Appuntamento col ca**o

“Non ho mai capito perché ci siano due modi diversi di mettersi seduti, a seconda che si abbia o meno il cazzo. E non facevo che sbagliarmi, costantemente confusa dal fatto che, in quanto donna, ci sia in realtà meno da nascondere di un uomo, ma questo è stato prima di capire che un cazzo è una specie di spada, un oggetto di orgoglio e confronto, mentre una vagina rappresenta una cosa debole, della cui proprietaria ci si può fidare poco. Una cosa che verrà sempre fottuta, che può essere stuprata e può restare incinta e arrecare vergogna a una casa e a una famiglia. Una cosa che aveva bisogno di protezione senza che nessuno mettesse mai in forse quel bisogno di protezione, perché di notte le strade non erano sicure e le ragazze ci capelli corti sembravano ragazzi, non il contrario. Ho sempre trovato tremendamente disorientante tutto questo e spesso ho pensato che forse dovrebbero essere i cazzi a venire nascosti, che dovremmo bandire l’arma e non la ferita.”

Amiche e amici, come state? Io bene. Sono appena stato bannato sui social da un deputato di FdI (che saluto ma per sempre proprio) che mi ha dato del nazi-femminista e solo per aver espresso un mio pacato parere sotto un suo post pieno di livore patriarcale. Nell’immaginarmelo alle prese con le frustrazioni quotidiane dovute a microdotazioni di serie, mi è venuto in mente Un cazzo ebreo il c.d. romanzo d’esordio di Katharina Volckmer, edito in Italia da La nave di Teseo.

È un libro relativamente breve, un centinaio di pagine, scritto come una conversazione tra una giovane donna tedesca che vive a Londra e un medico ebreo che sta eseguendo un intervento su di lei. In realtà, il dottor Seligman non ha voce, ma l’autrice lo utilizza come confessore al posto del prete per far scorrere il proprio flusso di coscienza. Come farà dire alla narratrice, le migliori conversazioni sono quelle avute con gli sconosciuti o fatte durante la notte, perché sono autentiche, senza filtri. Com’è la scrittura di Katharina Volckmer: ossessiva, offensiva, oscuramente umoristica e compulsivamente leggibile. Mi sono immaginato nel piccolo ambulatorio a fare da assistente silenzioso durante l’intero monologo, ad ascoltare (leggere) tutte le sue frustrazioni e le rivelazioni circa suoi sentimenti verso la Germania, il nazismo, la sessualità, le donne contro gli uomini e molti altri argomenti scomodi. Sembra proprio che usi questo momento per liberarsi per sempre da qualsiasi fardello, fisico e sociale. Una catarsi chirurgica e definitiva. Parla della sua strana attrazione per gli ebrei, del suo eccentrico comportamento sessuale e della violenza, del decadimento fisico e della morte.

“Non ho paura di morire e nulla del genere. So che posso fidarmi di lei e che la morte è silenziosa. Non sono mai le cose rumorose a ucciderci, le cose che ci fanno vomitare e urlare e piangere. Quelle cose stanno solo cercando attenzione. (…) La morte è tutto quello che ci cresce dentro, tutto quello che alla fine esploderà, traboccando dai suoi circuiti naturali e inondando tutto ci che ha bisogno di respirare. Le infezioni che covano silenti, i cuori che si spezzano senza avvisaglie.”

Nel flusso di pensieri ci finisce di tutto: robot sessuali giapponesi, la natura ipoallergenica della carne di scoiattolo, il fascino degli uomini per la genetalia dei loro cani, il rapporto travagliato con la madre, la sua identità di genere in conflitto e la sua relazione con un uomo sposato, K., che in camere d’albergo sempre diverse dipinge il suo corpo di viola.

Questo romanzo dimostra che è possibile combinare le sfumature erotico-pittoriche de La vegetariana di Hang Kang, parte dell’oscurità e del cinismo di Eileen di Otessa Moshfegh, il flusso di coscienza acrobatico di Ducks, Newburyport di Lucy Ellmann, con con le parti umoristiche di Lamento di Portnoy di Philip Roth. È a quest’ultimo che l’autrice ha detto di essersi ispirata ma, come ha detto al Guardian, anche all’austriaco Thomas Bernhard, autore apprezzato più all’estero che in patria i cui protagonisti spesso denunciano il desolato spettacolo della “stupidità della popolazione” sotto uno stato “Cattolico-Nazional-Socialista” soggetto al collasso economico, sociale e artistico, con l’accento posto sull’isolamento e l’auto-decomposizione delle persone che cercano la perfezione.

“La maggior parte delle esistenze non sono altro che infinite ripetizioni degli stessi errori, della stessa disperazione e dello stesso cattivo gusto.”

