Libri: se a decidere è la Community

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“Alcuni vocaboli inventati sono forse tentativi ironici di dare un lessico ‘giovane’ e divertente, ma il risultato è goffo e poco piacevole da leggere. Il tentativo di essere ‘originali a tutti i costi’ ammazza una buona idea peggio di una storia noiosa. Potrei dire che essi sono alcuni esempi di fallimenti linguistici che stroncano il piacere della lettura di una storia che non si presenta bene. Di difficile collocazione e difficilmente godibile.” (anonimo/a)

La “Community”. Tra le nuove, varie opzioni messe in atto dal sistema editoriale, intento sempre più (come è giusto?) a misurarsi con il network dei social, una in particolare sta facendo sentire il proprio peso specifico, ed è la scelta (possiamo dire) dal basso, ovvero la creazione e la realizzazione di contest aperti tra millemila autori (e ancor più votanti), alla fine del quale il più votato, il più “likato” (o “piaciato“, come piace ai giovani) verrà incensato, premiato in pompa magna, pubblicato, distribuito e adeguatamente promosso.

Lo ha scelto il popolo-del-web, lo avete scelto Voi, il sistema pilatesco della massa che decide, la “democrazia dal basso” (e ovvio che il meccanismo è calibrato per fare partecipare quante più persone possibili, prendere click sui social, vendere pubblicità, creare movimento sulle pagine degli editori, in un paese dove può succedere che c’è chi

“Scopre di essere l’unico italiano a non aver scritto un libro e si uccide” (Lercio)

Mie considerazioni a caso: ecco, a me non piace questo sistema, specie in un periodo storico dove il basso (culturalmente parlando) è realmente a livello stradale. Qualunquismo, d’accordo: non tutto (“Gnegnegne”), ci sono youtuber bravi, validi, ci sono autori e lettori votanti bravi eccetera. Ci sono anche editori differenti. Facciamo così: tutto esclusi i presenti.

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Se un tempo a decidere le linee editoriali si fosse deciso di abdicare alle responsabilità di indirizzo in favore della Comm., oggi, probabilmente, non avremmo conosciuto autori come Svevo, Arpino, Gadda o Lagioia (giusto per fare dei nomi italiani, i primi che mi vengono a mente, ma aiutatemi a trovarne altri), ma nemmeno testi destrutturati/nti come “Il cinghiale”, “Ulisse” o “Infinite jest” (ma aiutatemi a trovarne altri).

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Secondo me si stanno trascurando dei fondamentali che, alla fine, porteranno verso un appiattimento dell’offerta (sempre che a qualcuno importi qualcosa). Cosa propone la Comm. (composta da?): youtuber, storie dal sentore già noto (effetto “Déjà vu“), oppure nuovi aforisti (l’agghiaccianza: stiamo distorcendo il concetto stesso della narrativa), che scopiazzano distorcendo alcune frasi note facendole passare per proprie invenzioni, approfittando della straordinaria ignoranza della massa che compone la Comm.

“L’essenziale è invisibile agli orecchi…” (DaNewAphoristæ)

pa0linar3gna: Grande! Mi hai toccato il ❤ #solotu!

EMMENCHIA!

(Non faccio nomi perché non è carino – e io sono carino – ma questi sono tra noi) 😉

Prossimamente: “Non tutte le ciambelle riescono rotonde”, “A volte un silenzio vale più di 999 parole” e “Dove c’è gusto non c’è Vincenza” (perché nell’aforismario antico “perdenza” stava già dato).

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Al Salone di Torino si sono viste scene deliranti di ragazzini (potere-d-acquisto) per degli “youtuber” (che saluto) che fanno vendere (a questo punto comprendo le ragioni del mercato: “Se non pubblicassimo certe cose, non potremmo permetterci di pubblicarne altre – eheheh“) ma che, con qualche probabilità, non lasceranno nulla a chi viene. Ah, il libro più venduto: quello di Ligabue (che poi il mercato mi dovrà spiegare il motivo di tanta curiosità, ora,  per le biografie).

Ecco, secondo me qualcuno dovrebbe assumersi la responsabilità di dare un indirizzo, di aprirsi alle novità, di costruire, senza delegare al magma (formato da chi? Da cosa?) della Comm. (che adoro).

Vi immaginate l’arte moderna senza Picasso?

“Di difficile collocazione. Difficilmente godibile”. (anonimo/a)

Nota: le immagini inserite nel post sono a titolo puramente dimostrativo e non giudicano i soggetti coinvolti. Servono semmai a confondere sui reali destinatari delle invettive, oltre che a prendere atto di un andamento statistico del mercato e/o (di una parte) dell’editoria in Italia.

Riprendetevi la libertà di fare l’offerta o, presto o tardi, l’editoria farà la fine della Tv commerciale, che è partita da lontano col Drive in e tutto il resto, passando per Non è la Rai e i vari reality, fino ad arrivare al punto che la “qualità televisiva non esiste più” e/o non è più apprezzata/bile. Il circolo vizioso, il cane che si morde la coda.

Oggi tutti a lamentarsi (“Dove siamo finiti!”, “Dove andremo a finire!”), dimenticando che siamo figli e nipoti di quello straordinario, leggero, luccicante, mostro educativo, che si vende bene e che non solo non fa pensare: non fa pensare a pensare a pensare a pensare…

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