“Ma basta che il giorno finisca”

Nessuno può restare incolume sotto gli attacchi implacabili della realtà (…). Nessuno ha torto o ragione più degli altri. Nessuno ha vinto o perso una battaglia. Semplicemente, come abbiamo potuto, tutti abbiamo cercato di vivere. Tutti noi venuti al mondo siamo eroici.”

Amiche e amici, come state? Io bene ma non benissimo. La scorsa notte, come in una perpetua notte della marmotta (se esiste), ho fatto uno dei miei incubi ricorrenti: una delle mie figlie che spariva, lì, davanti ai miei occhi. Non c’è cosa peggiore: corri e non riesci a correre, urli e non ti esce un fiato, la gente ti evita, i palazzi, i lampioni sembrano creature animate che ti ridono appresso, il cuore che ti scoppia in petto, non respiri più, poi ti svegli e invece è la gatta che ti è saltata sopra e che vuole mangiare.

Ieri sera ho finito di leggere Questo giorno che incombe, il nuovo, attesissimo romanzo di Antonella Lattanzi pubblicato da HarperCollins e ritrovarlo sul comodino di fianco alla gatta (che mi guardava male) mi ha fatto pensare che è stata forse questa la ragione della mia ultima nottaccia.

Entriamo nella storia e ci troviamo in un condominio impeccabile, pulito, ordinato, un miracolo quando fuori la città è Roma con i suoi disagi. Ma dove tu vedi un’oasi di pace e di amorevole vicinato, dove le case non hanno nemmeno le tende da quanto nessuno ha nulla da nascondere, io ci vedo l’ombra dell’angoscia, della paura di cose che possono accadere.

Francesca, insieme a suo marito Massimo e alle due figlie Angela ed Emma, si trasferiscono da Milano alle porte di Roma, in un condominio bellissimo, curato, dove tutti i suoi abitanti sono uniti e accoglienti come un’unica, grande famiglia. Massimo ha un incarico di prestigio in una nuova azienda e Francesca, promettente disegnatrice, abbandona il proprio impiego fisso per potersi dedicare alla famiglia e alla realizzazione del libro che ha in mente da tempo. Prima di partire, la sua amica la mette in guardia: «Tu sei pazza a lasciare la rivista. Questo è il lavoro di tutta la tua vita!». E lei, sorridendo pensa: «Io non sono pazza, io finalmente sarò libera».

E su queste parole che comincia l’avventura, perché la povera Francesca, donna, mamma, artista, rimanendo sola tutto il giorno con le sue bambine, in un contesto estraneo e senza una vera occupazione, incomincia a soffrire una condizione di forte pressione emotiva e psicologica, qualcosa di cui si sottovaluta troppo spesso l’importanza e le conseguenze (e qui va dato atto all’autrice: il lavoro che ha fatto per far venire fuori i conflitti interiori di una madre è veramente VERO).

Le madri amano, Le madri fanno sacrifici. Le madri sanno cosa è giusto e cosa è sbagliato. Le madri ci sono momenti che essere madri gli prende tutto il corpo, e il tempo.

Francesca invece vuole silenzio per pensare, vuole tempo per sé, vuole amare e vuole essere amata. Percepisce la differenza della propria con le vite luminose degli altri e le odia. Francesca fa pensieri orribili. Antonella Lattanzi riesce a disegnare un personaggio controverso e meraviglioso che, calato in una bolla di apparenza impeccabile, si trova presto schiacciato dai propri dubbi, dalle incertezze, dalle proprie pulsioni, dalla frustrazione di sentirsi inadeguato in qualsiasi ruolo (di donna, di mamma, di artista), vittima delle sue stesse ombre, voci, figure, orride sensazioni che, da quel punto in poi, l’accompagneranno in un crescendo dalle tinte fosche del giallo, di cui l’autrice si conferma maestra.

La casa stessa, unico rifugio per Francesca, si rivela amica e nemica, premurosa consigliera e perfida manipolatrice, un po’ coscienza, un po’ demone. In esergo l’autrice cita l’Overlook Hotel, l’albergo da incubo dove Stephen King ha ambientato il suo Shining, ma a me la storia ha ricordato ancora di più l’ingresso al Bramford di Rosemary’s Baby: lì, Guy e Rosemary si trasferiscono riponendo sogni e speranze ma vengono fagocitati dall’orrore che quell’edificio e i suoi abitanti dimostreranno di essere.

Intorno, fuori dal nostro condominio dal giardino curato, le campagne sono in fiamme, occhi selvatici spiano attraverso i cespugli, figure oscure seguono chi esce dal recinto, gabbiani garriscono feroci. I più accorti ci vedranno il richiamo al precedente Una storia nera, con quegli stessi gabbiani che si avventano a squartare un cadavere in un sacco, negli stessi campi intorno a Giardino di Roma. Al di là del cancello rosso c’è dunque il male, fuori.

Poi tutto precipita: il male è dentro il recinto.

Nelle immagini vive e paurose, nei dettagli narrativi che raccontano più che le parole si avverte importante la penna della sceneggiatrice. Il rosso del cancello che ci accoglie a Giardino di Roma è il rosso del sangue, è lo stesso di cuori, di fiori, di braccialetti, di un pallone rosso, di una valigia, della luna e del sole, un fil rouge (ça va sans dire) carico di significato. Nel caricarsi della storia, tutte le certezze si sgretolano e Francesca sente che deve perdere tutto per ritrovare sé stessa. E per perdere tutto sceglie il percorso più pericoloso: quello della passione, dell’amore a cui si aggrappa vorace. Francesca è strattonata: da una parte la famiglia perfetta, i rituali, l’essere “come noi”, come tutti; dall’altra la libertà di essere sé stessa.

Sulla scrittura di Lattanzi ti puoi appoggiare, lei ti porta dove vuole: nell’azione delle cose che succedono, nei dialoghi crudi e serrati che si fanno tra le pareti e nella testa di Francesca dove rimbomba il tuono e la risata sguaiata della casa. L’autrice riesce a trasferirci in modo pregevole le sensazioni della storia poiché certe note di cinismo, di omertà, di orrore tangibile le ha provate personalmente avendo vissuto in una realtà complessa come sono certe microsocietà di alcuni quartieri di Bari (mi sento di dirlo a ragion veduta: io ho memoria di ragazzini tenuti segregati negli scantinati al buio e al freddo, altri fatti aggredire dai cani “per gioco”, alcuni investiti apposta con le macchine o i motorini, altri a cui hanno dato fuoco e sono stati rovinati per sempre, ragazzini con cui giocavo, che avrei potuto essere io o i miei fratelli. Dei sopravvissuti, praticamente). E lei porta e trattiene tutti sul posto, non soltanto i condòmini di Giardino di Roma ma, come nella migliore cultura pornografica contemporanea, fuori dal cancello rosso arrivano giornalisti, televisioni cannibali, cortei di gente inferocita, e ancora: vengono lanciati sondaggi on line, nuovi hashtag, campagne di odio e articoli acchiappa-clic. Tutto il Paese vuole sapere cosa succede nel SPOILER ALERT! condominio degli orrori.

È un crescendo che interrompe il fiato con i suoi numerosi colpi di scena, di cose che sembrano e che invece non sono, di sospettati e complici. Un tunnel furibondo di cose che accadono e noi che restiamo così, nella speranza che alla fine almeno l’amore riesca a vincere la ferocia, la pioggia, la morte.

Io, invece, devo vincere le mie paure e i miei mostri per poter finalmente dormire senza più brutti sogni. E stanotte la gatta dorme fuori.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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