L’ultima volta (e quella dopo)

Qualche anno fa lessi una notizia che mi lasciò sgomento, triste e arrabbiato: una sera, un ragazzo di vent’anni era stato fermato e picchiato selvaggiamente all’addome e alla testa con calci e pugni fino allo svenimento, sbattuto a terra, sul marciapiede e nell’asfalto. Gli aggressori erano quattro o cinque, lo avevano inseguito, lo avevano raggiunto in un parcheggio isolato e lo avevano pestato a sangue. E mentre lo picchiavano ridevano e gridavano: “Frocio! Frocio!”.

Quel ragazzo di vent’anni, ricoverato in gravi condizioni all’Umberto I e che rischiava di perdere la vista, aveva la colpa di essere omosessuale. Per questo motivo doveva essere punito, massacrato. Tra l’altro, il fatto di essere o non esserlo, poteva essere solo una supposizione, un pregiudizio, visto che l’unica informazione era che rientrava a casa dopo una serata in via Fagutale, vicino al Colosseo, nota anche come “Gay street”, una strada piena di locali che frequentavo anche io con le mie amiche e i miei amici quando a vent’anni studiavo a Roma. Quel ragazzo avrei potuto essere io o qualcuno che conoscevo. Mi sentii male.

Mi chiedevo come mai in molti restassero indifferenti a questo genere di episodi, quasi non si parlasse di persone, ma di animali, di oggetti. Provai allora a scrivere un racconto dove il narratore era quello stessso ragazzo che, uscito dal locale, s’incamminava verso casa, sereno, tranquillo, aveva passato una bella serata con gli amici, aveva sonno e, l’indomani, avrebbe dovuto alzarsi presto per andare a lezione. Poi arrivavano questi, lo cominciavano a spingere, era spaventato, terrorizzato, quelli lo colpivano con pugni in faccia, lo facevano cadere e lo finivano di calci. La scena finiva con il ragazzo che perdeva i sensi chiedendosi: “Perché?”. Forse l’aveva chiesto anche ai suoi assalitori, ragazzi come lui. Perché?

“Abbracci gratis”

Pubblicai questa storia sul mio blog di allora, uno di questi blogspot gratuiti, credendo di aver fatto una cosa giusta, dando un punto di vista che non era quello giornalistico o quello politico o sociale: non davo giudizi, non criticavo, non dicevo nemmeno se fosse giusto o sbagliato. C’ero io, un ragazzo di vent’anni che tornavo a casa, ripensavo ai miei amici, mi stavo facendo anche dei film su possibili scenari futuri, poi, appena rimasto solo, venivo massacrato fino a svenire. Perché?

Il mio blog di allora non era nemmeno tanto seguito, ma quell’articolo ricevette più commenti di qualsiasi altro. Quello che mi stupì fu il tono dei commenti, davvero inaspettati, perché davo per scontato che si potesse essere dalla parte dell’aggredito e non il contrario! Ma ero giovane e ingenuo. E quindi, eccone di seguito una selezione:

“Peggio vi meritate! La morte!” (seguono altre ingiurie)

“A me non mi interessa quello che fanno a casa loro ma se non escono, queste cose non succedono”

“Spero tu non abbia mai figli, se è questo quello che insegnerai loro: la depravazione”

All’epoca, invece, avevo già due figlie e, pensavo, ragionevolmente avrebbero potuto essere anche loro delle vittime. Leggevo quei commenti così livorosi e mi chiedevo ancora: perché?

Spostai la cosa su un altro piano: che cosa posso fare? Decisi di capire e cercare di fare capire le cose, così provai a scrivere e comiciai a raccontare la storia di Piero, quella di Doppie punte. Volevo parlare di un bambino, di un ragazzo (e di un uomo, poi) che scopre di essere omosessuale, e che questa cosa non ha nulla di straordinario o di terribile: è una cosa, come avere i capelli ricci o lisci. E cominciai a frequentare anche i parruchieri, ma non è questo il punto.

Hemingway, il mio caro collega che adoro e che saluto, diceva però che: “Bisogna scrivere solo di ciò che si vede e di ciò che si conosce“, e così passai gran parte del mio tempo frequentando associazioni LGBT, locali e circoli dove potevo conoscere e meglio interpretare certe dinamiche, compresa quella fondamentale della scoperta e dell’autoriconoscimento, dell’accettazione o del rifiuto, tutti meccanismi che è importante conoscere per evitare il pregiudizio. Il pregiudizio si abbatte con il sapere, con la conoscenza.

Cos’è il pregiudizio? Il pregiudizio è quella cosa per cui prima sceglievo le arance avvolte nella carta perché pensavo fossero scelte, poi quelle senza carta perché pensavo che quelle con la carta fossero difettate e quindi coperte apposta. Poi solo più tardi capii, e allora capii, che la carta stava e sta avvolta in modo casuale. Il pregiudizio è il capello lungo da drogato, o da figlio dei fiori. O, come diceva Erica, da ricchione.

(da Doppie punte)

La storia di Piero è stata per me anche molto altro, per esempio ore e ore passate nei saloni dei parrucchieri e centri estetici. Posso dire di saperne abbastanza e che, a parte il taglio (non mi permetterei MAI, signora mia!) ho applicato extension, preparato e steso colori, tinture e meches (sia con le stagnole che con la cuffietta bucherellata), asciugato e piastrato capelli e tante altre cose ancora. E tutto questo per capire come funzionano le cose e fare contento Hemingway, che saluto, che vuole che io parli solo di ciò che conosco.

Da quell’episodio di cronaca molte cose sono cambiate: il gigantesco fenomeno del #pride ci fa capire che è in atto una importante rivoluzione e che la società è sempre più sensibile alle problematiche dovute alle discriminazione di genere (salvo per una recente – grave e pericolosa – deriva omofobo-fascio-machista che, specialmente in Italia, sta attraversando i tempi più recenti ma che, io credo, presto sarà superata come tutti quei fenomeni antistorici tipo la permanente, la dab o la flip bottle challenge. Ma ne riparliamo in un altro post).

Doppie punte mi ha accompagnato con amore in questi ultimi mesi (e mi accompagnerà ancora) ma adesso è ora di una nuova storia. La storia di quella volta che ho finito la benzina tra il niente e il nulla, nella sperduta provincia lucana. Laggiù, costretto nella mia condizione di appiedato, ho conosciuto cose che mai avrei pensato di sapere. Dove il paesaggio e le persone sembrano immobili da sempre e per sempre ma non c’è nulla di più falso. Da quel giorno ci sono tornato più e più volte per vivere quei luoghi e quei fatti, quelli presenti e quelli antichissimi. Ma ne parliamo a settembre! Andate e cuorificate! Una buona estate!

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

2 pensieri su “L’ultima volta (e quella dopo)

  1. Io quella storia del ragazzo picchiato al Colosseo me la ricordo. Erano mesi che arrivavano notizie del genere e pure chi non era apertamente omofobo non sembrava percepire il problema. Invece a me che arrivavo da Milano dove negli anni 2000 potevi essere gay senza rischiare le botte questa cosa preoccupava. E tanto. Perché ho un fratello e una famiglia acquisita di amici gay ormai da decenni. Sarà per questo che a un certo punto mi sono proprio stufata di non commentare chi faceva commenti apertamente omofobi e ho cominciato a seguire, sul serio, gente che faceva azioni proprio in segno di rivendicazione dei diritti. Arriva un momento che le cose vanno fatte in prima persona. Se sai scrivere ne scrivi. Se a scrivere non ti vengono così efficaci prendi e vai in piazza.

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