Forza Milan (l’altro)

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Care amiche, cari amici, come state? Io bene. Ero qui che confortavo un mio caro, vecchio amico roso dalla gelosia perché ha scoperto una faccenda di movimenti clandestini tra la sua donna e un non precisato “contatto“. E mentre cercavo le parole più precise per confortarlo, mi sono ricordato che oggi ricorre il quarantesimo anniversario del giorno in cui Milan Kundera, il grande scrittore, saggista e drammaturgo Ceco naturalizzato francese, cominciava a scrivere il suo più grande successo, oltre che uno dei libri più citati e fotografati nella storia di Instagram (si calcola qualcosa come citazioni pari a più di milleduecento volte la lettura del libro stesso, e parliamo solo dell’Italia, perché forse altrove lo hanno letto davvero), ripreso anche dal nostro Antonello Venditti un paio di anni più tardi in uno dei suoi brani: L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Tutti (almeno quelli che hanno letto il libro) ricorderanno le dinamiche struggenti degli amori tra Tomáš e le sue donne (tra queste – tante – in particolare la sua compagna Teresa ma anche la sua amante Sabina, che a sua volta è l’amante di Franza, insomma cornificatio manifesta a tutta randa passata per struggenza, amore, dolore e morte). Ma per riprendere questo spazio informativo non parlerò del suo libro più famoso, per il quale faremo un post apposta, ma di altre tre opere (tutte pubblicate da Adelphi in quello strano formato tascabile – ma non troppo – e con le copertine dai colori tra il pervinca, lo zufolo e il carta da zucchero che piacciono tanto alle femminucce e mettono a disagio i maschietti in quei curiosi balletti che fanno tipo: «Mi prenderesti quella borsa che abbiamo visto ieri?», «Quale, amore?», «Quella color fiordaliso», «Ok, ti faccio un buono»), opere, dicevo, non esattamente minori, ma sicuramente di minor richiamo di pubblico.
Pensavo a Kundera perché uno dei suoi tormenti erano (ovvero sono, perché ancora vivo) proprio le grandi pulsioni vitali che travolgevano (che travolgono, vedi sopra) i suoi personaggi, spesso coinvolti in fatti di tradimenti e di passioni tormentate a cui non ci siamo mai sentiti di dare torto né di biasimare, perché altrimenti queste storie non ci sarebbero piaciute. Vado a illustrare velocemente per non annoiare.
Ne L’identità i due protagonisti, Chantal e Jean Marc, scoprono a un certo punto di non riconoscersi più, lei gli rivela di sentire di aver perso il suo potere seduttivo e “gli uomini non si voltano più a guardarla” (ma come ti viene, figlia mia, ma insomma… Donne, un suggerimento: dire al vostro uomo “Non si girano più a guardarmi” potrebbe essere una buona idea, ma solo se lui è il vostro personal trainer, o psicoterapeuta, o vostra madre o il vostro chirurgo estetico) e lui invece di ripudiarla o darle una giusta ripassata hard amateur per farle capire che a lui invece piace sempre (e tantissimo, gua’ che roba!), per accenderle l’autostima le comincia a mandare lettere anonime piene di apprezzamenti da parte di figure dall’identità sempre diversa, come fate voi con vostri contatti Facebook o Instagram. Lei si invaghisce di questi ipotetici ammiratori finti e alla fine succede un casino perché nessuno sa più con chi ha a che fare. “Io non ti conosco più”, “Io non so chi sei”, come la canzone, in questo caso, di Mina o che so io. Sempre molto mentale, il nostro Milan.
Nel Valzer degli addii Klima, un trombettista tombeur de femmes seriale ma sposato con la gelosissima Kamila, mette incinta l’oggetto della sua passione di una notte, la giovane infermiera Ruzena che invece di abortire decide di scappare per darsi una nuova e diversa prospettiva di vita. Siamo all’inizio degli anni ’70 e il dibattito non è tanto sulla libertà sessuale, già piuttosto sdoganata, quanto sull’etica legata al tema dell’interruzione di gravidanza (e qui è straordinario Kundera a generare il personaggio di Skreta, un ginecologo che cura l’infertilità delle sue pazienti ingravidandole con il suo stesso seme, sostenendo che l’incintamento debba essere riservato solo a pochi eletti e non alla qualunque).
Infine, ne La lentezza, è lo stesso autore che descrive alla sua maniera usuale, mescolando il saggio e il romanzo, quello che osserva durante il suo personale soggiorno in un castello nella campagna francese, dove registra le dinamiche che intercorrono tra i diversi personaggi intervenuti a un convegno sullo studio degli insetti. Per farla semplice, l’autore segnala come vincente l’atteggiamento “lento”, pacato, meditato (l’atteggiamento prudente di Madame de T. nel sedurre il Cavaliere sfocia in una notte di passione furente, mentre il tentativo di seduzione di Vincent con Julie è tanto affrettato quanto fallimentare). Per estensione, la lentezza del viaggio e il sobbalzo che ne deriva favorisce il contatto tra i corpi, agevolando una soddisfacente relazione erotica che, invece, fallisce per chi la cerca in maniera frettolosa come alcuni personaggi dell’hotel che sfrecciano in fretta per spostarsi da un posto all’altro.
Un’ultima osservazione, sempre relativamente a questi temi: ricordare è lento, dimenticare è rock (che ca**ta), dimenticare è veloce. “Quando vogliamo ricordare o preservare il momento, ci muoviamo e agiamo lentamente, invece, si corre veloci per dimenticare un’esperienza passata”. Dopo aver toppato miseramente con Julie, ad esempio, Vincent fugge via in motocicletta, allontanandosi il più velocemente possibile dal castello, scenario del suo fallimento amoroso.
Quello che mi sento di dire al mio amico (che mi sta leggendo e che saluto, quindi siate buoni con i commenti) è che le passioni non le puoi contenere con la tua rabbia o con il piagnisteo, anzi: probabilmente non ci puoi fare proprio niente. Potresti però provare a dotarti di un atteggiamento sartriano e prenderne atto come un momento normale e inevitabile tra i tanti momenti nella vita di una persona. E poi: ricorda lentamente le cose belle e sii lesto a dimenticare i fallimenti e certi spiacevoli episodi. E accetta com’è la meraviglia della tua donna.
Con affetto,
sempre vostro M. K.

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