I morti di Ivan Il’ic (riflessioni tolstojane)

 

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Care amiche e cari amici come state? Io bene ma assonnato. Questo perché ieri sera dal signor Prurigli del piano di sopra si teneva una festa che poteva fare impallidire qualsiasi altra rumorosa espressione del divertentismo moderno, da Copacabana ai matrimoni della profonda provincia pugliese. E siccome questo discoparty (con musica di merda e balli di gruppo, tacchi che picchiavano come disperati sul pavimento e ragazze urlanti più che a un 8 marzo con spogliarellisti barbuti) continuava più a lungo del dovuto, decidevo di mettermi a letto a leggere.

Visto che imprecavo i meglio morti, chitemmorti e stramorti dei signori già citati, è venuto quasi naturale terminare La morte di Ivan Il’ic, del mio amico e collega Lev Tolstoj, un racconto di una settantina di pagine, qui nell’edizione Feltrinelli del 2014, nella (a mio parere) fortunata traduzione di Paolo Nori (che, oltre a essere un ottimo traduttore, è anche uno scrittore brillante e quindi ce lo restituisce con un ritmo emiliano che io ho riconosciuto).

Vi dirò: all’inizio, il testo di Tolstoj, a chi vi si approccia provenendo da Guerra e pace e Anna Karenina (che adoro e che saluto) potrebbe sembrare solo un esercizio di buona scrittura ma, siccome abbiamo a che fare con un Santo della Letteratura Universale, aspettiamoci che presto si arrivi al nocciolo della questione.  La storia è quella di un funzionario statale borghese di buona famiglia che, in buona sostanza, fa quello che ci si aspetti che faccia: studia, lavora molto, sposa Praskov’ja Fëdorovna  (che cito solo perché questo nome mi fa impazzire) una donna dell’alta società che lo ama, ha due figli che studiano e che sono avviati a una vita nel solco del padre e della borghesia, una promozione, rispetto da tutti, una bella casa e, poi una casa ancora più bella di cui cura l’arredamento con gusto e sostanza in ogni minimo dettaglio. Mentre sta sistemando una tenda, però, cade. All’inizio sembra una cosa da niente ma poi la situazione, giorno dopo giorno, precipita.

Tra gli stratagemmi narrativi di Tolstoj (che non era neanche laureato! E mo chi caz lo dice a Serra?) c’è lo “straniamento“. Lui, cioè, ci descrive le cose come se le vedessimo per la prima volta. Ed è questo modo di illuminare le immagini a scatenare dentro di noi quella reazione emotiva che ci indigna, ci stupisce, ci fa piangere, ridere…

Stiamo parlando di un autore dell’ ‘800, ben lontano dagli artifici attuali dell’immagine televisiva o anche solo fotografica. Se noi sentiamo parlare di guerra, di morti e di feriti, ci impressioniamo, ci potremmo sconvolgere, possiamo dare una valenza politica o economica a quello di cui stiamo parlando. Personalmente, io ho visto l’orrore della guerra quando, da ragazzino (da ragazzo leggevo questa roba qua, scusate. Chi mi ha incontrato alle presentazioni, alle fiere, ai corsi, sa perché) ho letto Guerra e pace. In quel libro Tolstoj non mostra il conflitto tra francesi di Napoleone e russi di Kutuzov, ma ci fa vivere, per dirne una, l’orrore negli occhi del soldato proprio mentre, in un ospedale improvvisato, stanno amputando una gamba, sezionando nervi e tessuti, segando ossa. E noi siamo lì con lui e ne percepiamo la paura della morte, l’afrore aspro delle lenzuola, dei veleni usati per la disinfezione. No, non è pornografia: sono solo le cose come stanno (ovviamente, va contestualizzato il periodo e tutto, eh. Non dico che OGGI bisogna mostrare l’atrocità, ma se ci pensiamo, per l’epoca, la sua era veramente un’innovazione).

Nell’ottica dello “straniamento”, del mostrare le cose ai nostri occhi per come sono per la prima volta, il nostro caro Leone ci mette davanti uno dei mostri più crudeli: la morte. Lo fa portandoci giorno dopo giorno giù, a picco assieme al protagonista, e lascia che ci domandiamo se è questa davvero la vita che meritavo di vivere? Perché sta succedendo questo se ho fatto tutto quello che ci si aspettava che facessi?

“Tutto quello di cui hai vissuto è una menzogna, un inganno che ti ha nascosto la vita e la morte”

La potenza di questo racconto sta proprio nel trasportarci in qualcosa che ci riguarda tutti, nessuno escluso. Siamo tutti governati dalla società e ispirati da una scala di valori che raramente è aderente a quello a cui noi realmente aspiriamo. Tutto suona falso, nel lavoro (i suoi colleghi più cari alla notizia della sua morte prima si confrontano su chi avrebbe dovuto sostituirlo nei suoi prestigiosi incarichi e, subito dopo il cordoglio, si accordano per giocare a carte) e nella vita familiare (i suoi cari sembrano affrontare la sua malattia con la stessa accidia con cui il vigile di questa notte mi spiega che quella dei Prurigli, con tanto di fuochi d’artificio sul terrazzo all’una di notte, è solo una festa privata e la gente, per una volta, può anche divertirsi).

“Sono a casa loro, possono fare quello che vogliono!” (il vigile)

“Ma, mi scusi, quindi secondo lei non esiste più il disturbo alla quiete pubblica?” (io)

“Se mi sta dicendo che si tratta di una festa privata, la quieta pubblica non c’entra niente. Al massimo io parlerei di educazione…”

“AH!”

Come si risolverà il duro conflitto interiore di Ivan non ve lo dirò ma, per quanto mi riguarda, per risolvere altri conflitti e cominciare a vivere al di fuori delle convenzioni, pensando a morti e a chitemmorti, sto preparando una session notturna per provare la mia Stratocaster con il mio nuovo amplificatore Marshall.

Michele Lamacchia

 

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