La felicità s’inventa ogni mattino, il resto sono scuse

Forse avremmo dovuto attaccare sul portone un fiocco color rosa antico, per annunciare la novità al vicinato…

Amiche e amici, come state? Io commosso a livello Inside Out (sì, il film Pixar), in quel carosello di emozioni che tanto travolge chi, come me, si arrabatta tra scaffali di ricordi, ipotesi, seghe mentali e pensieri sulla morte, la vita, le sue numerose sliding doors e i suoi What if…?

Queste e altre questioni sono emerse leggendo (gustando, direi meglio) L’invenzione della felicità, il romanzo di Benedetta Gargano, scrittrice, sceneggiatrice e foodblogger napoletana, pubblicato da Solferino. «Bennussi’, io non ci voglio andare alla casa di riposo…», così una voce straziata dall’altro capo del telefono. Che fare? Una notte, la nonna centenaria è caduta dal letto, nessuno l’ha sentita se non la mattina seguente, rimasta a dissanguarsi per ore con ferite ovunque. Come ricordo, una cicatrice a forma di V sulla fronte. «Me la dovrò tenere per tutta la vita!», dice. E Benedetta, con cane e marito, decide di adottarla nel suo bilocale. Grata e consapevole di aver fatto la cosa giusta.

«Prometto che non vi do fastidio.» Ma nonna Elisa non è una piccola vecchina che-non-dà-fastidio, è un tornado che travolge, un personaggio ingombrante, incredibile e sfaccettato: fortissima e fragile, delicata, poetica, ruvida e sarcastica, tifosa agguerrita («Quando comincia la partita voglio lo juventino fuori di casa. La guerra è guerra!») e nobildonna di classe («Sei troppo vecchia e certe cose non le capisci», «No, sono troppo raffinata»). Nonna Elisa è capace di tenere testa a chiunque, con i suoi motti di spirito e la battuta fulminante («Bennussi’, basta co’ ‘sto sfoggio di cultura, lo sappiamo che sei una sceneggiatrice. E mo lasciaci sacramentare in pace contro questa schifezza di film!»). Benedetta incassa, ma incassa anche preziose parole d’amore quotidiane, nel libro riportate nei divertenti intervalli nominati “Conversazioni con la nonna”: stralci di dialoghi, feroci battibecchi, languide moine e ipse dixit.

È una storia di gratitudine, di bellezza, di gesti piccoli e grandi, di ricordi, di profumi e di sapori. Per Benedetta che non ha figli, è come prendersi cura di una creatura. Tutte le sere il rito della buonanotte, lo stesso che ancora faccio io con le mie figlie (solo che quando erano piccole cantavo loro Jobim, adesso sono loro a cantarmi pezzi coreani) e i: «Come devi dormire, nonna?», «Bene, bene» e le risate. Importanti, perché “non può accadere nulla di male a chi si addormenta ridendo“.

«Bennussi’, tu mi stai regalando la cosa più bella per una vecchia: una vita piena di novità»

Che qua si ride e si scherza perché si vuole esorcizzare quello che è lo spettro più inquietante e impietoso: la consapevolezza (inesprimibile) che ogni giorno in più è, in realtà, anche un giorno in meno. Così, dopo aver accolto la nonna nel grembo della propria casa, Benedetta allunga il passo e decide che quella, anche la sua, deve essere una vita felice, con tutte le difficoltà che la vita comporta (salute, lavoro, amore).

La storia non inizia mai con i titoli di testa del film. Comincia prima, molto prima. E un bravo sceneggiatore sa che il suo protagonista deve avere un passato (che magari lo spettatore non conoscerà mai) che lo ha portato a trovarsi in quel particolare stato d’animo quando si apre il racconto.

