
Amiche e amici, come state? Io bene, anche se stranito: ho aderito alla campagna “1% Equo” quella sulla proposta di legge per chiedere un contributo (dall’1 al 3,5%) sui patrimoni oltre i 2 milioni di € (vale a dire, l’1% degli italiani), qualcosa che assomiglia vagamente al bene comune. Una roba simbolica, quasi offensiva nella sua modestia. Ebbene, sono stato mangiato vivo mica dai multimilionari, no: da i poveracci. Una shit-storm da gente che non è milionaria, gente che non sarà mai milionaria, gente che difende con foga i patrimoni di chi non li conosce e probabilmente non li conoscerà mai. Messa su dalla propaganda, certo, di chi invece è garante e scudiero, vassallo, valvassore e valvassino di quei detentori di fortune siderali. E io mi sono detto: ma come è possibile? Come si può essere così accecati? Servi? Come si fa a non riuscire a leggere quello che vi sta succedendo intorno?
Poi mi è tornato in mente Lanark, e Alasdair Gray che questa domanda se l’era già fatta cinquant’anni fa.

Gray nasce a Glasgow nel 1934 e muore a Glasgow nel 2019. Pittore, illustratore, romanziere, drammaturgo, uno di quei tipi che fanno tutto da soli perché non si fidano di nessun altro (Capricorno). Già autore di Povere creature!, lavora a Lanark per quasi trent’anni. Lo pubblica nel 1981, a quarantasette anni, e il mondo anglosassone capisce subito di avere tra le mani qualcosa di importante. In Italia arriva con quarant’anni di ritardo, nell’edizione Safarà, prima in libri separati, poi nella versione completa bella, ingombrante, illustrata dallo stesso Gray.
Forse aveva ragione a prendersi il tempo, perché Lanark non è un romanzo. O meglio: è quattro romanzi, numerati Uno, Due, Tre e Quattro, pubblicati nell’ordine Tre, Uno, Due, Quattro, con un Epilogo che compare prima della fine. Gray non lo fa per snobismo. Lo fa perché la storia che racconta non ha una forma lineare (cosa che a qualcuno farebbe impazzire) e raccontarla in modo lineare sarebbe una bugia.

Il Libro Tre apre tutto: siamo a Unthank, nome che in inglese arcaico significa qualcosa come ingratitudine. Una città distopica e sotterranea, buia, fredda nel senso più esistenziale del termine. Lanark è un uomo senza memoria che finisce in una clinica popolata da creature a metà tra il malato e l’animale. C’è chi è contagiato dalla dragonite, che trasforma la pelle in scaglie. C’è chi semplicemente scompare. È una lettura ostica, a tratti davvero insopportabile. Ci vuole fede cieca nel fatto che da qualche parte deve avere senso.

Il senso arriva con il Libro Uno e Due, che sono la parte più riuscita del romanzo e probabilmente uno dei ritratti più precisi che la letteratura del Novecento abbia fatto di cosa significa crescere talentuosi nel posto sbagliato. Duncan Thaw è un ragazzo di Glasgow, figlio di operai, con un dono per la pittura e una difficoltà cronica a stare nel mondo. Gray lo segue dall’infanzia fino all’età adulta con una precisione quasi crudele. È autobiografico in modo sfacciato e Gray non fa nulla per nasconderlo (ai suoi tempi, ancora si tollerava l’auto-fiction).

Poi si torna a Lanark, nel Libro Quattro, e il romanzo si apre verso qualcosa di più grande. Lanark è diventato una specie di politico, di rappresentante delegato, va alle assemblee importanti, ai convegni, fa i bei discorsi in mezzo a poteri che non lo ascoltano e non hanno nessuna intenzione di ascoltarlo. La critica al capitale, alla distruzione silenziosa che avanza mentre le masse operaie non hanno gli strumenti per leggerla e per reagire, emerge con una chiarezza che non ha niente di didascalico. Il mondo di Lanark è straniante e sta cadendo a pezzi economicamente, politicamente, moralmente, socialmente… La guerra come strumento per bonificare, azzerare e far ripartire il mondo. Terribilmente attuale.

Gray mette il Tre prima dell’Uno per una ragione precisa: vuole che tu entri nel mito prima di capire l’uomo. Vuole che Unthank esista nella tua testa prima che tu sappia chi era Duncan Thaw. È una scelta strutturale che è anche una scelta morale: il mondo distopico non è una metafora del realismo, è il realismo stesso visto da fuori, senza le attenuanti della normalità. Ci ho messo mesi per entrarci, nella prima parte soprattutto. La sorpresa? “Mondo distopico” fino a un certo punto: con queste classi dirigenti, Trump in testa, non viviamo nel più distopico dei mondi possibili?
Che dire, davvero un cazzo di libro, un capolavoro modernista, futurista, dadaista, cubista, astrattista e surrealista della letteratura anglosassone che consiglio, ma la prossima volta in cui mi vedete che sto per prendere un libro di questo autore VI PREGO tagliatemi le mani. Grazie.
Qui sotto alcuni dei miei commenti a margine.



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