L’isola che non c’è (ma anche sì)

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e la nostra breve vita è circondata da un sonno”

Amiche e amici, come state? Io bene ma anche no. Per lo stesso teorema che “non-ho-nulla-da-mettermi” nonostante quello che ha da dire il mio armadio quattro stagioni, oggi parliamo di fisica quantistica, e lo facciamo con il prezioso contributo dell’amico Carlo Rovelli che in altre occasioni in passato ci ha aiutato a comprendere cos’è il tempo, cos’è lo spazio, cos’è la scienza, la relatività e così via. Ma prima di spiegarci roba complicatissima come le regole di fuorigioco e baseball, Rovelli ci porta a Helgoland, minuscola isola spoglia nel Mare del Nord dove, nel 1925, un giovanissimo Werner Heisenberg pone le basi per la più grande rivoluzione scientifica di tutti i tempi. No, non sto parlando del Bimby® o della lavastoviglie ma, appunto, della teoria quantistica. Il paradosso dei paradossi: più la studi e meno la capisci. “È come se la realtà non esistesse”.

In questo ultimo saggio divulgatorio, Helgoland, pubblicato da Adelphi, Carlo Rovelli non vuole chiarire ciò che è incomprensibile, ma si propone di dimostrare quell’incomprensibilità in modo comprensibile. Mi sono incartato? Sì. D’altronde parliamo di concetti che fanno rabbrividire, che ti fermi a pensare e dici: “Okay, tutto ciò che so è falso”, ciò che viene messo in discussione è il concetto fondamentale di verità. Non siamo niente, pulviscolo atmosferico nel caso/caos universale. Cosa c’è di vero? Che tra tutte, la teoria quantistica è l’unica a non essere stata mai smentita.

“Se il mondo non è fatto di semplice materia, particelle in moto nello spazio, come è possibile che esistano i miei pensieri, le mie percezioni, la mia soggettività, il valore, la bellezza, il significato? Come fa la semplice materia a produrre emozioni, la sensazione viva e bruciante che ho di esistere? Come fa a conoscere e imparare, commuoversi, meravigliarsi, leggere un libro e arrivare a chiedersi come funziona la materia stessa?”

Di solito, quando si pensa alla fisica quantistica, ci si arrende evocando idee di teorie e formule difficili da seguire, di competenza solo del più matematico dei cervelli. Ma ciò che Rovelli fa con Helgoland è rendere il concetto centrale della teoria quantistica accessibile e pertinente. Come in tutte le sue precedenti pubblicazioni, Rovelli parla e affascina.

È interessante seguire la genesi di concetti gravi come quelli citati, conoscere il dialogo, il dibattito e le idee ribelli in cui si sono impegnati giovani scienziati (e futuri premi Nobel) come Bohr, Jordan, Dirac, Pauli, Born, e lo stesso Heisenberg, e pure Einstein come una gang di Goonies di inizio ‘900. Non pago, ci mostra come la prospettiva filosofica dell’empiriocritismo colleghi il filosofo Ernst Mach ad Alexander Bogdanov, portandoci nel vivo del dibattito tra questi a Lenin, suo acerrimo rivale. E poi Empedocle, Aristotele, Buddha e Nāgārjuna…

Va detto, a onor del vero, che Helgoland non è – e non può essere – un libro per tutti e non è per essere snob: nonostante lo scienziato (e auto-definito “vile meccanico”) Rovelli prova a farci comprendere la materia (di per sé ostile), quando siamo lì per ottenere l’illuminazione, il discorso prende una piega diversa, quasi leggera, superficiale, lasciandoci orfani di una comprensione che sappiamo SPOILER! SPOILER! SPOILER! non arriverà mai.

“Il mondo ci sembra determinato perché i fenomeni di interferenza quantistica si perdono nel brusio del mondo macroscopico (…) Alla scala delle molecole, il netto spigolo di un coltello d’acciaio è fluttuante come il bordo di un oceano in tempesta che si sfrangia su una spiaggia”.

A voi, maniaci del controllo, suggerisco di lasciar perdere questo libro perché scoprirete che ciò che credevate di misurare in termini numerici, di dimensioni e forze, è solo un’illusione, che quello che credete di vivere è uno dei tanti mondi paralleli possibili, che non esistono cose, ma solo relazioni senza componenti fisse, solo una gamma di interpretazioni, che quello che credete di toccare e vedere non è reale, che tutto è un’illusione, che non c’è nulla. Nulla. La realtà non è come la descrive la fisica classica. Ma prima che vi sediate al bordo del letto a piangere con le mani in faccia, continuate a leggere queste righe.

I nostri occhi ci mentono. Forse il pensiero non ha nulla a che fare con l’apprezzare la realtà, avvicinarsi alla verità o capire come funzionano le cose. Forse, invece, IL pensiero è soltanto il termine che usiamo per definire lo sforzo cooperativo umano a tutto tondo. Rovelli fa un lavoro nobile e complesso: mette insieme la scienza pura con la speculazione filosofica, suggerendo al lettore quella visione olistica che ogni Uomo dovrebbe tendere ad abbracciare, guardando fuori e, allo stesso tempo, dentro di sé, a riempirsi di domande anziché di risposte perché le risposte, tanto, saranno sempre sbagliate.

Sebbene la nostra comprensione del mondo si basi oggi su questa teoria, rimane ancora profondamente misteriosa. Mentre scienziati e filosofi continuano a discutere ferocemente il significato delle dinamiche quantistiche, Rovelli sostiene che le sue contraddizioni più inquietanti possono essere spiegate vedendo il mondo fondamentalmente fatto di relazioni piuttosto che di sostanze. Noi e tutto ciò che ci circonda esistiamo solo nelle nostre interazioni reciproche. Spiega l’entanglement, che è un concetto magico, rivoluzionario e spettacolare: quando due persone o due cose (sto banalizzando) entrano in relazione, lo saranno per sempre, nel tempo e nello spazio, anche a distanza di anni e di chilometri! Restano entagled, allacciati. Un fenomeno ben verificato in laboratorio. Un’intuizione da far impallidire anni di cartigli dei Baci Perugina e tante di quelle pagine Tumblr a cui, tra qualche anno, vi pentirete di aver messo i vostri like.

“Il fatto che noi viviamo sul fondo di un profondo pozzo di potenziale gravitazionale, sulla superficie di un pianeta ricoperto di gas che gira intorno a una palla di fuoco nucleare appena 90 milioni di miglia più in là, e pensiamo che questo sia normale, è una certa indicazione di quanto distorte tendano a essere le nostre prospettive”.

Il mondo quantistico descritto da Rovelli è tanto psichedelico quanto snervante. Come in uno strano gioco dove quando credi di aver raggiunto l’ultimo livello, dietro la porta ce n’è un altro e poi un altro ancora. Abbiamo bisogno di sviluppare una mentalità aperta per quanto riguarda la comprensione dell’esistenza attraverso la ricerca scientifica e la sperimentazione; ci rendiamo conto di non sapere nulla del grande schema che muove le cose. L’unica è abbandonarsi all’idea che non siamo niente e ci lasciamo trasportare come polline dal vento solare nello spazio senza fine.

E, ci potete credere, capirete finalmente il paradosso del gatto di Schrödinger che è lo stesso del mio armadio quattro stagioni, il paradosso del “non-ho-nulla-da-mettermi”.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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