Mi hanno ritornata

Ne prendo due edizioni diverse, grazie

Amiche e amici, come state? Ma anche voi avete una figlia che si imbarazza quando siete in giro insieme e avete a che fare con gli estranei? E che poi si allontana dichiarando: “Non è mio padre, non lo conosco”? Spiace. Mi è tornato in mente L’Arminuta, il romanzo di Donatella Di Pietrantonio, edito da Einaudi.

Arminuta, letteralmente “ritornata”, è il soprannome che viene assegnato alla protagonista, una ragazzina di 13 anni che, in apertura di storia, ritorna. Ritorna con una sacca con le scarpe, poche povere cose. Ritornata sta per “Tornata da dov’è partita” ma anche per “restituita”. Da chi? e perché? Tutto è misterioso: perché è stata restituita? E, prima ancora: come si chiama?

Il libro è scritto in prima persona: la ragazza è traumatizzata, non riesce a capire e neppure ad accettare perché si trovi là, in quella nuova famiglia così sbandata, accolta in modo glaciale. Tutto quello che il padre dice è: “Sei qui”.

Figlia unica di una famiglia benestante ora vive in un contesto di sette persone, cinque figli di età compresa tra i 6 mesi e i 18 anni, disgustata e a volte sopraffatta dal disordine, dalla scarsa igiene e dalla mancanza di etichetta. Di questa nuova famiglia non sopporta il mangiare, il loro accento, la grammatica che usano tra loro e nei rapporti con gli altri. Deve imparare a proteggere il suo cibo dai suoi fratelli ormonici che glielo rubano da sotto il naso. Deve spennare e sventrare i polli, cosa che non aveva mai fatto prima. Tra loro nessuno conosce nemmeno il suo compleanno e lei ne conserverà il segreto, festeggiandolo da sola chiusa in un capanno con un muffin e una candela (The Little Match Seller mode on). L’unica persona che le presta attenzione, riguardo e amicizia è Adriana, la sorella minore. Dormono capo-e-piedi nello stesso letto, letto che Adriana bagna regolarmente ogni notte. Che fatica… Comunque meno male che c’è Adriana, come una luce nel buio di questa storia così cupa.

La storia dell’Arminuta è drammaticamente triste: sa di avere due mamme, quella di campagna e quella del mare ma, al contempo, nemmeno una. Odia la prima perché l’ha “ritornata” ed è sparita, eccetto per mandare soldi e regali per sostenerla. L’altra, incapace di qualsiasi tenerezza, per trattarla come fosse un animale, un’estranea.

L’autrice ha il pregio di una scrittura scorrevole e cruda, vera. Una lirica, a mio parere, tra le più lucide e credibili tra gli autori italiani contemporanei. Riesce a rendere bene la profondità delle emozioni (il disgusto, il distacco, la rabbia, l’autocommiserazione, la vergogna), l’intimità. Arriva all’osso, usando un linguaggio semplice e diretto ma affatto scontato, fatto di frasi breve ed evocative. Se proprio dovessi fare un appunto al libro, beh direi che dura troppo poco, ne vorremmo ancora e ancora.

E infatti, pensate: avevo preso questo libro solo dopo Borgo Sud (finalista allo Strega) perché, mi hanno spiegato, ne era in un certo senso la prima parte. Prossimamente la recensione.

Un abbraccio e circondatevi di puro bene.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

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