Volare? Oh-o!

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Volare? Oh-o!

Il volo di oggi è cominciato male e non perché la hostess, nell’indicare le uscite di emergenza, mi ha quasi cecato un occhio con due dita.

Non sono un ansioso ma, nonostante mi inserisca sicuramente tra i frequent flyer, non prendo mai l’aereo con troppa scioltezza ma piuttosto sempre con una leggera linea continua di terrore nel cuore, la stessa linea di terrore dei polli in batteria che da un momento all’altro vengono veicolati su nastri trasportatori verso l’ignota morte, solo un poco più consapevole. A certe cose non si fa mai l’abitudine: provate certi nastri trasportatori.

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La nuova stazione della metro “Aeroporto” di Bari sembra Gattaca ma con al posto delle musiche di Michael Nyman, quelle di Ricky Martin e Marco Carta.

Mi hanno assegnato il posto 1C: corridoio e prima fila. Normalmente dovrei adorare questa posizione perché mi permetterebbe di stendere le mie lunghe gambe e di fiondarmi in fretta fuori dalla cabina durante gli atterraggi di emergenza, ma le controindicazioni sono state diverse (oltre la già citata crudeltà della ragazza nei confronti della mia cornea già martoriata). (Della pietra in faccia vi racconterò un’altra volta).

Qui al mio posto, esattamente mentre vi scrivo, c’è un misterioso alone di puzza solida, direi di sudore di vecchio. Non ditemi che non sapete di che cosa si tratta. Non ce l’ho con nessun vecchio, sia chiaro (i miei cari, anziani lettori, che io adoro e che saluto), ma c’è questa cappa pesante, che devo fare? In genere andando via il soggetto, va via anche l’odore, ma qui nulla, boh? Forse sono io. A essere più acuto, direi che si tratta di puzza di morto, ma non vorrei sbilanciarmi per non alimentare il loop dell’ansia.

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Uno dei tipici #skyporn degli aeroporti

Un’altra cosa: i posti in prima fila hanno più spazio per le gambe, è vero, ma sono più stretti: ci può stare seduto solo il tuo culo e basta. Non ci stanno nemmeno le braccia sui braccioli. Per stare un poco poco più comodo dovresti non avere nessuno seduto di fianco oppure avere un compagno di viaggio senza braccia (però a quel punto “Mi allacci la cintura”, “Mi slacci la cintura”, “Mi prendi la borsa”; “Mi porti al bagno”, eccetera).

Nel momento in cui scrivo il volo ha già mezz’ora di ritardo. Dietro di me c’è qualcuno che piange. Ogni volta che volo, c’è sempre seduto dietro di me un bambino che piange, che punta i piedi dietro al mio sedile, che tira a sé il mio poggiatesta…  Il brutto della prima fila è anche che avete TUTTI dietro (se capite cosa intendo). Quindi possibilità di disturbo moltiplicata. A proposito: mamme, nonne, tenete a freno i vostri bambini, evitate di decomprimere le vostre nevrosi da paura di volare facendo dell’aeroplano la trasposizione temporanea dei giardinetti sotto casa. Insegnate loro a STARE. In fondo un volo medio (a meno che di tratte intercontinentali – che con le vostre nevrosi non farete MAI) dura meno della vostra pausa alla macchinetta della palestra. Teneteli buoni.

La settimana scorsa, dietro il mio posto, il piccolo Paolo era aggrappato alla cappelliera, sospeso con i piedi penzoloni (non sto scherzando) per recuperare il berretto finito dietro i trolley, e nel fare questo ha dato un bel calcio in bocca alla sorellina più grande, Giulia (non sto scherzando: l’ho visto io) che, non vista, è stata pure cazziata dalla nonna perché “Non devi avere paura, alla nonna: siamo arrivati!”. Nonna che cercava ancora di inserire sullo smartphone la modalità “aereo”.

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Quante volte, aspettando la scaletta, abbiamo pensato: “Ehi! ma non si potrebbe provare a scendere direttamente con lo scivolo?”

Insomma, il volo adesso ha 40 minuti di ritardo e qua dietro ci sta una che piange, solo che questa non è una bambina ma una deficiente che ha bloccato il volo e mobilitato tutto il personale dell’aerostazione per ritrovare una chiavetta Usb smarrita con all’interno (dice) “Tutto il lavoro di una vita!”. Esattamente quello che è successo a me nemmeno un mesetto fa, solo che io non ho bloccato un aereo, un aeroporto intero: ho pianto è basta.

Appena chiuso il portellone, questa nenia “Gne! Gne!” suona come il corvo di E. A. Poe: presagi. Presagi che le cose non andranno bene. Anche la puzza, che è come quella delle case infestati dagli spiriti, avete presente? Quelle case dove nessuno vuole entrare perché ci sono stati strani, misteriosi, irrisolti omicidi? Ecco: quelle.

Dice di guardare le hostess: se queste stanno tranquille allora c’è ragione di stare sereni. “Cabin crew seats for departure, please!“, ma queste mi sembrano troppo tranquille, fintamente tranquille, forzatamente tranquille, sospettosamente tranquille. Ancora quella puzza. Ecco che si siedono nel sediolino di fronte a me, mettono le bretelle (perché il personale di bordo ha le bretelle di sicurezza e gli altri le cinture?), sorridono, il loro sguardo mi passa attraverso, mi pare. O forse sono io che non le riesco a vedere bene ché tengo un occhio chiuso, ormai.

Chiudo tutto. Mi riservo di pubblicare queste righe quando al suolo. Sempre se si riesce ad atterrare sani e salvi. Ancora quella puzza di morto. Forse sono io. Motori. Ciao.

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Michele Lamacchia

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