La città del Male (una non-recensione)

Come avere immerso una mano nello Stige e sentirla ancora gonfia d’ombra. Esiste una malvagità dei luoghi? Si può parlare di persistenza fisica del male dopo che è stato consumato? O è solo suggestione?

Amiche e amici come state? Io bene nonostante le mie recenti letture. Da qualche giorno ho terminato La città dei vivi, l’ultimo, grande libro di Nicola Lagioia, pubblicato da Einaudi. Un grande libro, appunto, di cui non farò la recensione. Certe cose rimangono lì per giorni e tu ti chiedi come mai ti stanno tanto ossessionando, come mai il Male ti respinge eppur ti attrae, perché ci risulta così irresistibile affacciarsi sull’orrido, sul ciglio del baratro.

Quindi non parlerò del libro ma della sua ambientazione: Roma, all’epoca dei fatti una città commissariata e sconvolta da inchieste giudiziarie enormi e dalla presenza di due papi. E Roma è protagonista di questa storia, con la sua bellezza abbacinante e la sua sciatteria, la sua volgarità, l’immonda crudeltà. Dove il Male è come una forza viva che senti respirare nei muri delle case, nei telai delle biciclette bruciate, nelle grida dei gabbiani che aggrediscono e squartano ratti tra le macchine parcheggiate e topi che pasteggiano da cumuli di spazzatura lasciata a macerare al sole. Il Male che attraversa la città e lo puoi intuire nuotare a pelo, sotto la superficie del fiume.

Roma era sinonimo di sfascio, anarchia e trascuratezza. (…) A Roma ognuno fa come cazzo gli pare.

Ho vissuto a Roma in tre diversi momenti della mia vita. Roma rappresentava il posto dove andare per cercare un’opportunità, la metropoli dove tutto era possibile. Studiare, lavorare, provare a essere o a diventare qualcuno. O anche sparire. Alcuni tra i momenti più belli della mia vita sono legati a quei periodi (ci ho ambientato Doppie punte, una delle mie storie) e non è un segreto che il trasferimento nella capitale è sempre nei miei piani.

Leggere La città dei vivi mi ha scosso per diversi motivi. Per me la storia dell’omicidio del povero Luca Varani da parte di Manuel Foffo e Marco Prato, un fatto di una crudeltà assurda resa ancora peggiore dalla mancanza assoluta di un movente, per il gusto di torturare e ammazzare una persona, ha rappresentato il pretesto per fare riemergere a pelo d’acqua della memoria più e più tasselli della mia storia personale. La narrazione dei fatti, com’è raccontata da Nicola Lagioia, è efficace, solida. competente. L’autore insegue ossessivamente ciò che riguarda il caso, va a cercare amici e conoscenti dei ragazzi coinvolti, chiedi ai passanti, cerca tra le carte processuali e sui giornali, sente la città. Lagioia scrive un libro di cronaca, una non-fiction dove lui stesso si cala nella narrazione, descrive le cose e come le vive. La sua ossessione quasi pornografica diventa la nostra e ci trascina pagina dopo pagina, facendoci vergognare di noi stessi che non ci stacchiamo dalle pagine mentre scopriamo un numero sempre maggiore di dettagli morbosi sulla vicenda.

Ma a libro chiuso, quando l’intera vicenda è stata sviscerata, analizzata in tutti i suoi aspetti (giudiziari , sociali, umani…), quando il libro è chiuso a noi cosa rimane? Insieme ai ricordi legati a una città opprimente per la sua smisurata bellezza e per le infinite possibilità che offre (e le numerose che ha offerto a me), mi sono risaliti in gola, come reflusso, i ricordi della sporcizia, dei vandalismi aggratise, il bullismo che certe volte dovevi fare attenzione a non incrociare gli occhi della gente sulla metro. Un giorno, in coda nel traffico, per aver fatto un segno (non un insulto, non un gestaccio: un segno come a dire “procedi”) sono stato raggiunto, affiancato da uno in motorino che, complice il caldo afoso dell’estate per cui avevo il finestrino aperto, non ha esitato a darmi due terribili pugni in faccia, uno sul labbro superiore, tra questi e il naso, e l’altro sull’occhio, sul sopracciglio. O forse ero stato io a colpirgli il pugno con due testate (col tempo è diventata questa la versione ufficiale). Un’altra scena che mi aveva lasciato a bocca aperta: ero fermo a un incrocio e tre macchine erano pronte a partire all’altro semaforo. La donna a bordo della prima non riusciva a ingranare la marcia, il secondo guidatore prese a suonare isterico. In pochi secondi, quello che guidava la terza vettura venne fuori, raggiunse il tipo che suonava il clacson, lo tirò di peso (ragazzi, tirarlo di peso!) fuori dal finestrino, lo gettò a terra, sull’asfalto, in mezzo all’incrocio, e lo corcò di mazzate, calci e pugni in testa, in pancia, ai reni, finché il semaforo tornò di nuovo rosso e lui si rimise in macchina come nulla fosse. E nessuno intervenne, nessuno si scompose. Nessuno. Solo io che ero estraneo rimasi di ghiaccio e mi dovettero suonare dietro ma scappai via tipo velocissimo, sai com’è. E ricordo sulla Casilina una mamma rovesciare il passeggino con il figlio perché si lamentava. E ricordo di un ragazzo, a piazzale Flaminio, tra la gente in attesa dell’autobus che, con estrema naturalezza, si calò la cerniera per fare pipì nella borsa di una vecchia signora. Ora, non è tutto così, beninteso: per i suoi grandi numeri, la metropoli espone anche gli estremi più esasperati. Roma è la città dove per la morte di un boss si organizzano funerali degni di un capo di Stato, con gli elicotteri a lanciare fiori sulla folla e la banda che suona Il padrino di Nino Rota. Roma è tutto e il suo contrario e chi ci vive lo sa bene (per chi non la conoscesse, invito a cercare Mamma Roma del compianto poeta Remo Remotti).

