
Amiche e amici, come state? Io ero qui con il mio circolino di intellettuali che commentavamo l’assegnazione del Nobel alla poetessa (o poeta?) Anne Carson: «Audace e creativa», vado a memoria «ha dato vita a nuove forme per la letteratura contemporanea». Come ogni anno, nessuno di noi scoppiati ha azzeccato il pronostico.
Ma a proposito di poesia e di premiati poeti, mi è venuto in mente Silenzio di Pierangelo Consoli, pubblicato da Neo Edizioni nella collana Dry, la stessa di Rugo e Sorbara.
“Dal taschino prendo la matita, vorrei scrivere ti voglio bene, poi penso a un cuore. Faccio una stella.”
Il protagonista di questa storia è un poeta, ha settantun anni e sta per avere il suo Meridiano («ai vivi non capita quasi mai»), uno che ogni anno finisce nella lista per il Nobel. Dice che non gliene importa nulla. Dice che le pagine culturali non servono a niente, non educano alla bellezza: «Sono favori», dice. «Agli editori, agli scrittori, agli amici. Un continuo regolamento di conti». E i critici? Arrivano a battaglia finita, guardano il sangue rappreso e pretendono di spiegare cos’è successo. Un tipo schivo, misantropo, «guardingo come un cardellino». Un overthinker. Vedovo di una donna che non ha amato per tutta la vita, una vita mai vissuta veramente, passata a guardare le vite altrui, abbracciato ai rimpianti per frasi mai dette, parole mai scritte. E per un amore altro, segreto, custodito per sempre nel silenzio. Il silenzio è una presenza densa, non un vuoto da colmare.
“Certe volte pensi che si possa sempre recuperare, pensi lo faccio domani e poi domani succedono altre cose e non lo fai. Dopo, quando tutto è perduto, setacci quei rimandi, quelle occasioni mancate e cominci a costruire nuovi labirinti, labirinti di sabbia dove le colpe si scrivono e si cancellano e si scrivono di nuovo, continuamente.”
Ed è così fin quando tra le sue cose, nel sacrario del suo studio inaccessibile, piomba un ragazzo di diciannove anni, orfano, quattro vestiti e un coltello sempre in tasca. «Sembra fatto di malinconia». Chi è? Che ci fa nella casa del vecchio? Che cosa rappresenta? È reale?
“È un intreccio di domande che restano sospese.
Quasi in apertura di libro, il vecchio guarda il ragazzo spogliarsi dallo spiraglio della porta. Consoli lo scrive così, senza girarci intorno, e subito dopo ci mette il disprezzo per sé stesso, l’invidia per il corpo giovane, il senso di colpa, la paura del ridicolo. Lo lascia lì con una domanda (cosa siamo, io e questo ragazzo?) a cui il poeta si risponde da solo: «Presumere di poter definire ogni cosa è l’esercizio dei cretini. Cosa siamo, quindi? Persone».
Nella vita non vissuta del nostro, oltre ai due amori non consumati ci sono una figlia completamente asservita al padre e sedici raccolte di poesie in cui non compare mai un albero, un gabbiano, un paesaggio, niente. Un poeta che ha attraversato decenni di accadimenti senza lasciarsi abitare dalle emozioni, un paradosso evidente. «I sentimenti, se troppo esposti, mi mettono a disagio.»
“(in me dimora) il vigliacco che si rifiuta di uscire nonostante l’evidenza che non ci sia più nulla da temere, il vigliacco che trema, che odia la luce, che ha passato, chiuso in soffitta, tutta la propria giovinezza, tutta l’età adulta.”
Lo chiamano “il poeta del silenzio” e a un certo punto l’etichetta la smonta lui: quel silenzio non era una poetica, era «la voce del vigliacco che in me ancora dimora». Io dico invece una difesa per proteggere la propria fragilità (e la mia terapista approverebbe).
Uno passa la vita a farsi intervistare sul silenzio e poi scopre che era paura. Mica poco. A quel punto che fai, ti rassegni? Ti alzi e vai, insegui. Per come puoi, corri.
La struttura del libro è veloce, leggera, i capitoli brevi, alcuni brevissimi. Scorre bene ed è piacevole. Per me, il punto di forza del racconto è la poesia che Consoli riesce a mettere tra le pagine. Poesia, bellezza di cui c’è un gran bisogno e che oggi è ridotta a qualcosa da consumare al volo.
“Scrivere significa riscrivere, anche se non ho voglia”
Al di là della scrittura pregevole, ci sono degli aspetti però che non mi hanno convinto, (questa come sapete è una NON-recensione e se lo può permettere): alcuni passaggi mi sono sembrati forzati, come il desiderio di renderci simpatico il protagonista con degli inserti grotteschi (no spoiler), oppure certi dialoghi che con un ragazzino di strada sembrano improbabili, se non fosse che si tratta di opera di fantasia (ma forse, anche Danilo lo è). E poi, il vecchio cita tantissimo: Grünbein, Tranströmer, Trakl, Murnane, Bernhard, Larkin, Penna. Il personaggio lo giustifica, è disciplinato, per una vita si è imposto di leggere cento pagine al giorno (quasi un disturbo ossessivo-compulsivo, di quelli che ti danno l’impressione che gestendo la routine puoi controllare il tuo mondo), ma in qualche passaggio si ha l’impressione di sfogliare la libreria dell’autore più che la testa del protagonista. E l’ultimo terzo è generoso, forse troppo: i conti si chiudono quasi tutti e quasi tutti insieme. Dopo tanto silenzio, qualche nodo in più me lo sarei tenuto volentieri.
A metà libro, il giornalista gli chiede cosa direbbe a una persona che non c’è più, se fosse lì in quel momento. Lui risponde: «Starei in silenzio».
Forse avrei dovuto fare uguale? Non ci sono riuscito.
“Ho temuto la stessa vita che altri poeti cercano con furia. Gli amori folli, le traversate oceaniche, le notti all’aperto a guardare le stelle, l’eroina, l’alcolismo, le grandi cadute, le vertiginose salite. Tutto questo io l’ho evitato. Mi sono seduto in un guscio di noce e ho atteso osservando gli altri vivere.”
Il tema rimane potente: quanta vita passiamo seduti a una panchina scomoda a guardare la vita passare? Stando dietro a un vetro a osservarla senza prendervi parte? E la risposta non può che essere: meglio rimorsi che rimpianti. Un giorno ti alzi, indossi delle scarpe improbabili (non importa, vai!) e insegui la vita, provando a raggiungerla.
Leggete Silenzio. E ditemi la vostra.
A presto.

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