Normalmente (personalmente)

Ciao, amiche e amici, come state? Io confuso. Con altri raffinati intellettuali, si parlava dell’opportunità o meno di recensire sempre e comunque le proprie letture. Ma perché? “Non tutti i libri meritano una recensione”, ottimo spunto. Non tutti i libri ti lasciano qualcosa, alcuni scivolano via come sabbia tra le dita della mano.

Ma parliamo di Persone Normali, il libro di Sally Rooney, in Italia per i Supercoralli di Einaudi. Aperta parentesi: è appena uscito il suo nuovo libro e nel Regno Unito hanno tenuto aperte le librerie LA NOTTE per l’attesissimo evento, tipo lancio dell’iPhoneXXX.

Dopo il successo planetario di Parlarne tra amici, ci si aspettava “un nuovo, emozionante manuale sentimentale per la nostra modernità“. Quello che abbiamo in mano è, secondo me, una storia d’amore profondamente solitaria e deprimente. Fosse davvero un “manuale sentimentale” ci sarebbe da spararsi preoccuparsi. Ma vediamo nel dettaglio.

Persone normali racconta la storia o, meglio, il rapporto tra due personaggi, Marianne e Connell, attraverso l’adolescenza e la prima età adulta. I due nascono e crescono in un contesto provinciale dove il sistema valoriale giovanile è viziato da confronti di classe, fumo, droghe, alcool, sesso promiscuo e bullismo tanto-per-distrarsi-un-po’. Questi dettagli mi tolgono già gran parte dell’interesse per il racconto perché tutto quello che non mi è nuovo mi stucca. A ogni modo, Marianne e Connell si distinguono un po’ dagli altri del gruppo, si dilettano in letture impegnate e, pare, riescono a provare sentimenti simili all’amore.

La storia è distinta in due macro-fasi: prima dell’Università e durante. Marianne è la ragazza di buona famiglia ma socialmente ostracizzata (che poi, non si capisce: questi giovani sono talmente vuoti e superficiali che – Marianne – la vedono bella, la vedono brutta, se la vogliono fare, “no, io mai sia, con quella mai!”, robe del genere; c’è confusione – cit.). Connell, invece, è molto popolare tra i compagni pur provenendo dalle classi operaie. Si piacciono subito, inevitabilmente. Hanno una relazione sessuale che, dovendo restare segreta per non dare conto ai compagni, non permette alla coppia di decollare. (Quando la smetteremo di ascoltare gli altri nelle questioni di cuore? Quando impediremo agli estranei di intromettersi?)

Insomma, è tutto qui: la storia parla solo di loro due e della loro relazione. Al college, in città, i due si incontrano di nuovo e le parti si invertono. Questa volta, Marianne è una protagonista sociale intellettuale, indipendente e intelligente mentre Connell è condannato a essere un ragazzo normale, invisibile, sempre più depresso e solo senza l’appoggio dei pari. Con i due si empatizza facilmente: sono vittime del sistema e prede di sentimenti corrosivi e contrastanti. In più occasioni, Connell e Marianne si incontrano e si accoppiano ma senza che ciò porti a nulla di nulla. Una specie di Harry ti presento Sally ma senza umorismo e annegato nel degrado sentimentale e nella mestizia. Il romanzo è una chiara critica al nostro costante bisogno di impressionare ed esibirci per gli altri. Marianne e Connell si amano, si capisce, si sono sempre amati, si sostengono e si supportano a vicenda, dipendono reciprocamente ma finché ci saranno forze esterne a condizionarli non riusciranno mai a liberarsi del tutto e a viversi.

I due non comunicano, si accartocciano sulle cose mai dette. Il senso di frustrazione che accompagna la coppia diventa tutto del lettore. A un certo punto mi sono chiesto: ma perché devo stare male per questi e due? Non bastano giù tutti i c***i che tengo?

Persone normali è stato accolto con entusiasmo da pubblico e critica e, saprete, ci hanno tratto anche una serie (disponibile su Starz Play). Il romanzo è molto ben scritto ma, a mio avviso, non da starci a fare una recensione (vedi sopra). Direi che a chi si è occupato del marketing di questo libro (e anche di quello in uscita, evidentemente, con code da Black Friday previste fuori dalle librerie) dovrebbero fare un busto in piazza a Carricklea. Un romanzo-non-romanzo, senza una morale, senza velleità di istruzione o ispirazione: solo una didascalica narrazione di esperienze giovanili.

Forse il riferimento alle persone normali è a quello che vorrebbero essere più che a quello che sono realmente.

“C’è un che di Jane Austen, in questa pagine”, scrivono da Einaudi. Sì, è vero: la noia*.

Michele Lamacchia

Le parole creano mondi

(*”noioso” non sta per “brutto”. Anche C’era una volta a Hollywood è noioso, eppure è bellissimo)

De gustibus et coloribus non est disputandum” (cit.)

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