Ai delinquenti consapevoli si sostituivano così gli assassini a propria insaputa, i bugiardi sinceri, i traditori fedeli, i ladri misericordiosi, i cialtroni responsabili…

Lagioia fa anche un riferimento a un suo passato da ragazzo difficile, una specie di parallelismo con i giovani di cui racconta i fatti che, secondo me, rappresenta un tentativo (non così efficace ma direi in buona fede) fatto per avvicinarsi ai protagonisti, non per giustificarli o assolverli quanto per comprenderli. E, come reflusso, La città dei vivi mi ha fatto risalire in gola un certo mio passato dove anche io ho lanciato bottiglie, partecipato a risse e rotto gli stemmi delle macchine (un saluto a chi mi ricorda così). Un passato in cui ho visto il Male e ho visto ragazzini tenere in ostaggio altri ragazzini, tenerli prigionieri in scantinati, immobilizzarli, torturarli e dargli fuoco. Ho visto il Male che avevo rimosso e che avevo scacciato in fondo a quell’orrido. Un Male che esiste, che è un’entità viva e che, se non contenuto con la bellezza, può sfociare facilmente in degrado, violenza, cinismo e morte. Lo stesso Male che mi ha fatto scappare per difendermi e per provarci.

Il male. Avevamo a che fare ogni giorno con il male. Il male non era un concetto astratto, ma non bisognava immaginarlo neanche come un’entità definita una volta per tutte. Il male era mobile, multiforme, e soprattutto contagioso. Più tempo gli stavi vicino, più rischiavi di cominciare ad agire secondo i suoi piani.

Ma la Roma di oggi non è la Bari dei tempi miei e di Lagioia. L’autore ci mostra una metropoli fatta di festini, di eccessi e di solitudini dove, in un mondo di celebrities o di influencer, tutti sono condannati alla mediocrità e l’unico modo per sentirsi qualcuno e autodistruggersi nel modo più spettacolare possibile. Il romanzo non serve a risolvere o a dissolvere il Male, ma lo espone ed è ciò che ci fa aggrappare alla storia.

La forma de La città dei vivi è originale, direi destrutturata. Ogni capitolo è diverso da quello precedente. C’è la pura cronaca, la minuziosa sequenza cronologica dei fatti, poi le trascrizioni dei messaggi WhatsApp o Messenger, dopo le interviste alla gente vicina ai ragazzi, dove io ci ho trovato tratti tipici a quelli de I detective di Bolaño. Evito di proposito riferimenti a Carrère o a Capote, perché quando si entra nei fatti così, a gamba tesa, strizzare l’occhio a L’avversario o a A sangue freddo è piuttosto scontato. Ma allora, dico, uno non può più scrivere nulla di vero senza essere additato come “simile a“?

Non mancano i momenti introspettivi e un paio di sottotrame, trattate con leggera superficialità ma sono parte di questo spaccato abbandonato da Dio. Il romanzo non è più la storia ma diventa la camera magmatica dove si ritrovano e si mescolano tutti gli elementi di questa realtà caotica e frammentata. Un mondo complesso, incoerente ed eterogeneo di cui l’assassinio di Luca, con tutto quello che si trascina dietro (politica, apparizioni televisive, gossip, social network…) ne è la rappresentazione lampante.

Forse nel bello delle cose troveremo la nostra salvezza. La liberazione dal Male è nel calore dell’umanità. È un bambino che lascia la presa e corre urlando sotto un portico.

Michele Lamacchia

leparolecreanomondi

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