Il libro è pensato in inglese perché, spiega l’autrice: “aveva bisogno di un elemento di distanza linguistica per essere così aperto e spudorato. Ed è anche vero che risultare spiritosi in tedesco è difficile, dato che i tedeschi talvolta sono incapaci di ridere e che la loro lingua non si presta molto all’umorismo…”. Divertente, sfacciato, cinico, intelligente e sovversivo. Prendete tutto questo e fatelo recitare a Phoebe Waller-Bridge e avremo una nuova Fleabag, sensuale, dissacrante e malinconica.

Se il pensiero di affrontare temi spinti a un livello stravagante e sessualizzato vi preoccupa, dovreste procedere con estrema cautela. Questo non è un libro per tutti, a cominciare dal titolo. A Jewish cock è uscito sul mercato anglofono come The appointment e in Germania ha incontrato non poche difficoltà a essere pubblicato, segno che è un testo che va a solleticare un dibattito ancora irrisolto. “Gli editori tedeschi ne sono rimasti piuttosto scandalizzati e finora si sono rifiutati di pubblicarlo” dice Volckmer, “pensano che sia troppo radicale. Questo per me prova, con ciò che il libro presenta, che non puoi avere queste conversazioni”. L’autrice temeva lo stesso tipo di complicazioni anche per il mercato italiano, dove avrebbe potuto incontrare degli attriti dovuti a una marcata espressione della cultura cattolica insieme a quella estremista di destra con derive fasciste, sovraniste, antisemite e razziste (fai ciao al mio deputato di cui sopra). Ci ha pensato, però, l’occhio moderno e libero de La nave di Teseo.

«You can’t handle the truth!», diceva Jack Nicholson. «Tu non puoi maneggiare la verità!» Sapete quanto è difficile in Italia farsi pubblicare quando il tuo romanzo parla pane al pane? Usando proprio quei termini? Trattando quei temi? Un giorno (#professionemitomane, ndr) vi farò leggere una delle lettere di rifiuto ricevute da un (grosso) editore con riferimenti proprio all’uso di un certo linguaggio che, a loro dire, avrebbero “scoraggiato il lettore dal proseguire la lettura”. Ma allora La nave di Teseo non era ancora nata e non ho potuto proporre loro i miei libri (pubblicati poi in edizioni edulcorate in accordo con i vari editor – a cui non porto rancore).

Facciamo un gioco: sapete citarmi almeno cinque autori italiani che parlano così?

“Fu prima di sapere che puoi mettere il lubrificante praticamente su tutto e capire dunque perché la gente finisce in ospedale con metà del soggiorno su per il culo. Penso sia ciò che la solitudine fa alle persone, dottor Seligman, dimenticano come esprimere i loro desideri.”

“Ho sempre avuto paura di inserire nel mio corpo qualcosa di elettrico e di folgorarmi laggiù ed essere ritrovata nelle più infelici delle posizioni. Si immagini i titoli, donna single con due gatti uccisa da un vibratore difettoso. Può esserci qualcosa di più tragico?”

Il problema dei monologhi è che per loro natura sono solipsistici, da qui l’unica cosa che si può contestare all’autrice: si spera in una linea di dialogo con il dottore o in un colpo di testa di un’infermiera per interrompere o per lo meno sospendere la rutilanza del racconto. Ma dall’altra parte, ad ascoltare la confessione, ci siamo noi, con le nostre solide certezze, la nostra identità. Al di là delle (chiamiamole) sconcezze, quello che emerge è un racconto serio, toccante e profondo, divertente ma allo stesso tempo profondamente triste. Parte dall’esplorazione dolorosamente acuta del vuoto di ciò che è considerato accettabile e auspicabile. Sembra anche suggerire che la maggior parte delle persone non abbia idea di chi sia veramente, dal momento che si lascia trasformare in base a programmi di compiacimento inculcati e imposti da forze esterne, dove “la vita non sembra altro che una raccolta di istanti in cui hai perso il controllo, nient’altro che una fila di punti ciechi nella tua dignità”. E nonostante tutte le sofferenze che la protagonista deve sopportare, il messaggio più ampio sembra chiaramente essere: molto meglio la ricerca provocatoria – riuscita o meno – di un qualche tipo di autenticità personale rispetto alle briciole auto-annientanti offerte per seguire acriticamente il branco.

“L’altra ragione per cui ho smesso di andare al parco è che ascoltare regolarmente le conversazioni delle altre persone mi faceva sanguinare gli occhi. Nient’altro ti fa realizzare con la stessa brutalità quanto la vita sia davvero banale. Fino a quando parli solo tra te e te puoi sorvolare su qualche dettaglio, ma quando vengo esposta alle chiacchiere senza senso degli altri una fortissima urgenza di uccidermi si impossessa immediatamente di me perché non riesco più a ignorare il fatto che non siamo altro che una stella morente che vaga in un vuoto infinito, senza meritare neanche un raggio solare che ci tiene in vita.”