Benedetta Gargano (che come autrice avevamo già conosciuto con Lontano da qui, Loescher Editore) è bravissima nel compiere un esercizio difficile: non soltanto aprirci la casa con tutte le porte e le finestre, ma anche aprirci il suo cuore, quasi fosse lei stessa la sua abitazione: trasparente, pulita, profumata. Eccomi, questa sono, questi sono gli ingredienti che hanno formato Bennussi’. La vita li ha cucinati e li ha portati in tavola. Benedetta è tutta la vita che si spende, si mette in mezzo tra le incudini e i martelli, si fa carico dei mestieri e cerca di far star bene tutti, e tutti con tutti. “Perché devo essere sempre io a cercare soluzioni?” E arriva il momento di rimboccarsi le maniche, mettere il mantesino e cucinare la propria felicità.

Non posso continuare così, mi dicevo, non posso vivere tutta la vita da prigioniera. Prigioniera del mio corpo, prigioniera delle cose che credo di non poter avere. Prigioniera della vergogna. Pensa alla nonna ma come Elisa, come donna. Impara da lei. Pensa a come ascolta il suo corpo, a come ne riconosce i bisogni. Pensa alla sua leggerezza, alla sua spavalderia. Al suo amor proprio. Al suo coraggio. Alla sua disciplina. Impara. Impara da lei.

Apre una “scuola” di cucina, decide di mettersi a dieta, di piacersi. Come si trasforma il suo corpo, così si trasforma la sua visione della vita, del futuro, della felicità: arriva il momento di rivedere le priorità. Piano piano, una dopo l’altra, arrivano nuove gratificazioni, nuovi riconoscimenti e l’amore. Che è sempre un po’ ridicolo, soprattutto quando è ancora così intonso, come un quaderno appena acquistato che conserva l’odore di cartoleria e ha tutte le pagine da scrivere.

L’autrice è generosa nella vita: la possiamo trovare sempre pronta a darci consigli, perle e compagnia dal salotto di casa o dal piano di lavoro della cucina con le sue frequenti dirette su Instagram (il nick @gastronomicavolante anticipa l’altra sua grande passione a cui può attingere a piene mani anche a un dummy come me: la cucina!). Ed è generosa nel racconto, dove ci tiene in caldo momenti di assoluta ilarità che non vi svelerò (e mi pare giusto – ASPE’, DEVO: la nonna che considera la chiesa di quartiere di sua proprietà e il prete una specie di schiavo, o che durante Breaking Bad canta Perdere l’amore con le cuffie e il Daipan®) e che sono la vera cifra di questo lavoro. Che poi si è immersi in un mondo di cinema e di televisione lo si capisce dalle numerosi citazioni, da La mia Africa, a Ninotchka, ai Buddebrook, da Desperate Housewives, a Downton Abbey con la nonna altera e pungente come Lady Violet Crawley, o Guerre stellari dove invece fa l’imitazione di Darth Vader con la mascherina dell’aerosol.

«Bennussi’, vorrei tanto sapere come, quando e se morirò.», «Ecco, nonna, io mi concentrerei soprattutto sul se.», «Infatti è su quello che sono scettica»

L’invenzione della felicità per me è stato a tratti un pianto commosso, di vera emozione. La storia di Benedetta e di nonna Elisa dimostra che “non è mai finita finché non è finita” e che la felicità s’inventa ogni mattino, il resto sono scuse che raccontiamo a noi stessi. La felicità è riuscire ad entrare in quel cappotto. E ridere insieme in una bolla di malinconica allegria per la Grande Sfida: il testa a te tra la nonna e Kirk Douglas.

In fondo ognuno rincorre l’idea di felicità che si è costruito da piccolo. La mia aveva il sapore delle marmellate fatte in casa, il suono ritmato dei tasti di una macchina da scrivere, e l’odore della resina dell’albero di Natale.

P.S.: ieri, mentre la mettevo a letto, mia figlia mi ha riportato un ricordo, di quando, appena separato e avendo cambiato casa, le rimboccavo le coperte nel letto piccolo di una cameretta piccola, dove lei per addormentarsi guardava le luci fuori da una finestra piccola (senza tapparella) ricavata abusivamente nella parete. «E come ti fa sentire questo ricordo?», le ho chiesto. «Felice» e ho pianto.

«Per essere felici ci vuole coraggio»

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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