Il silenzio è d’oro (e criptovalore)

Amiche e amici come state? Io insomma: avete presente quella gioia da mattina di Natale quando indossate quella giacca che non mettete da tempo e ci trovate in tasca dei soldi? Bene, io il contrario: mi sento come se avessi perso 15 € dal buco di una tasca.

Ieri, parlando di libri in una room di Clubhouse qualcuno, molto maliziosamente, mi ha detto: “Ho visto il tuo blog e i tuoi social, ma tu fai solo recensioni positive?“. Come diceva mia nonna, però: “La malizia è negli occhi di chi guarda (e fa venire l’orzaiolo)“. No, la verità è che preferisco parlare solo di quelle cose che mi piacciono e mi piace condividerle. Le altre preferisco dimenticarle dopo averle accantonate con sdegno e riprovazione. È il caso di Il silenzio.

A 50 anni dal suo esordio con Americana e a 35 anni da Rumore Bianco, lo straordinario romanzo che gli valse il National Book Award e che lo consacrò nell’empireo dei giganti del postmodernismo insieme a Thomas Pynchon, Paul Auster e David Foster Wallace, Don DeLillo esce con questo – da me – attesissimo nuovo libro che non mi sento di chiamare romanzo ma andiamo a vedere insieme (non contiene SPOILER ma solo opinioni personali).

L’idea che mi sono fatto è che il Buon Maestro avesse tra le mani un’idea potente da sviluppare: 2022, tutta la tecnologia del mondo smette di funzionare. Niente più telefonia, internet, segnali radar, GPS, ascensori, macchine elettricità: nulla. Il panico vero per l’uomo moderno la cui vita dipende completamente dalla tecnologia, questa cosa fa riflettere. Un mondo delilliano. Una buona idea, secondo me, che però poi va sviluppata, deve portarti da qualche parte e deve lasciarti qualcosa (a me ha lasciato il buco nella tasca, per dire).

Il – sedicente – romanzo, un centinaio di pagine, credits e bianche incluse, comincia all’interno di uno dei posti più tecnologici e sofisticati in cui possiamo trovarci oggi: un volo intercontinentale. Quello che può succedere se di colpo la tecnologia si spegnesse è intuibile.

L’autore stesso, intervistato da Francesca Borrelli per Il Manifesto, ci spiega che l’idea del c.d. romanzo gli è venuta durante un volo di ritorno da Parigi: “Ero con mia moglie, mi sembrò interessante prendere nota e poi buttar giù più o meno quelle stesse informazioni che Tessa annota sul suo quaderno: appuntai l’altitudine, la temperature esterna, il tempo stimato per l’arrivo, la distanza dalla destinazione, e così via. L’unica differenza è che il volo raccontato nel romanzo termina con un atterraggio di fortuna, mentre nel mio andò tutto liscio”. Dopo di che, attraversando Manhattan, immagina un collasso energetico generale dove tutto è spento, muto, nulla funziona più. “Allo stesso tempo, mi misi a consultare l’enorme manoscritto di Einstein del 1912 sulla Teoria della relatività speciale, e guardando qua e là nel libro mi vennero via via gli spunti narrativi che sarebbero andati a confluire nel personaggio di Martin, l’insegnante di fisica”.

Dunque, mi vedo il buon Don: “Caro Editore (Scribner, in Italia Einaudi, che adoro e che saluto), ho buttato giù questi fogli con una bozza del primo capitolo (sì, è da revisionare, stay calmo), c’è questa coppia in volo di ritorno da Parigi, problemi coniugali? Non proprio, stanno insieme non infelicemente, ma in stato di terribile routine, due persone così strette insieme che sta arrivando il giorno in cui ognuno di loro dimenticherà il nome dell’altro, ok? Li facciamo incontrare a casa di amici per il Super Bowl. Tornano da un viaggio intercontinentale a vanno a casa di questi, mi segui? Tutta quella parte sulle suggestioni filosofiche la facciamo sviluppare da questo Martin, insegnante di fisica, una specie di Jack Gladney pieno di domande e di ipotesi di risposte. Ci sta Einstein, il manoscritto. E frasi, poi. Frasi lapidarie…”

“Violazioni dei dati”, afferma. “Criptovalute”. Parla quest’ultimo termine guardando direttamente Diane. Criptovalute. Costruisce la parola nella sua mente, senza sillabare. Si stanno guardando l’un l’altro adesso.
Dice: “Criptovalute”. Non ha bisogno di chiedergli cosa significa.
Dice: “I soldi corrono all’impazzata. Non è un nuovo sviluppo. Nessuno standard governativo. Caos finanziario. “
“E quando succederà?”
“Adesso”, dice. “È successo. Continuerà ad accadere. ” “Criptovalute”.
“Adesso.”
“Crypto”, dice, facendo una pausa, tenendo gli occhi su Martin. “Valute”.
Da qualche parte dentro tutte quelle sillabe, qualcosa di segreto, nascosto, intimo.

