Gli altri siamo noi

“L’odio è un sentimento immobile e tagliente, uno scoglio in mezzo al mare. Annienta. Si trasmette. È una malattia contagiosa. Se morde, uccide.”

Amiche e amici, come state? Spero bene. Io ho sonno. Come ogni fine settimana, sono stato svegliato dal signor Petrelli del piano di sopra che, quando non è impegnato all’alba a far rotolare pietre sepolcrali o a partecipare a Gran Premi tra decespugliatori, sposta mobili o lavora a una fermata tutta nuova per la metro C.

A proposito di rapporti di buon vicinato, ho finito questo libro: Gli altri, scritto da Aisha Cerami, edito da Rizzoli.

Il narratore, qui, ha la capacità di portarti per mano all’interno della storia e lasciartela guardare, senza dare giudizio alcuno. Dobbiamo da soli riconoscere l’orrore e immergerci piano piano al suo interno (ma sto già dicendo troppo), dove l’inganno a cui assistiamo si perpetua gradualmente, a cominciare dalla lucida descrizione di questo posto, un condominio bello, curato, impeccabile, dove tutti si conoscono, tutti si aiutano, tutti sono soggetti a prevedibili regole comuni.

“Un patto di sangue, senza tagli o giuramenti: rispetta il prossimo tuo come te stesso; non usare violenza; non minacciare; non fare la spia; non avere segreti.”

L’autrice ci prepara, pagina dopo pagina, a fare i conti con la orribile verità che si nasconde dietro la facciata dei personaggi, delle case. E distribuisce indizi con maliziosa accortezza. Ce lo dice subito, in una prima immagine: Dora, un punto di riferimento amata da tutti, che rimasta in casa con il cane, muore chiamando soccorsi invano. Sola. Il seguito è la preoccupazione di tutta la comunità non tanto per la gestione del dolore che viene liquidato in fretta con uno sbrigativo: «Dobbiamo reagire», quanto per l’angoscia per chi verrà ad occupare l’appartamento lasciato vuoto. Il Conte, in un altro indizio, al funerale dichiarerà: «Oggi è anche il nostro funerale».

L’appartamento viene occupato da una coppia con un figlio, Antonio, di 12 anni. Perché non partecipano mai alle attività del condominio? Perché Antonio rimane sempre a casa da solo? Come mai non si attengono alle regole universalmente concordate? «Non vedo gli stronzi» diranno di loro. Ma chi sono “gli altri”? E che cosa fanno questi invisibili personaggi?

I personaggi sono un altro pregio di questo romanzo: così precisi e così disgraziati che, a un certo punto, vorresti picchiarli! Attenzione, parliamo sempre di piccoli indizi lasciati di volta in volta: una risposta sarcastica, un’occhiata feroce, uno scappellotto, una risata sputata. Il narratore ci spiazza, lascia che ci mettiamo in discussione. Forse non dovremmo odiarli, no, forse ci stiamo sbagliando perché il Roseto è una piccola comunità illuminata: ha saputo accogliere e incorporare un’ex alcolista tutta tatuata, piena di piercing e mezza rasata salvandola da un ambiente malfamato e crudele; ha abbracciato una ragazza madre ucraina proteggendone la fuga; ha preso con sé una trans dove altrove sarebbe stato motivo di scandalo. Qui al Roseto “chi soffre viene compreso, consolato e aiutato”. Qui “nessuno parla male di nessuno”.

Ma «le sorprese sono pericolose», verrà detto. E in quella sorta di focolare dove ogni cosa va come deve andare, dove “il libero arbitrio è un’ipotesi e non una legge inevitabile”, la presenza degli altri, così ambigui, così misteriosi, così diversi e segreti, diventa il pretesto per rivelare quanto di guasto conserva ciascuno di noi. Nulla di più attuale, poi.

E in questa gabbia di linearità, di sospetto, di controllo maniacale, di cinismo alla fine sono tutti stranieri. In questo clima di rassegnazione, di desideri sopiti, di violenza coperta da un’agghiacciante omertà («Sei caduta… l’abbiamo visto tutti!») che la soluzione a portata di mano è trovare qualcuno da odiare. E, purtoppo, anche l’amore ingenuo e genuino di due ragazzi viene attaccato e con questo la loro libera voce, l’unica a riconoscere che «Siete dei mostri travestiti da brava gente!»

Questa gente che è “chiusa come un barattolo di marmellata appena fatto che, se lo apri, tutto quello che c’è dentro marcisce”, per usare una metafora del testo. Il marcio verrà fuori rivelando la vera realtà nascosta dietro le siepi curate e i fiori allineati, in una bellissima metamorfosi che coinvolgerà allo stesso modo gli abitanti del complesso e lo stabile stesso, che si trasformerà in un luogo assediato dal sudiciume, dai randagi, da una grossa macchia sul prospetto che si allarga ogni giorno di più, dalla presenza inquietante di topi grossi come cani piccoli che aiutano a tirare fuori il peggio da ciascuno.

“Ecco, così mi piaci: invece di ucciderlo, torturiamolo!”

Una delle immagini più allucinanti dell’intera storia.

Seguivo già con intertesse la sua scrittura, da quando pubblicava racconti fantastici (in entrambi i sensi) sul Sole 24 Ore e mi aspettavo (speravo) nel romanzo che per me lettore, è stato superiore alle aspettative, con quel modo di raccontare fatto di dialoghi fitti ed efficaci, pungenti come spine, dal ritmo preciso come fossero il copione di una scenaggiatura che è già lì, la vediamo scorrere davanti ai nostri occhi. Non sbaglia nulla, Cerami: il suo raccontare è leggero, affatto lezioso, preciso e semplice e nella sua semplicità ci mette di fronte a profonde considerazioni sulla condivisione, la tolleranza, le possibilità nascoste nell’accettazione delle differenze. Le voci del romanzo sono le voci del nostro quartiere, della strada, della società oggi. Sono le nostre voci. Gli altri siamo tutti, siamo noi.

In quanto al signor Petrelli del piano di sopra e del suo spostare mobili: qualcuno gli dica che per farlo così presto dovrebbe avere un valido motivo (un arto incastrato, la scoperta del vero stargate per Narnia oppure essere un boss della camorra e vivere in una botola che porta al piano di sotto e cioè a casa mia). Pensavo di regalargli una copia di questo bel romanzo e, probabilmente, farei come farebbero gli abitanti del Roseto: lo impacchetterei in una carta a fiori con un bel fiocco importante, accompagnato con un biglietto sicuramente anonimo dove, decorato con cuoricini, chiederei di finirla ora e per sempre “o ti tagliamo le gomme del SUV”. E, dentro il libro, spargerei della polvere urticante o, forse meglio, dell’antrace.

Buona lettura!

Michele Lamacchia

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