Un cazzo ebreo è un trattato furibondo su ciò che ancora ostacola la trasformazione come l’ultima frontiera dell’autorealizzazione, i nostri corpi, e su come il controllo di questi corpi sia ancora così dolorosamente politicizzato. Le ragioni sono abbastanza chiare: il controllo è in gran parte gestito lungo le linee di genere e alimentato dalla manipolazione dei valori culturali tradizionali, il cui rafforzamento si esprime contro figure marginali “problematiche” facilmente demonizzabili. In questo libro la trasformazione in fieri è totalizzante. Parte dal disprezzo di sé e dalla necessità di liberarsi di una persona avvelenata e indesiderata per portarsi a una nascente evoluzione, a una nuova realizzazione. In questa cultura in cui siamo immersi, il corpo è un vincolo, è uno strutturale veicolo di definizioni. La narratrice si chiede come mai le cose differiscono quando si ha un pene o una vagina, perché gli uomini possono nuotare in topless e le donne no, perché i vestiti dovrebbero avere un genere. Ed è sul genere e sull’identità (dal punto di vista sociale e religioso soprattutto) che l’autrice vuole porre l’attenzione.

“E poi tutte quelle stupide regole che si applicano al corpo femminile, che il petto nudo di una donna è nudo, mentre il petto nudo di un uomo non è nudo, che avrei dovuto indossare il pezzo di sopra del bikini mentre tutti gli altri maschi potevano stare senza, che dovevo accettare il fatto che alcune parti del mio corpo sono sessuate, qualcosa da nascondere.”

“[Non sono mai riuscita a capire] perché [mia madre] frequentasse posti dove ti insegnano solamente a provare paura e vergogna, dove non fanno che sparare cazzate sulle madri immacolate e le puttane, dove sono terrorizzati dalle vagine. Perché alla fine gira tutto intorno a questo, giusto? Al di là di trovare un sistema per non morire, per continuare a vivere da qualche parte in mezzo alle nuvole con tutte le persone che detestavi già da prima, è solo un modo per tenere sempre viva la distinzione tra chi ha un cazzo e chi no. E parlano di invidia del pene, ma guardi fin dove è arrivata la gente per azzoppare e sconfiggere le vagine, per convincere le donne che il piacere non è fato per loro, che nulla vale quanto la bontà. Voglio dire, quante donne hanno scritto pagine e pagine di libri sui peni e su come gli uomini dovrebbero vestirsi e pensare e sognare?”

(Al dottor Seligman) “Sei un membro di una minoranza fortemente perseguitata, quindi sono sicuro che hai molti figli; sono la tua forma di ribellione. Capisco, deve essere stato un trionfo per te mettere incinta tua moglie e pensa a tutte le persone che hanno cercato di non renderlo possibile. Quindi, in un certo senso, sei come me e pensa a Hitler quando hai l’orgasmo. Sto scherzando…”

The Appointment è uno sguardo approfondito in una mente complessa e perplessa, piena di frustrazione, ma alla ricerca di risposte. In modo tangibile, l’appuntamento del nostro narratore con il dottor Seligman avrebbe agito come una risposta del genere (o almeno un passo nella giusta direzione), ma è la sua disponibilità a confessare, la sua mancanza di filtro, la sua trasparenza sfacciata che funge da cura più immediata.

“Ha notato anche lei (…) come questi nuovi schiavi siano tutti progettati per tenerci dentro casa? Come ci stiano privando di ogni contatto umano, procacciandoci cibo, spesa e orgasmi mentre annegano quello che rimane dei nostri cervelli in programmi televisivi senza fine? Come ci fotteranno e sfameranno fino a farci dimenticare il nostro stesso nome? Fino a farci dimenticare che non siamo solamente la foto di noi stessi sullo schermo. Fino a isolare il nostro inutile residuo di identità dietro una cortina di comfort e silenzio.”

Se anche voi vi state chiedendo perché in Svizzera le vecchie signore che nutrono i piccioni avrebbero dovuto essere sterminate o quali sono i motivi per cui non ci si dovrebbe procurare piacere con una banana, leggete questo libro.

Ah, a proposito di censura: vi ricordo che Facebook e Instagram hanno bloccato l’utilizzo di tre emoji ritenute sessualmente troppo esplicite e se scrivi un post inserendo la melanzana, la pesca o le gocce di acqua rischi di veder sospeso il tuo account. Al contempo, invece, la banana, la carota, la pera, il cetriolo, la patata e la pannocchia potranno continuare a spassarsela. In quanto alle discussioni intrise di supponenza patriarcale, lì purtroppo c’è ancora molta, molta strada da fare.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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