Questo libro fa schifo (e non ve lo sto dicendo io)!

Amiche e amici, come state? Io un po’ strano, come tutte le volte che finisco un libro di Cristò e non riesco a smettere di pensarci. Succede sempre. Vi avviso: è la quarta volta che scrivo di questo autore su queste pagine. La prima fu Restiamo così quando ve ne andate — lì Francesco che passava le giornate a canne e divano e mi faceva venire voglia di prendere a schiaffi me stesso per tutto il tempo perso dietro alle cazzate. La seconda fu La meravigliosa lampada di Paolo Lunare, bellissimo, che ho letto nel buio dello scantinato della vita e in cui ho trovato la luce. La terza fu La carne — il libro che mi ha tolto il sonno, mi ha dato i brividi, e da cui sono uscito con le ossa rotte senza capire bene come. La quarta è adesso.
Il libro si chiama Sull’orizzonte degli eventi ed è appena rientrato in libreria per TerraRossa Edizioni nella collana Fondanti — quella che ripubblica le opere che hanno fatto la storia di un percorso. Adesso che TerraRossa lo rimette in circolazione, posso dire che è il libro più vecchio di Cristò che ho letto e, stranamente, quello che capisce meglio dove siamo adesso.
La trama, veloce: Giovanni Bartolomeo ha ottantatré anni, è seduto sulla poltrona vinaccia sotto la lampada grande, e sta leggendo un libro che trova una schifezza. Lo grida. Disturba Caterina che lava i piatti in cucina e Davide che legge manoscritti sul divano. Il problema è uno solo, e non è uno spoiler perché è la premessa: quel libro che odia così visceralmente lo ha scritto lui. È il suo romanzo più famoso, tradotto in diciannove lingue. E lui non lo ricorda.
Giovanni ha qualcosa di molto simile all’Alzheimer. E lo sa — in un modo strano, intermittente, terrificante — anche lui.
Fermiamoci un secondo qui.
Chi ha letto La carne si ricorderà che quel vecchio protagonista — anche lui ottantenne, anche lui pieno di gesti automatici e rituali ripetuti — aveva qualcosa di simile: il mondo fermo, la memoria che arranca, la sensazione di esistere in un presente che non si riesce del tutto ad abitare. Cristò ha una fissa per i vecchi che portano dentro di sé un’intera enciclopedia del mondo e non riescono più ad aprirla. Non è una fissa lugubre: è una fissa che ti fa pensare. A chi sei stato. A cosa rimane. E, nel caso di Giovanni Bartolomeo, a cosa succede quando quello che rimane sei tu stesso scritto su carta e non lo riconosci più.
La meravigliosa lampada di Paolo Lunare aveva una membrana osmotica tra la luce e il buio, tra la bugia e la verità, tra la vita e la morte. Sull’orizzonte degli eventi ha la stessa membrana, ma applicata alla memoria: da un lato c’è Giovanni che sa — o sente confusamente — di essere stato qualcuno. Dall’altro c’è il vuoto. E nel mezzo c’è un libro. Il suo libro. Che legge e rilegge senza tenere il segno, che trova orribile e non riesce a smettere di leggere, come se sentisse che lì dentro c’è qualcosa di suo che non riesce a riafferrare.
La struttura, veloce (poi arriviamo al punto): Cristò costruisce una matrioska. C’è il romanzo che state leggendo, dentro c’è il romanzo che Giovanni non ricorda di aver scritto — e che anche voi state leggendo, in frammenti — e dentro ancora ci sono i ricordi di Donatello, il protagonista di quel romanzo, un bambino che cresce e decide di diventare scrittore attraverso le poesie imparate a memoria, un bacio rubato dietro a un ristorante di campagna, una poesia lasciata sul diario di una ragazza. Il tutto sorretto da una struttura circolare che si richiude esattamente dove si apre, con la stessa frase, con la stessa poltrona vinaccia, con la stessa lampada grande.
Barth docet — lo dice lo stesso Cristò nella postfazione, che è un pezzo di scrittura onesto e commovente e che vi chiedo per favore di non saltare come fate sempre con le postfazioni. Lo fate. Lo so. Fatelo pure. Ma poi tornate su.
Anche questa volta — come con Francesco che odiava il suo lavoro e tirava avanti, come con Paolo che costruiva la lampada notte dopo notte, come con il vecchio de La carne che guardava la fila degli zombi e pensava ai propri polmoni che lavoreranno tutta la notte come lavorano da ottant’anni — Cristò si innamora della propria architettura fino a dimenticarsi delle persone che ci abitano dentro.
Giovanni è reale. Caterina è reale — forse la figura più riuscita del libro, una donna che ha dedicato la vita a un padre assente-presente, che è lesbica in una casa che non l’ha mai vista davvero, che taglia la buccia del mandarino in quadrettini microscopici perché lo fa da quando era bambina e non sa smettere. Davide è reale, con la sua vecchiaia dignitosa, la sua fedeltà ostinata a un amico che non lo riconosce più, le mani altrettanto rugose di quelle di Giovanni.
I gesti automatici, quelli che i personaggi ripetono inconsciamente — e Cristò lo sottolinea ogni volta, come un ritornello, lo fa per questo, inconsciamente — sono il vero cuore del libro. La poetica lenta che è di Cristò e di nessun altro, come scrissi de La carne, è qui ancora più affilata, più precisa. Come già dicevo di La meravigliosa lampada: rispetto ai lavori precedenti, la scrittura appare ancora più semplice ed efficace. Cioè, il Nostro migliora.

Una cosa che mi ha colpito e che non mi aspettavo: c’è un momento in cui Donatello, adolescente, dice a Betta che l’autore ha la responsabilità di dare vita a creature reali, che un racconto lasciato a metà è un dolore più grande di qualsiasi insuccesso letterario. E lì ho dovuto fermarmi, perché Cristò sta scrivendo questa cosa mentre scrive un libro in cui il suo personaggio più importante non riesce a finire di leggere il proprio romanzo. Donatello, nel libro, ha una lista di cose da fare quando avrà una videocamera. Il vecchio protagonista de La carne aveva i suoi sosia. Francesco aveva le sue giornate ferme. Cristò costruisce personaggi che portano dentro di sé elenchi e progetti e sogni — e poi li mette in un mondo in cui il tempo non coopera.
Questa volta il tempo è la malattia di Giovanni. Ed è una cosa che avrei dovuto trovare pretenziosa e invece ho trovato devastante. Fate voi.
In sintesi, e poi vado: Sull’orizzonte degli eventi è il libro che viene prima di Restiamo così, di Paolo Lunare, de La carne — e adesso che li ho letti tutti in ordine sparso posso dire che era già tutto qui, in nuce, in questo vecchio scrittore sulla poltrona vinaccia. La fissa per i vecchi, per il tempo che scivola, per i gesti che il corpo ricorda quando la testa non ce la fa più. La fissa per la scrittura intesa come responsabilità verso i personaggi che hai creato. La fissa per le lampade (anche qui c’è una lampada grande, Cristò, un giorno devo davvero chiederti cosa ti è successo con le lampade).
Prendetelo. Se avete già letto gli altri, capirete molte cose. Se non avete ancora letto niente di suo, questo è il posto giusto da cui cominciare. O finire. In fondo, come dice il romanzo stesso: dipende solo da dove siete quando chiudete il libro.
Mi sono venuti gli occhi lucidi. Di nuovo. Ciao.

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