Scegliersi la vita è un atto rivoluzionario

Amiche e amici, come state? Io bene, ma anche un po’ male. Ero qui che sbucciavo arance per farne spremuta per mia figlia undicenne e, spacciando antica, ciarlatana saggezza, le suggerivo solenne:

Tenetevi stretto l’uomo che vi sbuccia la frutta!

E lei un po’ seccata, stupita e lucida, reagiva dicendomi: “E cos’è, io non ce le ho le mani?”.

Decisamente non mi aspettavo una risposta così poco urbana! Però questo mi ha fatto pensare alla deriva culturale sempre più attuale che vuole la donna, mantenuta e madre che si risolve occupandosi esclusivamente dell’allevamento dei figli e, aggiungiamo noi, del Riposo del Guerriero. Rispolveravo, così, Revolutionary road, nella bellissima edizione (carica di succosi extra) di minimum fax (che adoro e che saluto).

Richard Yates, così come i nostri amici fascio-sovranisti, ci porta dritti dritti negli anni ’50, dove la middle-class americana si trasferisce nei sobborghi fuori New York, tra casette basse con giardino, boschetto e lunghi viali bianchi serpeggianti tra prati curati. Ma è forte e spietato il contrasto tra l’aspetto borghese delle vite esposte in questa storia e la miseria anomica e individualista dei protagonisti.

Revolutionary road: che nome straordinario per una strada che nasconde e mostra, invece, le tristezze e lo squallore di chi di rivoluzionario non ha proprio nulla. Solo l’idea di allontanarsi dalle pene della città, soffocare il desiderio di rifarsi una vita in Europa, promettersi di smettere di tradirsi e decidere di rischiare cercando un altro impiego, di fare un altro figlio, di cambiare.

Ai nostri protagonisti manca il coraggio ma non l’ipocrisia, eccetto a uno: al figlio pazzo dei nostri vicini, l’unico che ci dice le cose come stanno in realtà è che, difatti, fa perdere le staffe a tutti appena comincia a parlare. Ciò che deve prevalere, a costo di dolore, rinuncia, sacrifici e morte, è il conformismo.

A chi gli chiedeva di cosa parlasse il suo libro, Yates rispondeva, meravigliando il proprio interlocutore, che era un libro sull’aborto. I nostri sogni, i progetti, cambiare strada, cambiare vita, progredire: l’aborto di tutto quanto potesse provare a generare un individuo per essere nuovo, migliore e, in sostanza, felice.

Revolutionary road è un libro molto bello, asciutto. Figlio naturale del Grande Gatsby di Fitgerald di cui riconosciamo i sogni perduti, la malinconia struggente, lo spettro del fallimento che ci assedia di continuo, pronto a fagocitarci.

E a mia figlia passo l’arancia e dico: “Stai bene alla larga da chi ti fa credere che è di lui che hai bisogno” e porta sempre avanti la tua personale Rivoluzione.

Michele Lamacchia

@leparolecreanomondi

3 pensieri su “Scegliersi la vita è un atto rivoluzionario

  1. Ho guardato su aNobii quanto tempo fa l’ho letto e mi sono proprio stupita: 2009
    Non ero entrata troppo in sintonia con il testo anche se ricordo che lo avevo trovato scritto bene.

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