Una cosa da donna è una cosa da donna

Amiche e amici, come state? Io bene anche se ho lasciato di là un’adolescente che al mio suggerimento di riordinare la stanza mi urlava contro: “CHE NE SAI TU DELLA! MIA! VITA!”

E infatti, figlia mia. Che cosa ne so? NIENTE. Il mondo di una donna, specie in un contesto socio-culturale come il nostro, al di là di facili letture sessiste, è un pianeta difficile.

Facevo queste riflessioni leggendo Quando una donna, il romanzo di Sara Maria Serafini, pubblicato da Morellini Editore.

La storia è quella di due donne assai diverse tra loro che per caso si incontrano e si lasciano condurre, guidare da un ineluttabile destino. Anika è polacca. Vive (male) a Torino e tranne un amico giapponese che è solo il rimpianto di una possibilità, non ha nessuno. Nessuno eccetto Adam, un uomo violento e insensibile che usa e dispone del corpo di lei. Un’altra volta ancora, però, perché lei ha già deciso che sarà l’ultima. Prende e se ne va, una sera, nel freddo. Dopo quattordici ore di autobus arriva a Rossano, in Calabria. Il freddo punge anche qui ma il distacco tra le persone non esiste, schioccano i baci sulle guance e il cappuccino caldo le rimette un po’ a posto i pensieri. Anika ritrova la mamma, lasciata in Calabria anni prima, ma non fa in tempo a ritrovarsi figlia che si scopre incinta e affatto pronta a essere madre lei stessa.

Claudia invece avrebbe anche una vita leggera, con un’amica del cuore che la protegge e che la sostiene, una casa bella (a Rossano) e un marito, Damiano, che la ama e contro cui lei vorrebbe rovesciare tutta la sua inquietudine, la sua furia silenziosa, la sua inadeguatezza. Lei “avrebbe voglia di gridargli contro delle cose orribili, senza pentirsene. Di scaricare sulla sua bella nuca un po’ del senso di colpa che le riempie il ventre”. Un ventre che purtroppo, non riuscendo a generare figli, risulta come una condanna, un guasto, una vergogna. “Lei vorrebbe un marito arrabbiato, adesso. Qualcuno con cui prendersela. Invece ha un uomo da rincorrere, nonostante tutto.”

“(Nella coppia) non c’entra tanto quanto amore c’è sul banco, ma quanto si è disposti a seppellire di ognuno.”

Da una parte c’è un’illusione (“Anika crede che la felicità se ne frega dello squallore delle piastrelle a fiori, della mensola di plastica su cui appoggia direttamente la saponetta e lo spazzolino da denti.”), dall’altra la rabbia per una vita all’apparenza impeccabile (“Claudia prova una fitta dolorosa al centro dello sterno nel constatare che la sua casa è sempre perfettamente pulita…”). Una non ha niente e si ritrova ad aspettare un figlio inatteso. L’altra ha tutto tranne ciò che attende. La prima crede che mentire sia la cosa giusta, che con le bugie non si fa solo del male, ma si può proteggere e curare. Claudia che decide, invece, che forse per cercare di restare in piedi occorre rendere innocue delle bugie sfacciate.

Due donne che, accompagnate dalla paura, cercano la luce, la felicità senza mezze misure.

“(Ora sappiamo con esattezza che) la felicità frenata è la sensazione più buia che una donna possa provare.”

Il libro è diviso in due parti: la prima in cui si alternano i capitoli e le voci di Anika e di Claudia; la seconda in cui le due giovani donne si incontrano e dove il loro vivere si fa discorso. Anika rimane sedotta da Claudia, Claudia che è “una di quelle persone salate, che sanno di mare e che a guardarle ti bruciano gli occhi”; Claudia rimane stregata da quella donna “che ha il corpo così forte e le parole così deboli”. Si cercano e si attraggono come magneti, in un gioco di codici sottesi che sono esclusivamente femminili, dove le donne sono quelle disposte a gettarsi con coraggio, incoscienza o disperazione nelle situazioni.

La scrittura di Sara Maria Serafini è di una bellezza semplice che incanta e che ti accompagna, ti prende per mano e ti porta da un punto dove tutto è profumato di fiori freschi e impeccabilmente pulito a dove si ammucchiano odori forti e sgradevoli che mordono lo stomaco, in furgoni lerci o capannoni in campagna dove promiscuità, alcool e decibel sembrano l’unica risposta a una vita già segnata come una condanna. La narrazione è pulita, diretta, senza sovrastrutture barocche, senza filtri. Nell’essere essenziale è cruda e crudele. L’autrice dice le cose con il coraggio che hanno le donne. E, da donna, parla del dolore con rispetto e ce lo porge, come si può porgere al lettore il cuore in una mano. Come consegnare qualcosa di cui devi avere cura: la parola, il dolore, il cuore appunto, o un bambino.

Michele Lamacchia

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