“Sì, ci saranno riflessioni sulla fine del mondo e altri concetti importanti e familiari come: “La guerra è qualcos’altro, accade da qualche altra parte” e riferendoci ai sistemi informatici: “il più avanzato, il più vulnerabile”… Come sarebbe “banale“? Ci mettiamo tutto, signora mia, come siamo noi, popolo del web, con le nostre paure che non riconosciamo più nemmeno come tali: ambiente e riscaldamento globale, sospetti sugli alieni, incolpiamo la Cina o il nuovo telescopio in Cile. Possiamo fare speculazioni su un oscuro progetto quantistico o un Matrix… Pronto…?”

(In the meanwhile, in un ufficio sulla 48esima. «Uagliù, chist’ ten’ ottantacing’anni, nuie tenimm’ ‘e bullett’ da pavà! Dicci: “Sì, Don, mettimi una sigla VISTO SI STAMPI e nun ce pensamme cchiù” e ancora: “Don, tu devi uscire, ti devi salvare, Don, t’hanno chiuso dint’ ‘a stù museo, tu devi uscire, và mmiezo ‘a strada, tocc ‘e femmene, va a arrubbà, fa chello che vuo’ tu!“, no aspe’ questo non lo dire… Dicci: “Saluti e buon tutto. Ad maiora!“»)

Dal mio personale punto di vista, questo è uno spin off (non editato) del vero romanzo. Una sorta di burla o di trovata commerciale dove sei lì che aspetti che succeda qualcosa ma non accade mai niente, con dialoghi ripetitivi e noiosi, affatto divertenti o interessanti, inutili come i numeri, i dati, le informazioni che vengono ripetute dagli schermi. Tutto suona surreale, straniante come è la cifra di DeLillo, solo che non porta da nessuna parte (qualcuno più bravo di me dirà che è proprio quello il senso). Lo dimostra il fatto che senza tecnologia tutti i personaggi sono impegnati in un proprio soliloquio, attori e spettatori di sé stessi. Pochi i guizzi interessanti, non tanti da giustificare il “romanzo”. Per lo più riflessioni su cosa eravamo senza mail (in sostanza, dei boomer affacciati alla finestra con le braccia dietro la schiena).

«Oggi mi dicono che è difficile immaginarmi da bambino. Mi chiamavo Max? Cresciuto in una cittadina di provincia. Un’altra cosa che la gente non riesce a immaginare. Madre, fratello, sorella. Niente folle rabbiose, niente palazzoni. Diciassette gradini. Stavamo in affitto, al secondo piano di uno stabile di due soli piani che apparteneva a qualcun altro. Nove passi lungo il garage, e poi altri otto fino al nostro appartamento. Un bambino di nome Max. E di colpo eccomi qua, un padre, un uomo che per lavoro va nei grattacieli di lusso a ispezionare gli scantinati le scale, i tetti, e che cerca e trova violazioni del codice condominiale».

Si è parlato molto del fatto che Don DeLillo scrisse Il silenzio poco prima della pandemia del Covid-19, prevedendo così la crisi globale eccetera, ma sento di poter dire che questa rimane solo una simpatica congettura da rotocalcocomplottista.org e nulla più. Vorrei essere chiaro: per me DeLillo può scrivere pure i volantini dell’Unieuro e io me li leggerei tutti senza riserve poiché rimane uno tra i miei autori preferiti. Spiace che, in questa occasione, lo stile essenziale e volutamente smorzato appiattisca allo stesso modo il carattere e l’esposizione della storia. Peccato per il povero lettore amante della sua scrittura perché il risultato finale appare incredibilmente noioso, opaco, allarmante e pretenzioso, tutto allo stesso tempo. A differenza dei precedenti e più completi lavori, nessuna delle intuizioni di DeLillo sull’impatto sociale della tecnologia e della comunicazione sembra particolarmente ispirata.

Un pensiero a Einaudi che ri-saluto, visto dopo questa recensione ho chiuso ogni speranza di pubblicare con loro: è anche un bel libro, con una copertina elegante che sembra uscita dal volantino di cui sopra, un formato tascabile e contenuto che ti fa venir voglia di finirlo in fretta anziché abbandonarlo dopo le prime quindici pagine. In più, nella edizione della attenta e nobile e stimata Einaudi è stampata anche in un normale carattere Garamond anziché, come in quella originale, in Courier new (l’ultimo, inspiegabile colpo di grazia al povero lettore). Il carico a briscola che, nella versione italiana ci è stato risparmiato (a differenza delle 15 €).

Come diceva mia nonna: “Parla solo quando sei sicuro che quello che hai da dire sia meglio del silenzio. Anzi, vuoi fare una cosa buona? Statti zitto e non sbagli mai”.

A proposito di stare zitti: ci sentiamo (anche) su Clubhouse, cia’.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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