Ti whatsappo la scuola

Primo giorno di scuola (ph. Repubblica)
Primo giorno di scuola (ph. Repubblica)

Ti whatsappo la scuola.

Con l’inizio dell’anno scolastico, non bastassero le ansie standard dei nostri figli, siamo subito travolti dalle paure ipocondriache dei genitori.

Nell’era pre-digitale i genitori salutavano i figli fuori dalla scuola per poi salutarsi tra loro e tornare alle proprie normali attività quotidiane (ufficio, casa, palestra, spesa, legnaia, parrucchiera, negozi di scarpe). Facevano eccezione certe mamme un poco poco più ansiose che restavano (e restano ancora) fuori dall’edificio scolastico per tutta l’intera durata delle lezioni. Giuro, non dico bugie: vi ho mai preso in giro? In caso di gravi e urgenti comunicazioni di servizio ci si intratteneva fuori, ci si metteva in tondo e si improvvisava un’assemblea dei genitori.

L’assemblea è aperta. I punti sono questi. L’assemblea approva. Ciao, ciao, vado a farmi i capelli, torno a spaccare la legna, vado a provare il mio nuovo cardiofrequenzimetro da collo, vado a farmi un litro di vodka a casa.

Potresti essere tra quei genitori “Ciao, ciao” perché hai il tempo ottimizzato, ma poi succede l’imprevedibile: ti inseriscono nel gruppo Whatsapp delle mamme della classe. Il gruppo, che in un primo momento si chiamava “I ns cuccioli” o una cagata del genere seguita da disegnini di animali, durante la mattina prende un più sobrio nome della classe.

E le ansie dei genitori nel Whatsapp si riversano una dopo l’altra già da subito come un rubinetto che perde, poi come un rubinetto che vince e infine come una diga aperta, un fiume in piena o una mareggiata oceanica.

Il Whatsapp dapprima trilla allegro su temi sciolti come gli auguri e gli in-bocca-al-lupo per i bambini e le mamme (i papà sempre un po’ in c*lo, per la verità), poi su chiacchierate preoccupatine su “Ma avrò capito bene? Che quaderni ho messo? E le penne?”, “Ma quante ore fanno questi figli?”, “Chissà come li troveremo alla fine della giornata!”, per aggravarsi subito in “Avete visto l’aula?!?”, “Bisogna avvertire le autorità!”, “I VIGILI DEL FUOCO!” laddove, per lavori in corso nella struttura (e meno male), le classi sono state spostate in aule più piccole (e l’elevato numero dei bambini ha peggiorato le cose).

(ph. The Post Internazionale)
Non ci possiamo lamentare: “La scuola a Gaza è iniziata con diverse settimane di ritardo in seguito ai danni subiti da più di 250 scuole. Inoltre, circa 90 centri d’istruzione delle Nazioni Unite fungono ancora da rifugi per le decine di migliaia di sfollati. La priorità ora è fare in modo che gli studenti possano tornare al normale programma scolastico, che include anche un periodo di sostegno psicologico”. (ph. The Post Internazionale)

Quando poi il tenore delle comunicazioni si fa aspro, con accuse generiche contro tutto e tutti e con minacce di ritorsioni nei confronti di maestre, preside, ministri vari, disattivi le notifiche e la pace torna regina. Come dopo la mareggiata.

In serata puoi genericamente vedere che ognuno ha potuto dire la sua sua anche sul cortile sporco, le ringhiere, “Facciamo le foto”, il moralizzatore che “Ritiriamo i nostri figli e denunciamo ai carabinieri” e l’immancabile sognatore che “Chiamiamo le iene”.

“Restiamo in una dimensione razionale”, ti dici: lo strumento digitale genera mostri. Utile usarlo come bacheca per comunicazioni urgenti (con il/la rappresentante che fa da catalizzatore e interfaccia con la Scuola), non come agorà o calderone extrascolastico.

Da stamattina ancora nessuna comunicazione: saranno rimaste tutte fuori dalla scuola? O sono tornate alle varie, amene attività (lavoro, capelli, casa, legnaia, palestra, scarpe, spesa, ufficio, vodka)?

Aspe’: una notifica.

 

Michele Lamacchia

Instagram: @leparolecreanomondi

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