Wallace conosceva Piero Manzoni? Perché mi pare che quel bizzarro e geniale artista con la sua Merda d’artista del 1961 avesse anticipato di quarant’anni il cuore del racconto!
La cinica menata postmoderna
In uno dei saggi di Considera l’aragosta Wallace se la prende (criticando anche se stesso) con la tendenza di certa letteratura contemporanea ad aderire a schemi ormai di moda, quindi ripetitivi, prevedibili e alla lunga insopportabili, e li chiama con un’espressione bellissima: «cinica menata postmoderna». Lo stesso discorso lo aveva già fatto nel 1993 in E unibus pluram, il saggio sulla televisione e sull’ironia che si trova proprio in Una cosa divertente: l’ironia che era nata per smascherare era diventata una gabbia, e il vero coraggio sarebbe stato rischiare la sincerità, perfino il sentimentalismo.
In tutto quello che ho letto di suo, Wallace si è sempre salvato grazie a questo. Al desiderio di condividere, alla sua tensione morale (è un grande moralista), in una parola alla sua umanità: romantica, patetica, pietosa, pronta alla commozione, capace di ammettere i propri limiti anche mentre insiste sui suoi cliché. È la voce di Questa è l’acqua, il discorso ai laureati del Kenyon College, scritto più o meno negli stessi anni.
In Oblio, a metà lettura, ho avuto l’impressione che per la prima volta ci fosse ricaduto dentro. Oltre al gioco intellettuale, freddo, e alla voglia di stupire, non ho trovato da nessuna parte le qualità che me lo hanno fatto amare. Il cinismo qui diventa una posa, e da una prospettiva così logora mi ha sorpreso sentire un tono tanto condiscendente. Questi racconti trasudano un compiaciuto senso di superiorità intellettuale, e a tratti ho avuto la sensazione che Wallace provasse quasi astio verso i suoi lettori, colpevoli di non riuscire mai a cogliere fino in fondo la sua genialità (d’altronde, chi potrebbe apprezzarla davvero, se non lui stesso?)
Al contempo però l’autore (che tutti amiamo per la sua profonda, estrema “umanità”, il suo essere “umano” con tutti i suoi pregi e i suoi difetti), nel bellissimo Come diventare se stessi (minimum fax, traduzione di Martina Testa) di David Lipsky (2010), il libro-intervista nato dai giorni passati con Wallace durante il tour di Infinite Jest nel 1996, dichiara: “There’s an unbelievable arrogance about even trying to write something”. Poi aggiunge che lo è ancora di più aspettarsi che qualcun altro paghi per leggerla.
In conclusione, mi è mancato il tocco magico che lo rende speciale. Manca quella cazzimma che nei suoi saggi precedenti mi ha fatto apprezzare anche oggetti che normalmente schivo come la TV, fenomeni lontani come i temibili tornado, estranei alla mia comprensione come il tennis, e altri del tutto odiosi come la trigonometria. Del resto, può capitare a tutti di perdersi.
C’è anche un’ironia amara, in tutto questo. Il romanzo a cui Wallace lavorava negli ultimi anni, uscito incompiuto dopo la sua morte come Il re pallido, parla proprio della noia, quella degli impiegati del fisco americano, e della capacità di attraversarla come forma di attenzione e quasi di eroismo. In Oblio la noia non è un tema: è semmai (mi si perdoni) l’esperienza del lettore.
Romanzi brevi?
Appare chiaro che trama e personaggi siano l’ultima preoccupazione di Wallace, che preferisce scrivere racconti a tema. Non sorprende allora che l’edizione Einaudi, in quarta di copertina e nei risvolti, non accenni minimamente a trame o personaggi e si limiti a lodi piuttosto generiche su una scrittura che ci metterebbe «davanti agli occhi il corpo martoriato, eppure incredibilmente normale, della nostra società». (?)
E la definizione di romanzi brevi non mi convince per niente. Questi testi non hanno il respiro del romanzo. Sono racconti, spesso dilatati fino a raggiungere un numero di pagine sufficiente per far pensare a un (brevissimo) romanzo.
Sono cambiato io, o il mondo?
Mi chiedo anche quanti siano arrivati davvero in fondo a questi racconti. Per un certo periodo leggere Wallace è stato una specie di distintivo, il modo più rapido per dichiararsi lettori fuori dal coro, e credo che questo abbia protetto anche i suoi libri meno riusciti.
Forse sono cambiato io. Forse è cambiato il mondo, e certi esercizi che vent’anni fa sembravano rivoluzionari oggi li riconosciamo per quello che sono. Chi può dirlo. Però una cosa la penso: se un perfetto sconosciuto avesse proposto Oblio a un editore, OGGI avrebbe avuto più probabilità di vederselo rifiutare che pubblicare.
Il che non toglie nulla al nostro mai abbastanza compianto Wallace. Ma a questo libro mh.

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